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16 giugno 2008

vent'anni senza Pazienza

E' morto nel 1988 quando si stava quasi smettendo di morire in quel modo. Oggi avrebbe 52 anni, e avrebbe potuto scrivere una quantità enorme di altre storie. E chissà come avrebbe visto i fatti di adesso. Chissà se avremmo dovuto vedere imbarazzanti abiure alla Staino.
Era incredibilmente prolifico. Ha scritto molto e su tutto, anche molto autobiografico e quotidiano. Tanto da dare l'impressione che fosse facile fare le cose che faceva lui. Invece no, perché dicono fosse un disegnatore eccezionale. E inoltre per Visca, l'insegnante di non ricordo quale materia specifica del liceo artistico, nonché il personaggio dei suoi primi fumetti, che invece di provare a normalizzarlo è stato il suo primo sostenitore . Così, ripensando agli insegnanti delle superiori che ho avuto io (come molti altri), mi è chiaro che per avere un Pazienza ci vuole un talento eccezionale e molti Visca sulla sua strada.



26 febbraio 2008

antonio persia

Antonio Persia è un cantautore e blogger. Nonostante sia più (e da più tempo) cantautore, è più facile conoscerlo come blogger, semplicemente andando su antoniopersia.splinder.com
Chi conosce il suo blog sa che è molto lucido e molto ruvido, come capita spesso ai cantautori quando invece della musica si esprimono con la parola. Ricordo ad esempio un concerto in cui Claudio Lolli, erano i tempi in cui impazzava la canzone "vaffanculo" di Masini, ricordava che ad inventare il vaffanculo era stato Piero Ciampi: ma mentre Masini in realtà non diceva vaffanculo a nessuno, e si limitava a urlarlo assieme al pubblico, Ciampi mandava realmente affanculo il suo pubblico, il quale, risentito, restituiva l’invito al mittente.

Come blogger Antonio è piuttosto conosciuto, ma la sua musica, invece, è oscurata. Ha fatto due dischi, praticamente introvabili, a meno di ordinarli direttamente a lui.
Il primo disco, “Irriducibilmente… ancora canto” autoprodotto, è uscito nel 1990.

Il titolo riprende le parola di " L'ultima canzone", una sorta di manifesto del cantante di strada "mi sto meravigliando mentre ancora canto. Irriducibilmente, credo ancora a questo incanto".

Qui è racchiusa tutta la poetica di Antonio Persia artista, l’amore per un certo modo di fare musica, la tenacia di continuare nonostante le difficoltà. Ed è una ballata frizzante, che fa il paio con la fresca "Estate italiana”, canzone che conclude il disco in una ventata di speranza pop.
Per contrasto, il pezzo d’apertura è la rifessiva "Pierpaolo", omaggio affettuoso e malinconico per Pasolini, all’Idroscalo di Ostia, impreziosita da un coro femminile nel riff finale che ricorda l’ultimo de André, per quanto i versi siano invece presi in prestito a Francesco de Gregori. Sulla stessa linea è "Palermo", da cui traspaiono amore e disperazione, conditi da un sound mediorientale.

Il secondo disco, del 1992, si chiama “Ritorno al Futuro con le Canzoni Negate”, e contiene pezzi nuovi, ma anche altri esclusi forzatamente dal primo disco, che durava solo 26 minuti. Questo invece ne dura 85.

E’ una sorta di concept album, con delle brevi registrazioni d’attualità tra una canzone e l’altra: molte non sono riuscito a individuarle, per l’assenza di note, ma significative sono due interviste, a Occhetto e Sbardella, sulla possibilità che il Pds entrasse inopinatamente in un governo con Dc e Psi con Craxi presidente del consiglio. Quell’ipotesi poi sfumò, ma il partito nato dal Pci trovò in seguito nuove possibilità di autoscreditarsi.
E’ un opera molto ben radicata nell’attualità di allora. Il 1992 fu l’anno dello scoppio di tangentopoli e della grande offensiva della mafia, ma anche di una speranza che in Italia le cose, dopo cinquant’anni, potessero cambiare. Nel disco questa speranza non si sente, come se l’autore avesse già previsto come sarebbero andate le cose, mentre in tutti i testi è sempre in agguato l’ironia, che raggiunge i suoi apici nella swingante (e Caputiana?) “Appuntamento a Roma”, in “19P2” dove una musica giocosa contrasta volutamente con l’argomento drammatico, nel rock ecologico “Ossido, Tossico, Yeah” e nella suggestiva “Cara vecchia canzone d’autore”, affettuosa ma severa considerazione sullo stato della canzone d’autore del tempo.

