«No. Sono convinto che nessuno abbia bisogno di sentire un'altra opinione. Il mondo è pieno di opinioni, tutti quanti hanno il loro cazzo di opinioni, e per di più si ostinano a fartele conoscere. Possibile che nessuno si sia accorto che le opinioni degli altri non importano un cazzo a nessuno? Anche le opinioni personali che ha ciascuno di noi. Mi pare che la mia opinione abbia un valore soltanto se me la tengo per me, o al massimo per i miei amici. Una volta, soltanto i saggi dichiaravano le loro opinioni, e adesso? Ho sentito dire un casino di volte "ho il diritto di esprimere la mia opinione", e invece no, te la tieni per te. Mi sono rotto le palle delle opinioni e dei giornali. Adesso basta, avere un'opinione dovrebbe essere un fatto eccezionale, un qualcosa di studiato, pensato, meditato (...)».
(David Trueba, "Quattro amici")
Qualche anno fa questo frammento mi era piaciuto, tanto da ricopiarmelo. Poi però devo aver cambiato idea, altrimenti non avrei questo blog (e l'altro).
08 ottobre 2008
28 settembre 2008
14 settembre 2008
Yanquis de mierda, váyanse al carajo cien veces
Il vecchio Chavez ha messo a segno un altro colpo nella lotta per la liberazione dell'America Latina dalla letale influenza degli Stati Uniti e dei loro organismi internazionali. La cacciata dell'ambasciatore la aveva fatta anche Evo Morales (tra l'altro quello in Bolivia aveva un curriculum migliore nella istigazione di secessioni strumentali, con un brillante successo in Kosovo), ma la frase ad effetto, che nell'ormai ex cortile di casa ha un enorme valore simbolico, è tutta opera di Hugo.
In Italia si parla poco e male della liberazione in atto in America Latina (i paesi in prima fila sono ancora aumentati, con l'aggiunta del Paraguay e anche quelli più moderati, come Argentina e Brasile, prendono coraggio), se ne enfatizzano le contraddizioni, sia per cercare di neutralizzare l'effetto di esempio, sia perché nel gruppo degli sfruttatori internazionali ci sono anche aziende italiane, come la Telecom in Bolivia.
Se ne è parlato a una proiezione del bel documentario di Fulvio Grimaldi "l'asse del bene", girato in vari paesi dell'America latina, con tappe tra i forajidos, "quelli che scacciano tutti", dell'Ecuador o a Cochabamba della rivolta per l'acqua e del grandioso "me cago en la propriedad privada". Secondo Grimaldi l'Italia di oggi, con questo misto di smarrimento, assuefazione e rassegnazione, assomiglia all'Argentina di fine secolo scorso. Dopo la dittatura dei militari, dal 1976 al 1983, c'è stato un lungo periodo di dominio delle oligarchie con l'applicazione del neoliberismo friedmaniano, con la consueta ricetta di privatizzazioni, smantellamento dello stato sociale e depauperamento della popolazione a beneficio di pochi. Improvvisamente, a fine 2001, l'Argentina si è risvegliata, con i popolo dei cacerolazos, centinaia di migliaia di persone che ha detto di no alla svendita del paese, riprendendosi le piazze e poi il paese. Ma questo risveglio, sia pure improvviso, è stato preparato da piccoli focolai di resistenza, di lotta o di cultura: proiezioni, letture di poesie, occupazioni o blocchi stradali. Tutto ciò ha preparato quel paese al risveglio.
L'Italia, secondo Grimaldi, è nella fase antecedente al risveglio, ma deve cominciarsi a preparare alla nuova fase.
La militarizzazione del paese, le minacce di nuove Bolzaneto o Chiaiano in caso di proteste, leggi liberticide o operazioni finanziarie ai danni della popolazione, sono cose che l'America Latina ha già affrontato ed è riuscita a battere. L'Italia deve provarci.
In Italia si parla poco e male della liberazione in atto in America Latina (i paesi in prima fila sono ancora aumentati, con l'aggiunta del Paraguay e anche quelli più moderati, come Argentina e Brasile, prendono coraggio), se ne enfatizzano le contraddizioni, sia per cercare di neutralizzare l'effetto di esempio, sia perché nel gruppo degli sfruttatori internazionali ci sono anche aziende italiane, come la Telecom in Bolivia.
Se ne è parlato a una proiezione del bel documentario di Fulvio Grimaldi "l'asse del bene", girato in vari paesi dell'America latina, con tappe tra i forajidos, "quelli che scacciano tutti", dell'Ecuador o a Cochabamba della rivolta per l'acqua e del grandioso "me cago en la propriedad privada". Secondo Grimaldi l'Italia di oggi, con questo misto di smarrimento, assuefazione e rassegnazione, assomiglia all'Argentina di fine secolo scorso. Dopo la dittatura dei militari, dal 1976 al 1983, c'è stato un lungo periodo di dominio delle oligarchie con l'applicazione del neoliberismo friedmaniano, con la consueta ricetta di privatizzazioni, smantellamento dello stato sociale e depauperamento della popolazione a beneficio di pochi. Improvvisamente, a fine 2001, l'Argentina si è risvegliata, con i popolo dei cacerolazos, centinaia di migliaia di persone che ha detto di no alla svendita del paese, riprendendosi le piazze e poi il paese. Ma questo risveglio, sia pure improvviso, è stato preparato da piccoli focolai di resistenza, di lotta o di cultura: proiezioni, letture di poesie, occupazioni o blocchi stradali. Tutto ciò ha preparato quel paese al risveglio.
L'Italia, secondo Grimaldi, è nella fase antecedente al risveglio, ma deve cominciarsi a preparare alla nuova fase.
La militarizzazione del paese, le minacce di nuove Bolzaneto o Chiaiano in caso di proteste, leggi liberticide o operazioni finanziarie ai danni della popolazione, sono cose che l'America Latina ha già affrontato ed è riuscita a battere. L'Italia deve provarci.
12 settembre 2008
minime
Un candidato della coalizione di sinistra arrivò al villaggio di San Ignacio, in Honduras, durante la campagna elettorale del 1997. L'oratore salì sulla scala che fungeva da palco e di fronte allo scarso pubblico proclamò che la sinistra non corrompe il popolo, non vende favori in cambio di voti. Noi non diamo cibo - aggiunse - noi non diamo lavoro, noi non diamo denaro. E cazzo date allora? Domandò un ubriacone, che si era appena svegliato dalla siesta sotto un albero della piazza.
