08 aprile 2021

Elogio dell'imprudenza

 ‹‹- E per scendere?

- Per scendere vedremo, - rispose; ed aggiunse misteriosamente: - Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga. 

Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventata un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. (…)

Ma tornammo a valle coi nostri mezzi e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino››.


Primo Levi


da “Ferro” ne Il sistema periodico

20 marzo 2021

Intanto a San Lorenzo


A San Lorenzo, piazza dell'Immacolata, un progetto di decoro urbano, molto in voga in questi anni, punta a cancellare il precedente assetto dedicato alla movida e al consumo selvaggio, che non è più ultimamente molto in voga, dopo una breve infatuazione e dopo aver arricchito molto alcune categorie.

Chissà chi si ricorda che c'era un tempo in cui la movida non esisteva ancora (è nata all'incirca negli anni 90, quando fu eliminata la norma sul limite di licenze commerciali dello stesso tipo in zone ravvicinate), la piazza non era pedonale, piena di macchine parcheggiate e con una scritta al muro che diceva "caro Bettino, te pijasse un cancro ar pancreas"
 

06 marzo 2021

Il governo dei migliori

 È stata, quella crisi di governo assurda e insieme logicissima, la vittoria del blocco di potere che costituisce il baricentro di un capitalismo fattosi in quasi un trentennio di declino arrogante e straccione. Un ceto parassitario e speculativo, aggregato com’è intorno a quella che Luciano Gallino aveva chiamato l’”impresa irresponsabile”, immaginata per intenderci sul modello delle autostrade dei Benetton.

Ci stanno dentro gli avvelenatori dell’Ilva, i pessimi manutentori del ponte Morandi, i tradizionali vincitori degli appalti di tutte le “grandi opere” devastatrici del paesaggio, gli immobiliaristi romani e i robber baron del capitalismo delle reti oltre che, sotto, molto sotto, il reticolo pulviscolare dell’economia molecolare padana, galleggiante solo grazie ai bassi salari e all’assenza di resistenza sindacale.

Sono loro i vincitori del 13 febbraio. Loro che avevano incominciato a picconare Giuseppe Conte prima ancora che entrasse a Palazzo Chigi, contestandone (ricordate?) il curriculum, preoccupati che il suo sguardo si posasse un pochino – poco poco, appunto – su quanto sta in basso. Loro che hanno sostenuto l’offensiva di Salvini per svuotare la pur debole spinta anti-establishment dei 5Stelle nella compagine giallo verde (epico il ribaltamento sul Tav Torino-Lione), e poi a lavorare per scavare la terra sotto i piedi a quella giallo-rossa chiedendo, fin dall’inizio della pandemia, di mettere l’economia al di sopra della salute. Sempre loro a usare il capitano di ventura Matteo Renzi nella mattanza finale… Facciamocene una ragione: l’Italia è questa cosa qui, nelle mani di questa gente qui.

(Marco Revelli, il manifesto, 6 marzo 2021)

17 gennaio 2021

Vecchi ritagli



Quei tempi andati in cui leggevamo il giornale in cartaceo e, se ci piaceva qualcosa, lo ritagliavamo per conservarlo sembrano remoti almeno quanto la vignetta e il suo argomento.




30 novembre 2020

Quella volta che ho visto giocare Maradona (RIP)

L'anno doveva essere il 1985. Il luogo era sicuramente, ma sorprendentemente, lo stadio comunale "Domenico Longobucco" di Scalea. In una zona in cui il fenomeno della speculazione edilizia era arrivato alla sua maturità, a meno di una decina di chilometri era sorto il "villaggio Maradona", ennesima teoria di palazzoni di colori strani, per una clientela evidentemente tifosa del Napoli. Non si sa bene quali fossero gli accordi tra il calciatore e i costruttori per lo sfruttamento del nome, ma un esito tangibile fu una partita amichevole, da giocare di lunedì, con incasso da devolvere in beneficenza, tra lo Scalea, che all'epoca navigava tra campionato di promozione e prima categoria e una squadra creata per l'occasione, con Maradona, due suoi fratelli e il resto ragazzi delle giovanili presi nell'area di Napoli. Si era appena giocata Napoli-Juventus, quella vinta dal Napoli con il famoso gol di Maradona su punizione da dentro l'area di rigore (tra l'altro rivedendola oggi perché inserita in molti necrologi, ho realizzato che non aveva sbagliato Tacconi, come pensavo all'epoca, casomai i giocatori in barriera). 

Il biglietto costava 25 mila lire, un prezzo molto alto, anche considerando la beneficenza. Per vedere una partita dello Scalea se ne pagavano al massimo cinquemila, e venticinquemila bastavano per entrare in uno stadio di serie A, in curva. Così l'incasso fu di sole 500.000 lire: venti paganti. Gli spettatori erano però alcune centinaia. Chi rientrava nella mia fascia di età, ostentando atletismo e trasgressione, scavalcava, ma molti altri saranno passati direttamente dai regolari cancelli senza pagare.

