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13 giugno 2008

cuba

"Mira, hay una cosa en el mundo que se llama capitalismo, que dice que si tu tienes dinero tu puedes comprar todo: hombres, mujeres, partes de hombres o mujeres...".
Oppure "el que merece, no pide".
Sono due frasi prese a caso dal campionario di argomentazioni da opporre ai postulanti più ostinati.
La prima l'ho inventata io, la seconda deve essere una specie di motto rivoluzionario, l'ho sentita da un cubano e l'ho subito adottata.
Insomma ho fatto del mio meglio per combattere l'accattonaggio a Cuba, ma certo non ero nella posizione più comoda.
Forse sono cambiati i miei occhi di osservatore, ma a distanza di 12 anni il socialismo cubano sembra godere di salute peggiore. Le condizioni economiche del paese sono migliorate, sono stati fatti molti passi per incanalare l'imprenditoria privata verso la legalità, ma Fidel è sempre più vecchio e malandato, i cartelli di propaganda sembrano meno convincenti, anagraficamente sono sempre di più quelli che non hanno vissuto nel dominio dello sfruttamento e del malaffare che c'erano prima della rivoluzione, con Batista e anche prima.

E' molto facile sovrastimare il numero di postulanti o imprenditori a Cuba, poiché, salvo eccezioni, sono le uniche categorie di persone che parlano spontaneamente agli stranieri.
Tra l'altro, a quanto ci detto un campione di loro, non sognano di fuggire a Miami. Usufruiscono dei servizi dignitosi forniti dallo stato cubano e, con qualche peso convertibile al giorno, guadagnato con più o meno inventiva, si permettono le piccole spese che lì cambiano la vita. In qualche modo sanno che a Miami si rischia di più.
Però la grande maggioranza dei cubani ignora i turisti (e i mezzi per arrotondare) e pensa a vivere la sua vita. Ci si può accorgere di loro dando passaggi in macchina. Nonostante i miglioramenti dovuti a forniture di nuovi pullman dalla Cina e di petrolio dal Venezuela (come dice un cartello "la rivoluzione produce idee" e fortunatamente c'è sempre stato finora qualche paese nel mondo che ha scambiato rubli, mezzi di trasporto o petrolio per quelle idee), i trasporti restano problematici. Se si eccettua qualche raro caso di passeggero con parente ristoratore o affittacamere, gli altri restavano in riservato, e comprensibile, silenzio.
Se, come molti predicono, Cuba non dovesse farcela e dovesse diventare un paese come tutti gli altri, dove le persone non sono uguali e alcuni diritti non sono per tutti, la rivoluzione sarebbe l'ennesimo avvenimento storico troppo giusto per sopravvivere o avvenuto nell'epoca sbagliata.

Concludo ricordando alcuni fatti a proposito di Cuba.

A Cuba si verificano violazioni dei diritti umani tra le più clamorose del pianeta. Nella base navale di Guantanamo, occupata dal 1903 dagli Stati Uniti a seguito dell'invasione nella guerra ispano-americana, centinaia di persone sono detenute e sottoposte a torture e maltrattamenti senza processo.
Cinque cittadini cubani sono detenuti dal 1998 e condannati a vari ergastoli con accuse di terrorismo che una vasta campagna mondiale reputa infondate e i processi viziati da irregolarità.
Cuba è stata vittima di moltissimi atti di terrorismo. Tra i più noti, nel 1976 un aereo della compagnia di bandiera cubana (volo 455) fu fatto esplodere mentre era in volo dalle Barbados uccidendo 73 persone.
Nel 1997 diverse bombe esplosero in alberghi all'Avana. In uno di questi attentati morì anche un italiano, Fabio Di Celmo.
Il mandante di tutti gli attentati citati è Luis Posada Carriles, un esule cubano che vive a Miami (dal 19 aprile 2007 è a piede libero, nonostante le richieste di estradizione provenienti da vari paesi dell'America Latina) e che compie attività contro il governo cubano per conto della Cia fin dall'invasione della baia dei porci.
La prima volta nella storia in cui gli Stati Uniti accettarono di risarcire danni di guerra fu proprio a seguito dell'invasione della baia dei porci: 53 milioni di dollari dell'epoca in cibo e medicine.
Tra le varie norme di una legge voluta da Bush nel 2004, c'è quella sul limite della quantità giornaliera di denaro da spendere per i cubani residenti negli Stati Uniti durante le loro visite a Cuba, abbassato da 164 a 50 dollari. Al di là del trascurabile impatto sull'economia, la norma, malvista anche dagli stessi cubano-americani, è indicativa di come, per mettere in difficoltà un'economia socialista, che la vulgata del momento ritiene antieconomica e fallimentare di per sé, gli Stati Uniti siano costretti ad emettere continuamente divieti e limiti più stringenti.
Infine, un paio di cifre su istruzione e sanità, preso dall'ultimo rapporto unicef, su Cuba, e, per confronto, i dati dei due paesi più vicini e di Italia e Stati Uniti.
Tasso di mortalità infantile: Cuba 7 per mille (Italia 4 per mille, Stati Uniti 8 per mille, Haiti 80 per mille, Giamaica 31 per mille).
Tasso di alfabetismo degli adulti: Cuba 100% (Italia 98%, Stati Uniti n.d., Haiti n.d., Giamaica 80%).