(Edoardo Galeano)
(Edoardo Galeano)
03 settembre 2008
L'eredità del cemento
La mostra "L'eredità del cemento - Quartiere radioattivo" dell'istituto polacco è stata presentata dalla stampa come se il vero tema fosse la condanna del socialismo reale. Ad esempio secondo un comunicato era "sul tema degli orrori edilizi delle unità abitative che costituiscono lo scenario metropolitano di tanta parte della Polonia uscita dal totalitarismo".
Probabilmente ci sarei andato lo stesso, poiché sono un grande appassionato dell'architettura a blocchi. E' un tipo di architettura molto diffusa nei paesi socialisti, ma non solo (la denominazione precisa sarebbe "edificio a pannelli prefabbricati", ma in Polonia sono chiamati familiarmente "blok" e userò "blocchi" o "architettura a blocchi" per il resto del post).
A Roma, ad esempio, ci sono state varie realizzazioni di questo tipo e anche qui c'è la facile corrispondenza tra architettura a blocchi e degrado. Eppure ad esempio il progetto di Pietro Barucci dei ponti di Laurentino 38 era ragguardevole, con la strada resa veloce per le automobili perché liberata da pedoni, e i ponti, pensati, oltre che per l'attraversamento stradale, per essere area pedonale su due livelli, con negozi al livello inferiore e servizi a quello superiore.
Ma servizi e negozi non furono mai realizzati e i locali vuoti furono occupati da altri senza casa. Il degrado sociale arrivò presto, seguito da quello strutturale. Così pochi anni fa è stato demolito uno dei ponti, da parte della giunta di Veltroni, che prendeva le distanze dal progetto e dalle giunte rosse degli anni '70, con la destra che applaudiva.
L'architettura a blocchi si ispira a Le Corbusier e alla sua idea di produzione standardizzata, basata su un modulo replicabile all'infinito.
Le idee di Le Corbusier trovarono terreno fertile nella Polonia del dopoguerra perché le città erano state praticamente rase al suolo, e si erano ripopolate con massicci fenomeni di industrializzazione e urbanizzazione.
I paradigmi modernisti furono però filtrati da specifiche condizioni economiche , sociali e politiche e quindi banalizzati e semplificati. Anche quando si aspirava alla copia conforme, come la Superjednovska di Katowice con l'unité d'habitation di Marsiglia, il risultato fu una specie di fratello povero.
Gli architetti furono estromessi dai progetti in favore dei politici (unica eccezione, che diede luogo a progetti ritenuti tuttora validi, fu quella dell'architetto-politico Halina Skibniewska).
I blocchi furono visti solo come un mezzo che permettesse di risolvere rapidamente il problema della scarsità di case, in maniera facilmente amministrabile centralmente e in modo che lo spazio fosse uguale per tutti.
Negli anni '50, per un breve periodo i polacchi ambivano ad abitare nei blocchi, che costituivano effettivamente un miglioramento delle condizioni abitative.
Più tardi progetti e materiali di costruzione peggiorarono e i servizi sociali inclusi nei progetti non furono realizzati per motivi economici. L'assenza di servizi, sommata ai materiali scadenti, ha portato a un rapido degrado di questi palazzi, principalmente degli interni.
Nei decenni successivi i blocchi erano diventati paesaggio consueto in Polonia.
Negli anni'80, ai tempi della canzone "Quartiere radioattivo" del gruppo punk Brygada Kryzys, che dà il titolo alla mostra, e della legge marziale, i blocchi erano visti come simbolo di omologazione di un sistema opprimente.
Oggi sono abitati in massima parte da persone che non possono permettersi case migliori.
Mentre in Germania, alcuni palazzi a blocchi sono stati demoliti, dopo essere stati abbandonati dagli abitanti, in Polonia ciò non è successo.
Interventi di riqualificazione sono auspicati, ma finora si sono limitati alla tinteggiatura in colori pastello.
D'altra parte dopo la caduta del comunismo, non si costruirono più blocchi, ma
a parte la presa di distanza ideologica, le nuove costruzioni, con quartieri recintati e ultrasorvegliati, hanno continuato l'opera di distruzione del tessuto sociale della città che è iniziata con i blocchi.
In Polonia circa il 30% delle abitazioni è realizzata a blocchi e dentro ci vivono circa dieci milioni di persone, cioè poco meno del 30% della popolazione.
Se il luogo dove si è cresciuti influenza sempre il lavoro di un artista, ciò è ancora più vero per i blocchi, che aspiravano a modellare in modo programmatico le menti dei suoi abitanti.
Curiosamente gli artisti sembrano affascinati proprio dagli aspetti più detestati dei blocchi: la possibilità di giocare con le forme replicabili, il fascino di una forma monotona e opprimente, la nostalgia per un passato che non c'è più.
Così ad esempio ci sono modelli di palazzi a blocchi realizzati a uncinetto con filo da calzolaio con base costituita da mobili polacchi originali anni '70 (Julita Wojcik), collage di fotografie di frammenti reali di blok che incollate vicine possono dare luogo a immagini di blok che non esistono nella realtà (Nicolas Grospierre), un blok in miniatura costruito a fianco a quello vero, con l'esterno che è copia dell'originale e l'interno che è delle dimensioni di un vero appartamento (Maciej Kurak). E poi il cinema, con blok (1982) di Hieronim Neumann carrellata muta di vita nel blok con la telecamera che invisibile si sposta negli appartamenti e Z mojego okna - Dalla mia finestra (Jozef Robakowski) in cui un videoartista filma la vista dalla sua finestra nel quartiere Manhattan di Lodz nel corso di 21 anni con commenti ironici e amari.
Nella foto, blok ad Almaty, Guantanamo, Tallinn, Ivanovo