Tra i pezzi da segnalare ci sono “Altri auspici”, poetico affresco che ripercorre i cambiamenti della società dal 1959 , in cui Persia sottolinea l’importanza e la fatica necessarie per trovare una strada valida, e per insegnare tutto questo al figlio. Il discorso genitoriale è presente anche nella lieve “Si torna in città”, canzone agrodolce sulla fine di un’estate mentre “Nu poc' 'e libbertà” è un esercizio di stile in forma di canzone napoletana, ma, credo, il dialetto è di Fondi.

03 ottobre 2007

verso il 20 ottobre

Dal manifesto di oggi.
In genere non mi piace copia-incollare cose che trovo su internet, perché è un gesto che non aggiunge nulla. Però faccio un eccezione, perché questo articolo resterà on line solo una settimana e perché non potrei mai scrivere da solo un post come questo articolo, non conoscendo un caso di precarietà così esemplare (e che parla così bene, tra l'altro).
Come Massimo, ci sono milioni di persone che vivono male solo per far risparmiare qualche soldo al loro datore di lavoro, che talvolta è un ente pubblico o lo stato stesso.
Il 20 ottobre, ma non solo quel giorno, si può fare qualcosa per loro.


La Scala replica lo «stagionale»
Di «lusso» - 25 mila euro l'anno - ma pur sempre precario. Massimo, 49 anni, lavora al call center del teatro milanese. La vita? «È altrove». Nei libri e in montagna
Manuela Cartosio
Milano
Da giovane suonava il sax. Gli è rimasto un fraseggio a strappi, ogni strappo una citazione. Il tempo di bere un caffé e parte la prima: «Come diceva Rimbaud, la vita è altrove». Altrove rispetto al «bunker», lo stanzone nel mezzanino della metropolitana in piazza Duomo dove Massimo Berni, 49 anni, lavora dal 1992 all'Infotel del Teatro alla Scala. Sei ore e venti minuti al giorno, sei giorni la settimana, per undici mesi all'anno fornisce informazioni sugli spettacoli in cartellone, su come e dove prenotare i biglietti «a gente che mediamente confonde un'opera con un balletto e che stramazza quando scopre che Wagner dura quattro ore». Contratto da «stagionale», anche se ormai la stagione della Scala è sempre più lunga (da settembre a luglio 26 alzate di sipario al mese), reiterato ogni anno, per non «sfondare» la pianta organica, risparmiare sul costo del lavoro, tenere la gente sulla corda della precarietà. Gli «stagionali», variamente precari, alla Scala sono circa 400 (i dipendenti fissi sono il doppio).
Massimo, diploma da corrispondente in lingue estere, il '77 come cifra politica e culturale, classica trafila di lavorettti mordi e fuggi quasi tutti in nero, alla Scala è entrato nell'86 come «maschera». Contratto a prestazione occasionale, pagato «a cartellino», «in divisa nera rimediavo 700-800 mila lire al mese». Nel '92 passa al call center dove resta ancora per cinque anni «a cartellino», fino al '97 quando arriva il contratto da stagionale. «Ebbene sì, adesso sono un precario di lusso». 24 mila euro l'anno, con contributi, ferie, malattia, tfr «che mi tengo ben stretto», sussidio di disoccupazione per il mese scoperto. Quello alla Scala per Massimo è il «primo lavoro», nel senso che da lì vengono «la busta paga e il welfare». Lo fa senza feeling, senza passione: «Timbro e basta, come in fabbrica. Il lavoro è routine senza prospettive di cambiamento, lo faccio in apnea». Orgoglio d'appartenenza? «Neanche un briciolo. La Scala è un bottegone, specchio fedele di questa brutta Italia, mi sono disamorato». Le gratificazioni vengono dal secondo lavoro, revisione di bozze per Egea, la casa editrice della Bocconi. Cinquemila euro l'anno, collaboratore occasionale a ritenuta d'acconto. Sveglia alle cinque di mattina quando bisogna consegnare il malloppo, «campare solo con i libri sarebbe l'ideale, purtroppo non si può». E arriva l'altra citazione, sorprendente sulla bocca di un ex Sessantasettino con l'immaginetta di San Precario nel portafogli: il Martin Eden autodidatta di Jack London, lettura base tanto tempo fa di generazioni di militanti comunisti. «Vengo da una famiglia povera che considerava la lettura e lo studio la strada maestra per emanciparsi». Non è andata esattamente così: «La mia è la prima generazione che sta peggio dei genitori». Non servono buone letture per rispondere a un call center. Il lavoro «moderno» non è solo precario, dissipa intelligenza e cultura, l'esatto contrario della cosiddetta società della conoscenza e della formazione permanente. Massimo ne ha preso atto e ricava le sue «soddisfazioni interiori» non dal «primo» lavoro, ma dai libri: «Esisteranno sempre e da vecchio, se gli occhi non mi tradiranno, potrò dedicarmi solo a quelli». Da «vecchio» significa tra una dozzina d'anni quando maturerà la pensione volontaria che si sta facendo con l'Ina (versa 110 euro al mese) da sommare a quella «sicuramente povera» della Scala.