gente cubana


creatività cubana


propaganda cubana


imprenditoria cubana

06 febbraio 2008

brasile

Scrivere delle impressioni su un paese come il Brasile può sembrare velleitario, poiché in un mese se ne può vedere solo una piccola parte. La stessa sensazione si ripresenta in ogni grande città brasiliana, di cui non si riesce mai a capire dove siano i confini.
E le ben note disuguaglianze sociali fanno sì che esistono molti paesi in uno. A guardare alcuni servizi si può considerare il Brasile un paese prospero e progredito, ma poi le favelas o le persone che dormono per strada raccontano un'altra storia.
Sulle favelas (che sono simili a quelle che si vedono in praticamente tutta l’america latina) i brasiliani hanno uno strano sentimento di consapevolezza e rimozione allo stesso tempo. Le favelas sono nate con l'abolizione della schiavitù, decretata malvolentieri alla fine dell'800 dai regnanti brasiliani a seguito delle pressioni soprattutto inglesi. Gli schiavi liberati, ma privati improvvisamente di sostentamento e di un posto dove vivere, hanno costruito fuori dal perimetro delle città le loro case, continuando il più delle volte a lavorare per i loro ex padroni.
Eppure la prima mappa di rio de janeiro comprendente le favelas è stata pubblicata solo nel 1994.
Per capire il processo di rimozione operato dai brasiliani, si può pensare alle versioni di favelas che ci sono nelle città italiane. Non mi riferisco alle borgate cantate da Pasolini della metà del 900, le cui case, oggi, dopo sommarie ristrutturazioni, sono vendute a centinaia di migliaia di euro con l'edulcorata definizione di "soluzione indipendente", ma alle vere baraccopoli di oggi: ad esempio a Roma ce n'è una sulla strada che porta ai campi sportivi di tor di quinto, via del baiardo (chiunque gioca a calcio a Roma probabilmente c'è passato). I giornali non ne parlano mai, a parte, e solo per qualche giorno, in occasione di fatti di cronaca nera accaduti nei dintorni, e molti ne ignorano l'esistenza, mentre altri probabilmente ritengono che non sia un problema delle istituzioni vista la nazionalità dei suoi abitanti; di fatto un quartiere di baracche costruite con legno e materiali di recupero è presente nella città di Roma, senza che ciò sia percepito come un problema. Un sentimento simile è presente anche in Brasile.
Il divario sociale produce ad esempio quello che in Italia si chiama turismo sessuale e in Brasile, più semplicemente, prostituzione. Deve essere un fenomeno ampio se negli alberghi di tutte le città di una minima grandezza c’era il divieto di ricevere prostitute. Se qualche cliente proveniente dall’Italia può vedere il fenomeno con più romanticismo del necessario, in Brasile lo chiamano esattamente per quello che è.
Se il divario sociale trae origine dalle vicende storiche del paese, a partire dal colonialismo, esso è stato però ampliato da vent'anni di dittatura, da fine anni '60 a metà anni '80 e successivamente, quando hanno ripreso ad esserci le elezioni, dalle politiche di presidenti neoliberisti che applicavano le direttive del fondo monetario internazionale.
Lula quindi si è trovato nella curiosa situazione in cui lo stato delle ingiustizie sociali non poteva che migliorare, ma d’altra parte era praticamente impossibile da risolvere.
Ad esempio ha varato il controverso programma "fome zero", che si proponeva di debellare il problema della fame, esistente in sacche di disagio sociale oppure in relativamente ristrette aree geografiche soggette a calamità o siccità; la morte di alcuni bambini indios è stata l'occasione per gli avversari politici di dichiarare il fallimento del programma. Nelle città invece il cibo abbonda, mentre drammatiche sono le condizioni dell'istruzione, con una grande percentuale di analfabeti, e della sanità pubblica. In generale i servizi pubblici sono stati smantellati negli anni '90. Le imprese pubbliche sono state privatizzate, ad eccezione della petrobras. Ciò ha portato, ad esempio, alla quasi scomparsa delle ferrovie, mentre la compagnia aerea di bandiera, la varig, è stata lasciata fallire per poi essere ricomprata da proprietario di una compagnia privata concorrente e rimessa in piedi in versione ridotta (destino a cui è stata condannata anche l’Alitalia).