Da quelle parti ci sono tantissimi tifosi della Juventus (e i restanti sono quasi tutti per Inter e Milan), che pensarono di farla pagare a Maradona per il gol in campionato, e quindi fu fischiato per tutta la partita.

Maradona giocò da libero alla Picchi, uscendo raramente dalla propria area di rigore. Ciò deluse ulteriormente il pubblico, che non considerò che il lunedì era il giorno libero dei calciatori, che di domenica avevano giocato in campionato. Non mi ricordo il risultato finale e nemmeno chi vinse. Però,  a giudicare da quante persone potevano sfoggiare la foto con lui, Maradona fu molto disponibile anche dopo la partita.

Di quella  partita si parlò ancora per molti giorni. Ma invece della gioia di aver visto giocare un campione di quella portata, ricordo piuttosto considerazioni un po’ livorose, ad esempio: "il nostro 11 gli ha fatto il tunnel e il nostro 6 lo ha dribblato".


30 aprile 2020

Gianni Rodari 1920-1980

“Sono un uomo senza passato
me ne infischio del mio passato
il mio passato è una bambina
di sette anni che andava in cartiera
e che io ho chiamato madre
i miei casi meschini
sono meno che merda
di fronte alla sua paura
alle sue piccole gioie così piccole
che la storia non potrà registrare
nel mio passato c’è un uomo
che ha impastato milioni di pani
e che io ho chiamato padre
il mio passato è il suo odio
per il suo padrone
il suo amore per i gatti
la sua docile morte
io amo il mio passato
Lenin Marx Giulio Cesare Mosè
sono il mio passato
Gesù Cristo e lo schiavo
che costruì le piramidi
tutti gli umiliati e gli offesi dei millenni
il pitecantropo e il suo fuoco magico
Leopardi Dante e Socrate e mia nonna
che insegnava a cantare nella sua chiesa paesana
le montagne sono il mio passato
i laghi prealpini e i loro pesci
le stelle e i loro pianeti
le candele e i loro altari
le trottole i mitragliatori
i nidi delle processionarie
il Vangelo il Corano di Vittorio
gli occhiali di Togliatti
i fuochi della Rivoluzione d'Ottobre
Robespierre e la sua ghigliottina
Gandhi e il suo fuso
Spinoza e il suo latino
Rabelais e i suoi giochi di parole
Breton Orazio Sacco e Vanzetti
Pinelli è il mio passato
la Ghirlandina e i suoi morti
San Gemignano e le sue torri
Dostoevskij primo amore
Tolstoj fiume senza parole
i bachi da seta sono il mio passato
i dinosauri Hitler Mussolini
Churchill Stalin Roosevelt Moscatelli
e persone che voi non conoscete
morti che io non ho conosciuto
tutto ciò che saprò
tutto quello che non saprò mai
e le alghe in fondo ai mari
i mari in fondo all’universo
l'universo in fondo ai suoi microbi
le lune in fondo ai loro cieli
le parole in fondo alle loro vene
i pazzi i profeti gli assassini i preti
i poeti i lebbrosi i dervisci
gli impiegati d’ordine
i manovali portatori di terra
lo zio disperso nelle Americhe del Sud
le sue ossa spolpate dalla lontananza
io sono il mio passato
il vostro presente
l’avvenire di tutti
me ne infischio del mio nome
posso perdermi senza rimpiangermi
come si perdono i capelli
sotto le forbici del parrucchiere
come si perde il sole ogni sera
come si perdono le parole
con cui si finge di vivere,
di essere un tale, quel tale,
questo tale,
questo stronzo.”
(Versi  di Gianni Rodari. Sono praticamente sconosciuti e furono trovati postumi dall'autore della sua biografia, Marcello Argilli, tra i quaderni privati dello scrittore, morto 40 anni orsono)

18 marzo 2020

Coronavirus: i giorni che non si potranno dimenticare

La cosa agghiacciante è che c’è una quantità consistente di persone che al netto della paura è *contenta* del coprifuoco. Ci sono milioni di Rose e Olindi che ricorderanno questo periodo (se e quando finirà) come il più bello della loro vita. C’è ordine, tutto è pulito, tutti stanno a casa e sono obbligati a vivere come loro hanno sempre vissuto. Passerà il virus, prima o poi, in un modo o nell’altro, ma quella gente là e i loro angeli in divisa non molleranno facilmente il potere che il virus gli ha dato.
(tuco - 17 marzo 2020)

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(autore e luogo sconosciuti - inizio pubblicazione intorno al 15 marzo 2020)