Figli? «Non ne voglio per scelta. Ho una gatta». Moglie? «Fidanzata convivente. Lei sì che è una precaria dura. Lavora per il comune di Milano come animatrice socio-culturale, contratti da 4 mesi, 400 euro al mese a part time. Va avanti così dal 1995. Quando si avvicina la scadenza del contratto, Sara comincia ad avere lo sguardo nel vuoto. Se stai sulle balle al dirigente di zona, rischi. Se il dirigente vuol passare il lavoretto al figlio dell'amico, idem». Casa? «Sono fortunato, 55 metri quadrati a 500 euro al mese, mezzora di metropolitana da piazza Duomo. Riesco a mettere da parte qualcosa ma finora non ho pensato a mutui o roba simile». Tempo libero? «Trekking in montagna. Con un solo giorno libero alla settimana di strada non ne fai molta. Qualche volta prendo un giorno di ferie e l'attacco al turno di riposo». Amici? «Conto sulle dita di una mano quelli con un lavoro fisso. Pochi quelli con figli. Non solo per ragioni economiche, ma per la fatica di mettere insieme i tasselli e i tempi di una vita precaria».
Politica, sinistra, sindacato, governo Prodi e affini? «Omissis». E' una battuta, perché poi Massimo dilaga. Riassumendo: si qualifica un «anarchico-ecologista» che ha votato alle ultime elezioni per buttare giù Berlusconi, «pura delinquenza organizzata». Bisognava farlo, «anche se lo sapevo che il centro sinistra è puro liberismo, sempre 'sto chiodo di pareggiare i conti, si fa dettare la linea dalla Bce». La legge 30 è sempre lì, nonostante le promesse programmatiche, e comunque il peccato originale sta nel pacchetto Treu. Il tempo per il governo Prodi è «ampiamente» scaduto, il giudizio su Rifondazione è «ampiamente» negativo. E però - disattenzione o bontà d'animo? - la sentenza «bisogna far cadere il governo» il nostro interlocutore non la pronuncia. Massimo non è iscritto ad alcun sindacato. Boccia il protocollo sul Welfare, ma si capisce che la cosa non è in cima ai suoi pensieri. Il sindacato, «guai se non ci fosse, il problema sono i sindacalisti, difendono solo quelli che hanno la tessera, una roba che non mi aspettavo dai figli di Di Vittorio». Alla Scala salva alcuni delegati, «eletti dai lavoratori», va giù pesante su «burocrati» e segretari di categoria. Rimprovera alla Cgil d'aver «scoperto» i precari «quando eravamo già 3 milioni, un po' tardi». Sul grillismo è diviso: «Capisco lo sbotto, il ceto politico se lo merita tutto, ma ne percepisco la pericolosità». Sul Pd manco lo interroghiamo. E, sua sponte, Massimo detta: «E' autoeletto, autocelebrativo, autoreferenziale. Pussa via».
A un uomo di mezza età, che da giovane aveva sentito il fascino del rifiuto del posto fisso, chiediamo un bilancio. «La nostra utopia è stata realizzata in versione capitalistica». I padroni dalla flessibilità e dalla precarietà hanno ricavato due utili: uno economico, pagano meno la forza lavoro; l'altro politico-sociale, hanno frantumanto la classe. «Una volta centomila in piazza chiedevano la stessa cosa, adesso ognuno chiede la sua cosetta». Dunque, è sconfitta? «Su tutta la linea». Non tanto per le condizioni materiali di vita e di lavoro, «le mie tutto sommato sono discrete». Quanto per il paese che ne è venuto fuori: «La società italiana non è mai stata tanto feroce, ignorante, cafona, impermeabile all'altro. Io, io, io. Gli italiani non sanno dire altro. Io, il più lurido dei pronomi, questo pidocchio del pensiero, come diceva Gadda».
Urge un secondo caffé, per tirarsi su. Zuccherato con un ricordo non dei tempi in cui Berta filava ma di pochi anni fa: «Alla Scala siamo stati gli unici in piena epoca Berlusconi a vincere due a zero. Volevano segare tutti i precari e far fuori pure dei fissi. Non ci sono riusciti».
Il 20 ottobre trekking a Roma? «Ci sto pensando».