Probabilmente ci sarei andato lo stesso, poiché sono un grande appassionato dell'architettura a blocchi. E' un tipo di architettura molto diffusa nei paesi socialisti, ma non solo (la denominazione precisa sarebbe "edificio a pannelli prefabbricati", ma in Polonia sono chiamati familiarmente "blok" e userò "blocchi" o "architettura a blocchi" per il resto del post).
A Roma, ad esempio, ci sono state varie realizzazioni di questo tipo e anche qui c'è la facile corrispondenza tra architettura a blocchi e degrado. Eppure ad esempio il progetto di Pietro Barucci dei ponti di Laurentino 38 era ragguardevole, con la strada resa veloce per le automobili perché liberata da pedoni, e i ponti, pensati, oltre che per l'attraversamento stradale, per essere area pedonale su due livelli, con negozi al livello inferiore e servizi a quello superiore.
Ma servizi e negozi non furono mai realizzati e i locali vuoti furono occupati da altri senza casa. Il degrado sociale arrivò presto, seguito da quello strutturale. Così pochi anni fa è stato demolito uno dei ponti, da parte della giunta di Veltroni, che prendeva le distanze dal progetto e dalle giunte rosse degli anni '70, con la destra che applaudiva.
L'architettura a blocchi si ispira a Le Corbusier e alla sua idea di produzione standardizzata, basata su un modulo replicabile all'infinito.
Le idee di Le Corbusier trovarono terreno fertile nella Polonia del dopoguerra perché le città erano state praticamente rase al suolo, e si erano ripopolate con massicci fenomeni di industrializzazione e urbanizzazione.
I paradigmi modernisti furono però filtrati da specifiche condizioni economiche , sociali e politiche e quindi banalizzati e semplificati. Anche quando si aspirava alla copia conforme, come la Superjednovska di Katowice con l'unité d'habitation di Marsiglia, il risultato fu una specie di fratello povero.
Gli architetti furono estromessi dai progetti in favore dei politici (unica eccezione, che diede luogo a progetti ritenuti tuttora validi, fu quella dell'architetto-politico Halina Skibniewska).
I blocchi furono visti solo come un mezzo che permettesse di risolvere rapidamente il problema della scarsità di case, in maniera facilmente amministrabile centralmente e in modo che lo spazio fosse uguale per tutti.
Negli anni '50, per un breve periodo i polacchi ambivano ad abitare nei blocchi, che costituivano effettivamente un miglioramento delle condizioni abitative.
Più tardi progetti e materiali di costruzione peggiorarono e i servizi sociali inclusi nei progetti non furono realizzati per motivi economici. L'assenza di servizi, sommata ai materiali scadenti, ha portato a un rapido degrado di questi palazzi, principalmente degli interni.
Nei decenni successivi i blocchi erano diventati paesaggio consueto in Polonia.
Negli anni'80, ai tempi della canzone "Quartiere radioattivo" del gruppo punk Brygada Kryzys, che dà il titolo alla mostra, e della legge marziale, i blocchi erano visti come simbolo di omologazione di un sistema opprimente.
Oggi sono abitati in massima parte da persone che non possono permettersi case migliori.
Mentre in Germania, alcuni palazzi a blocchi sono stati demoliti, dopo essere stati abbandonati dagli abitanti, in Polonia ciò non è successo.
Interventi di riqualificazione sono auspicati, ma finora si sono limitati alla tinteggiatura in colori pastello.
D'altra parte dopo la caduta del comunismo, non si costruirono più blocchi, ma
a parte la presa di distanza ideologica, le nuove costruzioni, con quartieri recintati e ultrasorvegliati, hanno continuato l'opera di distruzione del tessuto sociale della città che è iniziata con i blocchi.
In Polonia circa il 30% delle abitazioni è realizzata a blocchi e dentro ci vivono circa dieci milioni di persone, cioè poco meno del 30% della popolazione.
Se il luogo dove si è cresciuti influenza sempre il lavoro di un artista, ciò è ancora più vero per i blocchi, che aspiravano a modellare in modo programmatico le menti dei suoi abitanti.
Curiosamente gli artisti sembrano affascinati proprio dagli aspetti più detestati dei blocchi: la possibilità di giocare con le forme replicabili, il fascino di una forma monotona e opprimente, la nostalgia per un passato che non c'è più.
Così ad esempio ci sono modelli di palazzi a blocchi realizzati a uncinetto con filo da calzolaio con base costituita da mobili polacchi originali anni '70 (Julita Wojcik), collage di fotografie di frammenti reali di blok che incollate vicine possono dare luogo a immagini di blok che non esistono nella realtà (Nicolas Grospierre), un blok in miniatura costruito a fianco a quello vero, con l'esterno che è copia dell'originale e l'interno che è delle dimensioni di un vero appartamento (Maciej Kurak). E poi il cinema, con blok (1982) di Hieronim Neumann carrellata muta di vita nel blok con la telecamera che invisibile si sposta negli appartamenti e Z mojego okna - Dalla mia finestra (Jozef Robakowski) in cui un videoartista filma la vista dalla sua finestra nel quartiere Manhattan di Lodz nel corso di 21 anni con commenti ironici e amari.
Nella foto, blok ad Almaty, Guantanamo, Tallinn, Ivanovo
31 agosto 2008
Xinjiang
La fulminea notorietà dello Xinjiang durante le olimpiadi mi fa un certo effetto, in quanto lo Xinjiang, di cui si è sempre parlato pochissimo, è l'unica zona della Cina che abbia visitato, nel 2003 in un viaggio in Asia Centrale per strade e confini che avevano visto pochi stranieri e con pochissime infrastrutture (il che era parte del divertimento).
Di fatto è una regione che c'entra poco con il resto della repubblica popolare cinese, in quanto abitata da una popolazione simile a quelle dell'asia centrale al di là del confine, gli uyguri. Uyguristan è il nome con cui gli uyguri chiamano la loro terra, Xinjiang è un nome cinese, significa "nuovi territori di frontiera", mentre Turkestan Orientale sembra usato più per motivi politici. Il capoluogo dello Xinjiang è Urumqi o Urumchi, un classico esempio di quelle che Rem Koolhaas chiama generic city, una città che ha avuto uno sviluppo frenetico di strade larghe e grattacieli. Nonostante qualche segno del precedente aspetto uyguro, popolazione e aspetto sono piuttosto cinesi. Città più autenticamente uygure sono Tulpan (per i cinesi Tulufan) e soprattutto Kashgar (il nome con cui la chiamano i cinesi è Kashi), una delle città più affascinanti del mondo, sebbene il governo cinese porti avanti un programma di "bonifica", ufficialmente per motivi igienici, che prevede la distruzione di parte della città vecchia. Anche il famoso mercato domenicale è stato spostato nella parte moderna della città.
Un altro obiettivo del governo centrale era di far raggiungere ai cinesi han la maggioranza relativa della popolazione allo scopo di delegittimare le aspirazioni di autonomia o indipendenza della regione. Grazie a massicci incentivi alla emigrazione da altre zone della Cina, l'obiettivo è stato raggiunto qualche anno fa.
La lotta degli uyguri non è ovviamente nata con le olimpiadi. Non ho visto segni percettibili di repressione degli uyguri, ma per ovvi problemi linguistici (gli uyguri parlano una loro lingua, totalmente diversa dal cinese ufficiale) la cosa non è significativa. Non stupirebbe che le violazioni delle libertà personali in Cina fossero declinate in versione etnica verso gli uyguri.
La stampa occidentale è solita descrivere gli indipendentisti uyguri come fondamentalisti islamici. Dalla mia esperienza non è sembrato di vedere una pratica religiosa così fondamentalista (ho visto al contrario molte scuole coraniche in paesi ex-sovietici come l'Uzbekistan): decenni di ateismo di stato in qualche modo hanno lasciato il segno. D'altra parte, conoscendo la rapidità con cui il fondamentalismo si propaga, non mi stupirei che le cose fossero cambiate nel frattempo: coltivato a scopi anti-sovietici in afghanistan, non lontano da qui, il fondamentalismo è sfuggito di mano ai suoi primi sfruttatori.
Cinque anni fa il boom economico cinese era già vistoso anche in regioni così periferiche. Era impressionante la differenza degli insediamenti presso il passo di confine dell'Irkeshtam. Dal lato kirghizo la strada era sterrata e il misero villaggio di confine era formato da roulotte arrugginite. Dal lato cinese il villaggio era formato da case in muratura ed era pieno di negozi, la strada era ben asfaltata e ben segnalata. Il capitalismo di stato della repubblica popolare cinese aveva fatto miracoli. I diritti umani possono aspettare.
1 - Panorama di Urumqi