Eppure le ricchezze naturali del paese sono enormi. Oltre all'autosufficienza petrolifera, si produce molto bio-carburante, ricavato in massima parte dalla canna da zucchero. La produzione agricola è molto fiorente e aumenta negli anni. Aumenta anche la superficie dedicata a coltivazioni, a scapito delle foreste amazzoniche (la difesa dell’ambiente e la salvaguardia dei pochi nativi rimasti sono considerati incompatibili – quindi sacrificabili - con le esigenze dell’impresa capitalistica).
Con una punta di orgoglio, ad esempio, una pubblicità enunciava che l'asfalto della pista di Interlagos era 100% brasiliano. E i tra i prodotti industriali a basso costo, molti sono made in brazil, i prodotti cinesi non hanno sfondato come nel resto del mondo.
Il costo della manodopera è molto basso, cosa che permette di vedere scene inusuali, come le folle di commessi dentro ai negozi o gli staff di pulitori che ai capolinea della metropolitana dopo ogni corsa salgono a pulire i vagoni.
Molto fruttuoso è il business della sicurezza. Porte blindate, cancelli, allarmi, recinzioni elettrificate, polizia privata, portieri armati in servizio 24 ore a guardia dei “predios”, i palazzi a molti piani, a loro volta preferiti dai brasiliani di ceto medio perché ritenuti più sicuri.
La ricerca di sicurezza ha causato la blindatura delle vite delle persone più abbienti e generato un “razzismo da censo” che dicono essere molto diffuso, mentre meno diffuso di altri paesi dicono sia il “razzismo da pelle”.

La liberalizzazione dei costumi è molto avanzata: ad esempio sono diffusissimi, e usati senza problemi, i motel, alberghi ad ore. Di contro l'aborto non è legalizzato.
Contrariamente a quello che accade qui, la chiesa cattolica è in piena crisi e ha perso moltissimo seguito, confluito nella miriade di altre chiese cristiane. In Italia si è parlato di quella seguita da Kakà, "renascer", che però ha proprio come unica particolarità quella di ricevere pubblicità gratuita dalla vocazione dell'ingenuo calciatore. Come renascer, quasi tutte hanno dei patriarchi con problemi giudiziari e blindati in lussuosissime ville a Miami o a San Paolo e quasi tutte hanno un flusso crescente di fedeli. Ciò che cambia sono i riti e i luoghi di insediamento. Se la "igreja universal do reino de deus" ha chiese faraoniche, somiglianti a centri commerciali, gli amati "shopping" dei brasiliani, la "assemblea de deus" ha chiese modeste ma molto numerose. Il contrasto è stridente: nelle chiese di epoca coloniale, amministrate dalla chiesa di roma, alla messa domenicale non c'era più di una decina di persone.

29 agosto 2007

albania

L'Albania non è mai stato un paese normale. Attualmente è sulla buona strada per diventarlo, ma non lo è ancora, ad esempio è uno dei pochi paesi al mondo dove George dabliu Bush può recarsi senza essere contestato e, anzi, può offrirsi tranquillamente al bagno di folla.
Del resto gli amici americani hanno costruito una grande base militare nato a sud di Durazzo, altra cosa come sistema di difesa rispetto ai bunker ormai in rovina di Enver Hoxha, che pure sembra abbiano contribuito a sventare tre raid anglo-americani subito dopo la seconda guerra mondiale.

E' un paese che per certe cose ricorda un po' la Calabria di quando ero piccolo, in cui ogni pezzo di terreno era buono per costruire un palazzo, un piano alla volta, ma lasciando già la predisposizione per il superiore, da costruirsi dopo, quando ci sarebbero stati altri soldi.

Si può vedere un palazzo nuovo di venti piani tutto di vetro e acciaio (probabilmente costruito da un investitore greco o italiano) che però ha il marciapiede davanti distrutto e pieno di buche perché la manutenzione spetterebbe all'amministrazione pubblica. Sull'amministrazione pubblica gli albanesi hanno messo una pietra sopra nel 1997, quando il presidente Berisha, amico di Berlusconi, aveva sostenuto il sistema delle piramidi finanziarie, con soldi in prestito che tornavano raddoppiati dopo pochi mesi. Naturalmente il sistema non poteva durare e molte persone si sono ritrovate in miseria.

L’amministrazione pubblica è una vittima dell’ansia di liberarsi del passato comunista, che certe volte non sa bene dove fermarsi. Ad esempio la figura di Enver Hoxha è totalmente bandita anche se è stato indiscutibilmente il capo della resistenza, di cui l’Albania va, giustamente, fiera, anche perché ottenuta unicamente attraverso le proprie forze, non c’è stata come da noi l’ambiguità di un esercito che distribuiva cioccolata nelle città che erano state appena liberate. Il museo etnografico ha aggiunto, come si usa, una sezione sui crimini del comunismo. In alcune foto ci si sorprende a vedere le stesse persone appena raffigurate come eroi nella sezione resistenza.