14 marzo 2007

Chi è il conte oliver



Il conte oliver originale è il personaggio raffigurato nella prima immagine.
Per comodità copio direttamente dalla descrizione del cast del gruppo tnt che si trovava nei fumetti di Alan Ford:

Il conte oliver è un nobile inglese del casato degli oliver-oliver. Ricercato continuamente dalla polizia per il suo illecito hobby di arraffare tutto quello che trova. E’ il più efficiente agente del gruppo, dotato di self control e di una dose di sfacciataggine che gli fanno risolvere le situazioni più intricate.

Il conte oliver è stato ideato da Max Bunker, il disegno è di Magnus, la descrizione probabilmente è di qualche redattore della editoriale corno o magari di Max Bunker stesso.



Il conte oliver che scrive su questo blog invece è quello in primo piano nella seconda foto, mentre tenta inutilmente di confondersi con gli zapatisti.
Purtroppo ancora non ho una descrizione a portata di mano. Quella del conte originale infatti non corrisponde per niente.

12 marzo 2007

alberto grifi

Alberto Grifi è uno dei maggiori registi "sperimentali" italiani. Poiché è complicato provare a dare una definizione di cinema sperimentale, è più esplicativo parlare del film che ho visto ieri, che poi è il suo più famoso. "Anna" è un film del 1972-75, dura quasi 4 ore, è stato girato con uno dei primi videoregistratori e poi riversato in pellicola grazie a metodi piuttosto ingegnosi, inventati dallo stesso Grifi. Il film era partito come film di denuncia (tradizionale, con un'abbozzo di sceneggiatura) sulla vita di una ragazza sedicenne incinta che viveva per strada intorno a piazza navona, conosciuta dal coautore Massimo Sarchielli.
Ben presto però è stato chiaro che cercare di rappresentare il vero utilizzando la finzione, per di più con una sceneggiatura calata dall'alto e da un punto di vista esterno, con un occhio pietoso e voyeuristico, avrebbe portato il film a un completo fallimento.
Le maestranze allora prendono via via possesso del progetto film, fino al momento cruciale in cui Vincenzo, l'elettricista della troupe, esce dal suo ruolo di forza lavoro passiva ed entra in campo, dichiarando il suo amore per Anna, diventando il protagonista e compiendo un gesto rivoluzionario di ribellione al potere, replica di quello esistente nella società, rappresentato da regista e sceneggiatore. A quel punto il film smette di essere di finzione, la sceneggiatura viene buttata e si filma soltanto la vita reale: la storia di Anna e Vincenzo, ma anche spaccati della generazione post '68.
Alla fine del film è stato proiettato un breve filmato d'epoca in cui Grifi racconta la fine di Vincenzo: accoltellato durante una rissa da Claudio Volontè, attore e fratello di Gian Maria.
Il film è raro e difficile da vedere (l'audio è pessimo), ma è eccezionale.