2 - Moschea a Tulpan

3 - Mercato a Kashgar

4 - Mercato a Kashgar

5 - Mercato a Kashgar

6 - Mercato del bestiame a Kashgar

7 - Uyguri

8 - Panorama villaggio di Irkeshtam, Kirghizistan
Di fatto è una regione che c'entra poco con il resto della repubblica popolare cinese, in quanto abitata da una popolazione simile a quelle dell'asia centrale al di là del confine, gli uyguri. Uyguristan è il nome con cui gli uyguri chiamano la loro terra, Xinjiang è un nome cinese, significa "nuovi territori di frontiera", mentre Turkestan Orientale sembra usato più per motivi politici. Il capoluogo dello Xinjiang è Urumqi o Urumchi, un classico esempio di quelle che Rem Koolhaas chiama generic city, una città che ha avuto uno sviluppo frenetico di strade larghe e grattacieli. Nonostante qualche segno del precedente aspetto uyguro, popolazione e aspetto sono piuttosto cinesi. Città più autenticamente uygure sono Tulpan (per i cinesi Tulufan) e soprattutto Kashgar (il nome con cui la chiamano i cinesi è Kashi), una delle città più affascinanti del mondo, sebbene il governo cinese porti avanti un programma di "bonifica", ufficialmente per motivi igienici, che prevede la distruzione di parte della città vecchia. Anche il famoso mercato domenicale è stato spostato nella parte moderna della città.
Un altro obiettivo del governo centrale era di far raggiungere ai cinesi han la maggioranza relativa della popolazione allo scopo di delegittimare le aspirazioni di autonomia o indipendenza della regione. Grazie a massicci incentivi alla emigrazione da altre zone della Cina, l'obiettivo è stato raggiunto qualche anno fa.
La lotta degli uyguri non è ovviamente nata con le olimpiadi. Non ho visto segni percettibili di repressione degli uyguri, ma per ovvi problemi linguistici (gli uyguri parlano una loro lingua, totalmente diversa dal cinese ufficiale) la cosa non è significativa. Non stupirebbe che le violazioni delle libertà personali in Cina fossero declinate in versione etnica verso gli uyguri.
La stampa occidentale è solita descrivere gli indipendentisti uyguri come fondamentalisti islamici. Dalla mia esperienza non è sembrato di vedere una pratica religiosa così fondamentalista (ho visto al contrario molte scuole coraniche in paesi ex-sovietici come l'Uzbekistan): decenni di ateismo di stato in qualche modo hanno lasciato il segno. D'altra parte, conoscendo la rapidità con cui il fondamentalismo si propaga, non mi stupirei che le cose fossero cambiate nel frattempo: coltivato a scopi anti-sovietici in afghanistan, non lontano da qui, il fondamentalismo è sfuggito di mano ai suoi primi sfruttatori.
Cinque anni fa il boom economico cinese era già vistoso anche in regioni così periferiche. Era impressionante la differenza degli insediamenti presso il passo di confine dell'Irkeshtam. Dal lato kirghizo la strada era sterrata e il misero villaggio di confine era formato da roulotte arrugginite. Dal lato cinese il villaggio era formato da case in muratura ed era pieno di negozi, la strada era ben asfaltata e ben segnalata. Il capitalismo di stato della repubblica popolare cinese aveva fatto miracoli. I diritti umani possono aspettare.
1 - Panorama di Urumqi
2 - Moschea a Tulpan
3 - Mercato a Kashgar
4 - Mercato a Kashgar
5 - Mercato a Kashgar
6 - Mercato del bestiame a Kashgar
7 - Uyguri
8 - Panorama villaggio di Irkeshtam, Kirghizistan
26 agosto 2008
pasolini (e nanni)

E' successo che il giorno di ferragosto mi sono trovato ad attraversare Spinaceto. Ho visto quindi i palazzi popolari ma decenti, i parcheggi, i viali spaziosi e il verde. E ho anch'io pensato "non è per niente male". Così qualche giorno dopo, dovendo andare ad Ostia a vedere un concerto, ho pensato che potevo toccare un'altro punto dell'itinerario morettiano e andare a vedere il monumento a Pasolini.
Trovare su internet dove si trova il monumento non è facilissimo: via dell'idroscalo, ma non è chiaro a quale altezza. Alla fine mi ha aiutato google earth, o meglio quel servizio di google earth piuttosto fastidioso che si chiama panoramio, che mostra foto degli utenti sopra alle viste dal satellite. C'era un'unica foto del monumento. A questo punto, dovesse servire, le informazioni ce le metto io: se prendete via dell'idroscalo dal centro di Ostia, è poco prima del porto. Se sulla sinistra cominciate a vedere imbarcazioni, dovete tornare poco all'indietro. Oppure potete fare come nel film: arrivare alla fine della strada (poco dopo c'è la foce del Tevere e la strada finisce) e tornare indietro girando in quella che con una certa indulgenza si potrebbe chiamare piazza.
Il monumento non è più nelle condizioni viste in caro diario. E' stato restaurato e adesso è bianco abbagliante; tutta l'area è un'oasi lipu, la stradina per andare al monumento è stata corredata da qualche blocco di marmo e ribattezzata parco letterario. L'area è aperta solo alcune mattine, quindi anch'io ho dovuto vederlo attraverso la recinzione. In realtà la rete è sollevata in modo da permettere di rendere omaggio a Pasolini nel luogo dove fu ucciso anche fuori dagli orari di apertura, ma non l'ho fatto. Mi avevano descritto la zona come degradata ma suggestiva. Mi è sembrata più degradata che suggestiva, con una spiazzo sterrato, una giostra in disuso e un cerchio di case abusive. Sembrava certe zone d'albania, ma l'albania deve essere più che altro un luogo della mente, visto che mi capita di vederla spesso altrove.