E' un paese che sembra aver dimenticato la produzione di beni.
L'impianto metallurgico di Elbasan, una volta fiore all’occhiello e costruito con l’aiuto cinese, impressionante se visto dalla strada per Tirana, è praticamente inattivo.
L'industria idroelettrica, tirata su nel nord del paese con la creazione di dighe che hanno formato laghi stretti come fiordi, buoni per l'industria turistica di domani, che una volta riusciva a produrre il 50% in più del fabbisogno del paese (e il resto veniva ceduto alla Jugoslavia), adesso non basta più, sebbene anche il consumo di energia elettrica deve essere sensibilmente aumentato. In estate a Skhoder la corrente manca ancora per tutto il pomeriggio e il suono e l’odore dei generatori a gasolio, di cui i locali sono forniti, si alzano nell'aria e caratterizzano la città.

Gli unici oggetti industriali made in Albania che si trovano in giro sono la birra e le tovagliette di carta dei ristoranti. Per il resto, merce italiana per l'alta qualità o turca per la bassa. Persino la frutta venduta nei mercati è facile che provenga dall’Italia.

Del resto la prima fonte di introiti per il paese sono di gran lunga le rimesse degli emigranti.
La seconda è il turismo: quello balneare è in crescita, arrivano in massa da Macedonia, Serbia e Kosovo (ma anche qualche pioniere dall’Italia) ad usufruire del mare a buon mercato. Purtroppo però i profitti del turismo, come del resto di ogni attività che richiede grossi investimenti iniziali, finiscono a investitori stranieri: italiani e greci per vicinanza, americani in virtù di una emigrazione di ritorno, con una comunità di albanesi-americani (di cui faceva parte anche John Belushi) che torna a fare affari nella patria di origine.

I servizi, in compenso, prosperano: di bar, ristoranti, taxi o minibus ce ne sono molti di più di quelli che si vedono all’estero in città di pari dimensione. I bar in particolare sono sempre pieni a tutte le ore del giorno. Un altro servizio molto sviluppato è l’organizzazione dei matrimoni, che in Albania è un affare particolarmente lungo e costoso. Gli autobus urbani invece sono rimasti quelli comprati di seconda mano all’estero, con i cartelli originali, così ad esempio per il centro di Tirana può passare il 4 con capolinea a corso Po.
Ma si trova fuori dalle città il servizio di gran lunga più diffuso di tutta l’Albania: l’autolavaggio. Gli albanesi amano la propria automobile, probabilmente per effetto dell’impossibilità di averne durante il comunismo. Buona parte delle mercedes di 20 e 30 anni fa sono finite qui. E’ anche opinione diffusa che per scarsa pratica gli albanesi non sappiano guidare. In realtà guidano come tutti gli altri, a parte ignorare la norma della prudenza nei sorpassi. L’albanese mal sopporta il traffico (che cresce inesorabilmente di anno in anno) e tende a sorpassare in qualsiasi punto. Come risultato, ci sono strade come la Fier – Gjirokaster o la Korça - Tirana che sono una successione continua di lapidi di automobilisti.

La categoria di investitori esteri più agguerrita è comunque quella delle religioni, che con la fine dell’ateismo di stato hanno trovato praterie da conquistare. In tutte le città, non importa la dimensione, è stata costruita una nuova moschea, probabilmente con finanziamento saudita. Nella remota Bajram Curri, dove il resto della città non è cambiato rispetto al tempo di Hoxha, l’effetto della moschea è particolarmente straniante.
In moschee importanti è possibile anche trovare studenti islamici che danno lezioni sulle incongruenze del cristianesimo ai visitatori.
La chiesa cattolica ha stanziato cifre inferiori dei sauditi e la sua longa manus si vede poco: qualche nuova chiesa nel nord, qualche statua di madre teresa (anche l’aeroporto internazionale di Tirana è stato veltronianamente intitolato a madre teresa), qualche prete italiano a evangelizzare nei villaggi di montagna.



In tutto questo gli albanesi, non più ingenui e esageratamente affettuosi come in passato, ma sempre speranzosi per il futuro, passeggiano o consumano al bar, sicuri che la loro vita non può che migliorare.


Foto:
1: Tirana, il mausoleo piramide di Enver Hoxha, utilmente riciclato per accogliere Bush.
2: Skhoder, statua del partigiano ignoto, scampata all'abbattimento, palazzo dell'epoca comunista, palazzo dell'epoca democratica.
3: Skhoder, minareti e campanili che sgomitano.