Grifi e Sarchielli erano presenti alla proiezione e faceva uno strano effetto vederli da vecchi quando nel film erano giovani ed è difficile immaginare invecchiati gli autori di un film così.
L'occasione era un premio alla carriera di Grifi da parte della festa del cinema di Roma. Grifi infatti ha problemi economici e di salute, è anche in corso una campagna per fargli ottenere i benefici della legge Bacchelli.
Si merita entrambe le cose.

Update, frase di Grifi sentita oggi alla radio:
"Realizza i desideri" era uno slogan situazionista, adesso è uno slogan della Rinascente.

18 dicembre 2006

pino ratto

Abbiamo rivisto Pino Ratto al Forte Prenestino per "terra,terra". Pino Ratto è un po' l'Andrea Sacco dei vignaioli. E' un signore piemontese di una settantina d'anni, faccia da contadino, che conversa con estremo garbo di tutto con tutti, principalmente del suo vino, meglio se intanto gli interlocutori lo stanno assaggiando.
Ci ha detto che ha imbottigliato da pochi giorni l'annata 2004, dopo l'invecchiamento in barrique, che è stato il primo ad introdurre il barrique in Italia negli anni 60, che ha scelto di uscire dalla denominazione di origine controllata del dolcetto di ovada e adesso sulle sue etichette c'è scritto semplicemente "vino da tavola".
Probabilmente lo venderà comunque senza problemi, adesso che è diventato l'uomo simbolo del movimento critical wine, che lo ribattezza "poeta della terra".
Di fatto una bottiglia l'ho comprata pure io: sull'etichetta c'è scritto solo ratto vino da tavola "le olive", bottiglia 2479 di 6000, con firma autografa (stampata) "Ratto Giuseppe".
E' costata 6 euro, un prezzo abbordabile per una sola bottiglia, non certo per il mio fabbisogno annuo di vino.
Questo è un po' tutto il problema di "terra, terra", fiera di produttori agricoli responsabili, che vendevano i loro prodotti a prezzo sorgente. Però questo prezzo sorgente è normalmente uno sproposito.
Tra l'agricoltura intensiva e insalubre, con la catena di distribuzione che alza il prezzo e l'agricoltura biologica che vende le patate a 3 euro al Kg. ci deve essere una via di mezzo.
Altrimenti l'agricoltura responsabile sarà alla portata solo dei ricchi oppure confinata nelle fiere. E ispirerà fiducia e simpatia solo se si presenta con la faccia antica di Pino Ratto.

16 dicembre 2006

renato biagetti

Update 31 agosto 2007

Domani 1 settembre 2007 dopo un anno dall'assassinio di Renato, dalle 17 al tramonto, c'è una manifestazione per ricordarlo nel luogo dove è stato aggredito. E' passato un anno in cui da un lato molti progetti di Renato sono stati realizzati o sono in via di realizzazione da parte delle persone che vogliono ricordarlo, dall'altra il fascismo, a faccia scoperta o nascosta, ha preso coraggio con altre aggressioni impunite.