Nella seconda foto c'è un altro dei 3 monumenti di ostia dedicati a pasolini, è anche l'unico che si trova in una posizione centrale, a pochi passi dal pontile, in una piazza piena di ristoranti e pizzerie, e grazie questo è uscito indenne dagli atti di vandalismo a cui sono stati sottoposti gli altri.
Nanni, dicevo. E' curioso che fuori Italia, segnatamente in Francia, Moretti sia visto come l'erede di Pasolini. Una volta mi è capitato di vedere un'intervista a Giovanna Marini in bouillon de culture di france 2 (quella che prima si chiamava apostrophes) in cui dopo averle chiesto della sua amicizia con Pasolini, Bernard Pivot commentava "adesso l'eredità di Pasolini è stata raccolta da Nannì Morettì". Certo, quelli lo seguono dai tempi di "Andrea, mangia il budino di papà... quant'è buoooooono" saranno rimasti sorpresi dalla sua dissociazione dalla manifestazione di piazza Navona di luglio, ma soltanto loro: regime dolce, opposizione impalpabile e stampa allineata hanno invece molto apprezzato. Del resto Nanni è impegnato con successo in diverse attività: regista, produttore, gestore di cinema, interprete, direttore della mostra di Torino, monografia a Locarno. E' allora comprensibile che privilegi la vita professionale e artistica rispetto alla vita civile. E, con questa Italia ai minimi termini, una certa tentazione di ripiegamento la sentiamo quasi tutti.
17 agosto 2008
eclipse
Non capita mica tutte le sere di guardare in cielo e di scoprire che c'è un'eclissi di luna in corso.
Per la realizzazione dell'effetto sorpresa ha contribuito la stampa, completamente in vacanza e interessata solo a olimpiadi o esternazioni ferragostane di bossi e papa.
Alla sorpresa si deve anche la scarsa qualità delle foto: avevo dietro solo il cellulare.
13 agosto 2008
san lorenzo


Questo aspira ad essere un post di utilità. Certe volte penso che sia uno spreco scrivere di attualità o di politica, quando ci sono moltissimi che lo fanno, e meglio, mentre chiunque possiede una grande quantità di informazioni o, quanto meno, opinioni che sono inedite su internet. Oppure non si trovano, che è lo stesso.
Ad esempio io posso dare un po' di dritte sul quartiere di San Lorenzo, dove ho vissuto per quasi vent'anni e ho lasciato l'anno scorso per inadeguatezze strutturali della casa e divergenze (affinità nessuna) con il compagno padrone di casa.
Il passaggio da quartiere operaio a sede della movida della città è classico: "al termine degli anni settanta in cui [...] si concentrò un numero di sedi politiche extraparlamentari senza paragoni. Quasi 40 tra collettivi, comitati, redazioni, librerie e cooperative. Ma sappiamo come sono andate le cose nel decennio successivo, il riflusso guidato dai craxiani portò troppi ex operai a cimentarsi come bottegai del divertimento nel futuro luna park notturno."
Questo è Marco Philopat e parla della darsena a Milano, ma calza perfettamente anche a San Lorenzo.
In un libro che ho letto che parlava principalmente del bombardamento, leggevo che una frase comune dei suoi abitanti da cento anni è che San Lorenzo non è più quello di una volta. Una volta letto questo, mi sono sforzato di non pensarlo più, ma in effetti, dei miei tre vicini di pianerottolo, tutti anziani, due coppie sono morte e la donna del terzo appartamento è paralizzata, nel mio palazzo sono cambiati quasi tutti gli inquilini, i negozi del mio palazzo sono tutti cambiati, e in tutto il quartiere non ricordo più di cinque negozi superstiti. Al posto del tornitore una copisteria, al posto del calzolaio una creperia. L'unico cinema, parrocchiale con le sedie di legno e delle sedie isolate in galleria per sfuggire alla molesta chiacchera ad alta voce, è diventato un normale cinema di prima visione. Quello che resiste di più è proprio la politica. Radio Onda Rossa o la libreria anarchica Anomalia sono sempre lì.
Ma non era mio obiettivo fare un lamentato ricordo del quartiere che fu, ma piuttosto dare indicazioni, strettamente personali, su cosa è buono e cosa no.
Perché se vedete una lavagnetta con la scritta "aperitivo 7 euro fino alle 21, 9 euro dopo" (vera!) capite da soli che non dovete entrare. Ma in casi meno palesi, qualche dritta può servire.
Pizzerie: la migliore è indubbiamente formula uno a via dei reti. E’ piuttosto chiassosa, magari c’è fila, il vino della casa è da evitare, ma la pizza è più buona. E poi i camerieri sono gli stessi da vent’anni, segno che il padrone non è uno sfruttatore. In alternativa qualche volta andavo dal maratoneta a via dei sardi. La domenica, quando quasi tutte le pizzerie sono chiuse, per qualche tempo sono andato alle maschere, via degli umbri, ma successivamente ho pensato che era meglio aspettare il lunedì.
Come trattoria, senz’altro la migliore è pommidoro, piazza dei sanniti. E’ cara, è segnalata sulle guide quindi ci sono più turisti stranieri di quanti ne servano, però è ottima. La trattoria esiste da decine di anni, il primo pommidoro era il nonno di Aldo, l’attuale proprietario, mentre il padre era “pommidoretto”. E’ anche il locale dove Pasolini ha mangiato la sera che è stato ucciso. Sembra che quella sera abbia detto ad Aldo “devi andare via dall’Italia, è un paese orribile”. Aldo pare abbia risposto:"a Pierpa', ma 'ndo vado?"
A parte quello c’è colli emiliani a via tiburtina, economica e affascinante perché completamente fuori moda (guardare all’interno per credere).
A via dei sabelli quasi verso le mura c’è una trattoria ma è più bella a vedersi che a mangiarci.
Birrerie e pub, onestamente non li ho mai frequentati molto, bevendo a casa potevo spendere un quarto potendo scegliere musica, volume e avventori.
In ogni caso al sally brown a via degli etruschi c’è la possibilità di bere una birra con il Sigaro o il Picchio della banda bassotti. Al rive gauche fanno una buona ma esosa birra fatta in casa.
Scimeca a via dei sabelli è un mio amico. E’ di quelli che fa da bar la mattina, self service a pranzo, sala da tè il pomeriggio e pub la sera, infatti certe volte che è sorprendentemente chiuso probabilmente starà dormendo, distrutto dalla fatica.
Per i kebab, sono tutti recenti e secondo me tutti abbastanza mediocri, provate a scegliere quello più affollato, che magari smercia la carne più velocemente.
Come pizza al taglio suggerisco Natalino a piazza degli equi o ciccio pizza a via tiburtina.
Il fornaio all’angolo tra via degli etruschi e via dei volsci è ancora buono, sebbene facesse un impressione migliore quando era gestito dai genitori e vendeva solo pochi tipi di pane.
Per fare colazione la mattina consiglio il bar a piazza dei sanniti, dove si può incontrare Sabina Guzzanti ma i cornetti sono caldi solo ogni tanto oppure il bar del prado (ex bar di Elena) a via dei sardi, dove si incontrano sempre (tavolo nell’angolo a destra) i tre vecchietti bevitori di stravecchio (ricordo della vecchia gestione) e i cornetti sono provvidenzialmente tenuti nello scaldatore. Però la barista cambia ogni mese (vedi sopra).
Come negozi, non è più lo stesso disfunzioni musicali, che vent’anni fa era il negozio di dischi più fornito di roma, poi ha cominciato a perdere colpi e adesso credo sia definitivamente in crisi con il peer to peer. Videobuco a via degli equi invece è in salute, noleggia dvd e ha una scelta notevole, anche orientata alla storia del cinema e al cinema d’autore.
Scorci pittoreschi segreti non ce ne sono molti, per quello è meglio andare a trastevere. C'è la finestra finta a via tiburtina (vicino ai laboratori di fisica), un angolo bello è quella stradina chiusa dove c’è la fabbrica said. Bei cortili interni ci sono a via degli ausoni (il primo da via tiburtina) oppure a via dei ramni 8 (sfruttatissimo dal cinema). La facolta di psicologia era una vecchia fabbrica, nel cortile esiste ancora la ciminiera. La palafitta di via dei reti, una volta scoperta, rientrerà sicuramente tra le brutture d’italia. L'antica posta a via dello scalo san lorenzo e il retro del pastificio cerere a via dei reti sono appena stati restaurati e sembrano troppo finti, ma è il tipo di pittoresco che ha molti estimatori in questo periodo.
Come attrazioni da guida verde del touring club ci sono la basilica di San Lorenzo e forse il Verano, che però non è valorizzato come pere lachaise con la mappa, quindi è difficile trovarci qualcosa. Facile da trovare, appena dopo l'entrata a sinistra, è la famosa targa “quello che siete fummo, quello che siamo sarete” che divertiva Togliatti nelle passeggiate di riflessione quando l’Unità era a via dei taurini.
Mi sembra tutto. Per smentite, aggiunte o integrazioni, lasciate un commento.
Fotoistituto Luce del bombardamento umanitario anglo-americano del 19 luglio 1943, rispettivamente piazza dei sanniti e piazzale tiburtino.
10 agosto 2008
desideri
01 agosto 2008
illusioni

Stamattina mi trovavo a passare dentro l'università e con grande sorpresa ho visto due striscioni davanti a giurisprudenza.
"Operai e studenti uniti nella lotta", suona un po' anacronistico oggi, ma è l'impegno che conta.
Giorni fa avevo amaramente rilevato come le proteste contro la riforma delle università-fondazioni arrivassero dai rettori, piuttosto che, come è sempre successo in passato, dagli studenti.
Allora, nonostante sia il primo agosto, ho pensato che ci fosse traccia di vita tra gli studenti universitari.
L'illusione è durata un attimo, il tempo di vedere il camion "Tranquilli". Era solo un film.
25 luglio 2008
revisionismi alla calabra

Le poche volte che mi capita di andare dalle mie parti mi trovo spesso a constatare come le cose nuove arrivino con circa dieci anni di ritardo rispetto al resto d'Italia. Avendo visto da poco l'Albania consacrata al capitalismo, questa volta ho anche riscontrato qualche analogia con le città albanesi.
Ma esiste qualcosa che, al contrario, è dieci anni in anticipo sui tempi: la targa dedicata ai caduti. Nel 1995 le rigorose ricerche storiche di Claudio Pavone suscitavano critiche solo nell'ambiente accademico. I best seller revisionisti di Giampaolo Pansa erano ancora da scrivere e il giornalista si dedicava al gossip politico à la Maltese. Fini a Fiuggi abiurava il fascismo e si dedicava a pellegrinaggi a Israele a beneficio della stampa, anche se, quando non aveva un copione già scritto, si lasciava scappare dichiarazioni come "Mussolini è il più grande statista del secolo".
Ebbene, in questa targa del 1995 si commemoravano i caduti dal 1940 al 1945, partigiani, soldati e camicie nere, in rigoroso ordine alfabetico.
E la targa non fa riferimento a, mettiamo, umana pietà per le (magari giovani) vittime della guerra. No, afferma che la popolazione nutriva sentimenti di "grata ammirazione" per tutti i "purissimi eroi", indifferentemente.
Chissà, magari Arturo Errico, camicia nera, ha ucciso Antonio De Napoli, partigiano, o viceversa.
Tredici anni dopo si può dire che l'onda revisionista è arrivata in tutta l'Italia.
Nota finale.
Ho scoperto un'altra targa, più recente. Se fosse premonitrice anche questa e la venerazione dell'opus dei dovesse uscire dalle sfarzose stanze vaticane e dilagare in tutta Italia, credo che l'unica soluzione sarebbe l'espatrio.
10 luglio 2008
Il mio album di famiglia
Completato da tempo l'album di famiglia del manifesto, ho pensato di creare pure io un piccolo album di famiglia, con fotografie rigorosamente scattate da me.
La qualità tecnica è quella che è, non sono Cartier Bresson e di sicuro non mi hanno dato accesso a postazioni privilegiate.
E' un album aspira a ingrandirsi, nel senso che ci sono ancora un paio di personaggi che mi piacerebbe fotografare e, soprattutto, c'è un grande bisogno di personaggi nuovi che facciano qualcosa per rientrare tra i fotografabili.
La qualità tecnica è quella che è, non sono Cartier Bresson e di sicuro non mi hanno dato accesso a postazioni privilegiate.
E' un album aspira a ingrandirsi, nel senso che ci sono ancora un paio di personaggi che mi piacerebbe fotografare e, soprattutto, c'è un grande bisogno di personaggi nuovi che facciano qualcosa per rientrare tra i fotografabili.
02 luglio 2008
Ingrid
E una buona notizia pubblica. Liberata Ingrid Betancourt e tutti gli altri ostaggi, compresi tre mercenari (ah, no, si dice contractors) americani. Sembra proprio che non possano evitare di dire che è stato grazie a Chavez.
E adesso mi vado a vedere i Tuxedomoon, più contento.
E adesso mi vado a vedere i Tuxedomoon, più contento.
30 giugno 2008
due cose per cui vale la pena vivere
"Gli Assalti hanno fatto una canzone su mio fratello, la vuoi sentire ?"
"Ce l'ho sul mio myspace".
Piuttosto impressionante. Il nome di Renato non si fa mai, ma la storia è quella, dettagli compresi.
Non so come si faccia a vivere con un peso simile. Se penso all'effetto che fa a me sentire di fascisti e di alemanni che rimettono la testa fuori, mi chiedo come faccia lui. E' un tipo piuttosto ruvido, anche se sempre allegro e, come hanno notati in molti, ha lo stesso sorriso di Renato.
L'ho abbracciato una sola volta, all'Acrobax il giorno del funerale, ma quel giorno l'avranno abbracciato tutti. Sono abbastanza sicuro che non leggerà mai questo post, così potrò continuare a tenermi queste cose per me. Bella Dariò.
Io non ho mai cercato troppo la fortuna, così posso dire che uno dei fatti più fortunati della mia vita è stato di trovarmi sabato a Barbaresco il giorno della inaugurazione della "vineria dell'enoteca provinciale del barbaresco".
Niente di memorabile, solo mangiare e bere gratis, ma è un dato di fatto incontestabile che, nella nostra società dove si paga tutto, le cose gratis danno un grande piacere.