Update 12 luglio 2007

Il tribunale di civitavecchia (che ha la giurisdizione per focene) ha condannato il maggiorenne a 15 anni di reclusione in primo grado (senza il patteggiamento sarebbero stati 24).
Il pubblico ministero ha creduto all'ipotesi della rissa e nella requisitoria ha parlato in maniera sconcertante di scontro tra "opposte culture".
Il minorenne, destinato a diverso iter giudiziario è attualmente a piede libero, in attesa di decisioni del giudice.


Renato Biagetti scriveva musica anche lui, come Frank Zappa e Silvio Rodriguez, e faceva anche molte altre cose, ma non è conosciuto per nessuna di queste.
E' invece conosciuto perché l'estate scorsa è stato accoltellato in un posto sul mare vicino Roma, Focene, all'uscita da una festa. E' stato accoltellato senza motivo da due giovani del posto, un diciassettenne e un diciannovenne figlio di un carabiniere, con "forza e onore" tatuato sul braccio.
In questi giorni sono in corso le udienze preliminali al tribunale dei minori. Finora sembra che tutto vada come deve andare. Si va verso il rinvio a giudizio degli imputati, sembra inattaccabile anche al processo la tesi dell'aggressione, nessuno dà più credito alla tesi della rissa, che tanto era piaciuta ai giornali all'inizio. L'autopsia ha dimostrato che Renato aveva solo i segni delle (otto) coltellate, nessun'altro segno causato da lotte. Niente rissa, quindi.
A queste udienze però i familiari di Renato e i due sopravvissuti all'aggressione (un amico, accoltellato anche lui e la ragazza di Renato, malmenata) sono stati insultati e derisi da una claque di simpatizzanti degli imputati.
Mi auguro che Renato possa avere giustizia, e mi auguro anche di non sentire più di perizie in cui i proiettili sono deviati da pietre e vanno da tutt'altra parte, come al processo per la morte di Carlo giuliani.

12 dicembre 2006

silvio rodriguez


Silvio Rodriguez sapete tutti chi è, quindi non devo aggiungere niente. O forse sì, in realtà in Italia non è molto conosciuto. Per chi non lo conosce, dico solo che Bob Dylan ha fatto una canzone su di lui, che si chiama "silvio". E' bob dylan che ha fatto una canzone su di lui, non il contrario. Per avere informazioni maggiori, la cosa più semplice è andare su google, anche se la maggior parte dei link che troverete sarà in spagnolo.
Insomma Silvio Rodriguez è un cantautore cubano e anche il mio musicista preferito, tanto che per vedere un suo concerto sono andato a San Sebastian (in Italia mi sambra che sia venuto solo al premio tenco una ventina di anni fa).
Data l'eccezionalità dell'evento avevo scritto anche un articolo che avevo mandato al manifesto, che prevedibilmente non mi ha mai risposto. A posteriori la cosa è facilmente spiegabile, dai lettori al manifesto non hanno bisogno di articoli , ma piuttosto di soldi. C'è da dire che non so nemmeno se l'indirizzo di mail era giusto. Anche se un'altra volta che avevo scritto alla redazione romana, per una comunicazione molto più prosaica (una rassegna cinematografica estiva al pigneto era tutt'altro che gratuita come avevano invece scritto), mi è arrivata una risposta di ringraziamenti fin troppo esagerati.
Comunque, per tornare a Silvio, posto qui l'articolo (e per una volta incollo roba scritta da me e inedita), scuserete lo stile un po' da aspirante articolo di quotidiano, e posto anche la foto, anche questa fatta da me quindi a prova di plagio, per quanto non si veda quasi nulla per colpa della poca luce.

Attenzione: chi arriva su questo blog cercando testi di canzoni di Silvio Rodriguez, può trovarli sul fondamentale sito cancioneros de trovadores


Chi invece arriva cercando informazioni sui prossimi concerti di Silvio Rodriguez in Spagna (ottobre 2007) può trovarle qui
Io andrò al concerto di Valencia. Se qualcuno è interessato lasci un commento.