E' finita che cantavo arie del Falstaff sulle strade di campagna delle Langhe, mentre cani da guardia di ogni taglia mi abbaiavano dietro.
"Ce l'ho sul mio myspace".
Piuttosto impressionante. Il nome di Renato non si fa mai, ma la storia è quella, dettagli compresi.
Non so come si faccia a vivere con un peso simile. Se penso all'effetto che fa a me sentire di fascisti e di alemanni che rimettono la testa fuori, mi chiedo come faccia lui. E' un tipo piuttosto ruvido, anche se sempre allegro e, come hanno notati in molti, ha lo stesso sorriso di Renato.
L'ho abbracciato una sola volta, all'Acrobax il giorno del funerale, ma quel giorno l'avranno abbracciato tutti. Sono abbastanza sicuro che non leggerà mai questo post, così potrò continuare a tenermi queste cose per me. Bella Dariò.
Io non ho mai cercato troppo la fortuna, così posso dire che uno dei fatti più fortunati della mia vita è stato di trovarmi sabato a Barbaresco il giorno della inaugurazione della "vineria dell'enoteca provinciale del barbaresco".
Niente di memorabile, solo mangiare e bere gratis, ma è un dato di fatto incontestabile che, nella nostra società dove si paga tutto, le cose gratis danno un grande piacere.
E' finita che cantavo arie del Falstaff sulle strade di campagna delle Langhe, mentre cani da guardia di ogni taglia mi abbaiavano dietro.
22 giugno 2008
Crack - fumetti dirompenti
Crack - fumetti dirompenti è una mostra di fumetti indipendenti che si tiene al forte Prenestino. E' aperta ancora oggi, e i sotterranei del forte sono il posto più fresco di Roma (a impatto ecologico zero), cosa che con il caldo di questi giorni da sola vale la visita.
Chi non può andare, può comunque leggere alcune tra le cose migliori (a mio opinabile giudizio) su internet:
Alessio Spataro per le vignette su Ratzinger e Georg e l'inarrivabile (due sole storie ma aspettiamo il seguito con impazienza) saga di Giorgia Mecojoni.
Christian Mirra con la sua storia autobiografica sul pestaggio alla Diaz.
Antonio bruno per le sue strisce esistenziali.
Mi sono piaciuti anche Occhiovolante, ma su internet non rende (e myspace non mi sembra adeguato per i fumettisti) e l'installazione di EggCarton (ma bisogna proprio vederla dal vivo), una casa di due stanze fatta di carta e cartone, così verosimile che il divano è un po' sfondato dalla gente che ha provato a sedersi.
Chi non può andare, può comunque leggere alcune tra le cose migliori (a mio opinabile giudizio) su internet:
Alessio Spataro per le vignette su Ratzinger e Georg e l'inarrivabile (due sole storie ma aspettiamo il seguito con impazienza) saga di Giorgia Mecojoni.
Christian Mirra con la sua storia autobiografica sul pestaggio alla Diaz.
Antonio bruno per le sue strisce esistenziali.
Mi sono piaciuti anche Occhiovolante, ma su internet non rende (e myspace non mi sembra adeguato per i fumettisti) e l'installazione di EggCarton (ma bisogna proprio vederla dal vivo), una casa di due stanze fatta di carta e cartone, così verosimile che il divano è un po' sfondato dalla gente che ha provato a sedersi.
20 giugno 2008
Quando ha ragione, ha ragione
Berlusconi: "Veltroni è un fallito".
(Anche se lui si riferisce al bilancio del comune di Roma, io penso piuttosto ad altri disastri).
16 giugno 2008
vent'anni senza Pazienza
E' morto nel 1988 quando si stava quasi smettendo di morire in quel modo. Oggi avrebbe 52 anni, e avrebbe potuto scrivere una quantità enorme di altre storie. E chissà come avrebbe visto i fatti di adesso. Chissà se avremmo dovuto vedere imbarazzanti abiure alla Staino.
Era incredibilmente prolifico. Ha scritto molto e su tutto, anche molto autobiografico e quotidiano. Tanto da dare l'impressione che fosse facile fare le cose che faceva lui. Invece no, perché dicono fosse un disegnatore eccezionale. E inoltre per Visca, l'insegnante di non ricordo quale materia specifica del liceo artistico, nonché il personaggio dei suoi primi fumetti, che invece di provare a normalizzarlo è stato il suo primo sostenitore . Così, ripensando agli insegnanti delle superiori che ho avuto io (come molti altri), mi è chiaro che per avere un Pazienza ci vuole un talento eccezionale e molti Visca sulla sua strada.



Era incredibilmente prolifico. Ha scritto molto e su tutto, anche molto autobiografico e quotidiano. Tanto da dare l'impressione che fosse facile fare le cose che faceva lui. Invece no, perché dicono fosse un disegnatore eccezionale. E inoltre per Visca, l'insegnante di non ricordo quale materia specifica del liceo artistico, nonché il personaggio dei suoi primi fumetti, che invece di provare a normalizzarlo è stato il suo primo sostenitore . Così, ripensando agli insegnanti delle superiori che ho avuto io (come molti altri), mi è chiaro che per avere un Pazienza ci vuole un talento eccezionale e molti Visca sulla sua strada.