Il doppio concerto di Silvio rodriguez all'auditorio del Kursaal a San Sebastian fa parte della sua tournèe europea più lunga da molti anni a questa parte, con una decina di date in Spagna e una speciale a Londra, with friends, il 22 settembre.
Poco conosciuto in Italia ma oggetto di culto in America Latina e Spagna, il cantautore cubano inventore della nueva trova ha lasciato nello sconforto i tantissimi fan delle città e regioni spagnole non toccate dal tour, come Barcellona, Valencia o le Canarie. Il sud si è dovuto accontentare di una sola data a Siviglia, mentre in Galizia, dove erano previste quattro serate, i concerti sono stati annullati a causa dei tragici incendi che hanno devastato la regione nel mese di agosto. Rodriguez ha poi trovato modo di riconciliarsi con il pubblico galiziano organizzando un concerto gratuito a Pontevedra. Anche il costo dei biglietti ha scatenato dure polemiche nei blog e nei forum, con prezzi che partivano da 40 euro, incompatibili, secondo molti appassionati, con un artista che si dichiara comunista.
Nonostante tutto ciò, solo in pochi hanno rinunciato alla rara occasione di vederlo suonare dal vivo e Rodriguez ha ricambiato offrendo a San Sebastian il 7 settembre un concerto molto lungo e ispirato, accompagnato da giovani musicisti, sua moglie, la flautista Niurka Gonzalez, il trio di chitarre acustiche trovarroco e il batterista Oliver Valdes.
La dimensione acustica e i luoghi raccolti dei concerti (quasi tutti auditorium con meno di duemila posti) sono congeniali per l'introverso cantautore.
Rodriguez sceglie solo due pezzi dall'ultimo doppio album appena uscito Erase lo que era, che comprende pezzi scelti tra gli inediti negli anni sessanta, quando si era imbarcato su un peschereccio che faceva il giro del mondo, e soltanto tre dal precedente Cita con angeles, frutto di un momento di grande creatività seguito alla nascita di una figlia, e composto da brani scritti per l’occasione, su argomenti di attualità come la guerra in Irak, mentre privilegia i suoi classici di tutta la quarantennale carriera, da Ojalà a Pequena serenata diurna, da Oleo de mujer con sombrero a Unicornio.
Non parla molto tra una canzone e l'altra ma risponde volentieri alle domande urlate dal pubblico, richieste di canzoni, concerti in altre città o informazioni sulla salute di Fidel Castro ("meglio, grazie, forse farà un'apparizione al vertice dei paesi non allineati").
Durante i bis sono apparsi striscioni e slogan a favore di Inaki la Juana, un detenuto indipendentista basco da più di un mese in sciopero della fame, con buona parte del pubblico che urlava "Iñaki Askatu", "Iñaki libero". Silvio si alza per chiedere cosa dica il pubblico e una volta saputo, annuisce.
Nei bis alterna pezzi da solo e con il gruppo, ritornando in scena varie volte. Dopo più di due ore e un quarto il concerto si conclude con il pubblico sodisfatto che ringrazia, ancora in basco: "eskerrik asko".

09 dicembre 2006

frank zappa

Frank Zappa sapete tutti chi è, quindi non devo aggiungere niente. Non l'ho nemmeno mai visto in concerto, una volta ho rischiato di andarci, nel 1988, ma poi non ci sono più andato (errore di gioventù). Comunque era nel periodo orchestrale/synclavier, quindi mi consolo pensando che non mi sarebbe piaciuto.
Ma se si vuole leggere un parere su un disco, mica vi volete affidare ai vari Scaruffi ?
Meglio andare qui, d'accordo, è in inglese, ma il tizio è competente. Ogni anno, a dicembre, tra la data di anniversario della nascita e quella della morte, si risente tutti i dischi di Zappa e revisiona il sito.
Per testi e note di copertina, invece, è ottimo questo.
Ah, dimenticavo: i miei tre preferiti di Frank sono Hot Rats, The Grand Wazoo e Sheik Yerbouti.