13 giugno 2008
cuba
"Mira, hay una cosa en el mundo que se llama capitalismo, que dice que si tu tienes dinero tu puedes comprar todo: hombres, mujeres, partes de hombres o mujeres...".
Oppure "el que merece, no pide".
Sono due frasi prese a caso dal campionario di argomentazioni da opporre ai postulanti più ostinati.
La prima l'ho inventata io, la seconda deve essere una specie di motto rivoluzionario, l'ho sentita da un cubano e l'ho subito adottata.
Insomma ho fatto del mio meglio per combattere l'accattonaggio a Cuba, ma certo non ero nella posizione più comoda.
Forse sono cambiati i miei occhi di osservatore, ma a distanza di 12 anni il socialismo cubano sembra godere di salute peggiore. Le condizioni economiche del paese sono migliorate, sono stati fatti molti passi per incanalare l'imprenditoria privata verso la legalità, ma Fidel è sempre più vecchio e malandato, i cartelli di propaganda sembrano meno convincenti, anagraficamente sono sempre di più quelli che non hanno vissuto nel dominio dello sfruttamento e del malaffare che c'erano prima della rivoluzione, con Batista e anche prima.
E' molto facile sovrastimare il numero di postulanti o imprenditori a Cuba, poiché, salvo eccezioni, sono le uniche categorie di persone che parlano spontaneamente agli stranieri.
Tra l'altro, a quanto ci detto un campione di loro, non sognano di fuggire a Miami. Usufruiscono dei servizi dignitosi forniti dallo stato cubano e, con qualche peso convertibile al giorno, guadagnato con più o meno inventiva, si permettono le piccole spese che lì cambiano la vita. In qualche modo sanno che a Miami si rischia di più.
Però la grande maggioranza dei cubani ignora i turisti (e i mezzi per arrotondare) e pensa a vivere la sua vita. Ci si può accorgere di loro dando passaggi in macchina. Nonostante i miglioramenti dovuti a forniture di nuovi pullman dalla Cina e di petrolio dal Venezuela (come dice un cartello "la rivoluzione produce idee" e fortunatamente c'è sempre stato finora qualche paese nel mondo che ha scambiato rubli, mezzi di trasporto o petrolio per quelle idee), i trasporti restano problematici. Se si eccettua qualche raro caso di passeggero con parente ristoratore o affittacamere, gli altri restavano in riservato, e comprensibile, silenzio.
Se, come molti predicono, Cuba non dovesse farcela e dovesse diventare un paese come tutti gli altri, dove le persone non sono uguali e alcuni diritti non sono per tutti, la rivoluzione sarebbe l'ennesimo avvenimento storico troppo giusto per sopravvivere o avvenuto nell'epoca sbagliata.
Concludo ricordando alcuni fatti a proposito di Cuba.
A Cuba si verificano violazioni dei diritti umani tra le più clamorose del pianeta. Nella base navale di Guantanamo, occupata dal 1903 dagli Stati Uniti a seguito dell'invasione nella guerra ispano-americana, centinaia di persone sono detenute e sottoposte a torture e maltrattamenti senza processo.
Cinque cittadini cubani sono detenuti dal 1998 e condannati a vari ergastoli con accuse di terrorismo che una vasta campagna mondiale reputa infondate e i processi viziati da irregolarità.
Cuba è stata vittima di moltissimi atti di terrorismo. Tra i più noti, nel 1976 un aereo della compagnia di bandiera cubana (volo 455) fu fatto esplodere mentre era in volo dalle Barbados uccidendo 73 persone.
Nel 1997 diverse bombe esplosero in alberghi all'Avana. In uno di questi attentati morì anche un italiano, Fabio Di Celmo.
Il mandante di tutti gli attentati citati è Luis Posada Carriles, un esule cubano che vive a Miami (dal 19 aprile 2007 è a piede libero, nonostante le richieste di estradizione provenienti da vari paesi dell'America Latina) e che compie attività contro il governo cubano per conto della Cia fin dall'invasione della baia dei porci.
La prima volta nella storia in cui gli Stati Uniti accettarono di risarcire danni di guerra fu proprio a seguito dell'invasione della baia dei porci: 53 milioni di dollari dell'epoca in cibo e medicine.
Tra le varie norme di una legge voluta da Bush nel 2004, c'è quella sul limite della quantità giornaliera di denaro da spendere per i cubani residenti negli Stati Uniti durante le loro visite a Cuba, abbassato da 164 a 50 dollari. Al di là del trascurabile impatto sull'economia, la norma, malvista anche dagli stessi cubano-americani, è indicativa di come, per mettere in difficoltà un'economia socialista, che la vulgata del momento ritiene antieconomica e fallimentare di per sé, gli Stati Uniti siano costretti ad emettere continuamente divieti e limiti più stringenti.
Infine, un paio di cifre su istruzione e sanità, preso dall'ultimo rapporto unicef, su Cuba, e, per confronto, i dati dei due paesi più vicini e di Italia e Stati Uniti.
Tasso di mortalità infantile: Cuba 7 per mille (Italia 4 per mille, Stati Uniti 8 per mille, Haiti 80 per mille, Giamaica 31 per mille).
Tasso di alfabetismo degli adulti: Cuba 100% (Italia 98%, Stati Uniti n.d., Haiti n.d., Giamaica 80%).

gente cubana

creatività cubana

propaganda cubana

imprenditoria cubana
Oppure "el que merece, no pide".
Sono due frasi prese a caso dal campionario di argomentazioni da opporre ai postulanti più ostinati.
La prima l'ho inventata io, la seconda deve essere una specie di motto rivoluzionario, l'ho sentita da un cubano e l'ho subito adottata.
Insomma ho fatto del mio meglio per combattere l'accattonaggio a Cuba, ma certo non ero nella posizione più comoda.
Forse sono cambiati i miei occhi di osservatore, ma a distanza di 12 anni il socialismo cubano sembra godere di salute peggiore. Le condizioni economiche del paese sono migliorate, sono stati fatti molti passi per incanalare l'imprenditoria privata verso la legalità, ma Fidel è sempre più vecchio e malandato, i cartelli di propaganda sembrano meno convincenti, anagraficamente sono sempre di più quelli che non hanno vissuto nel dominio dello sfruttamento e del malaffare che c'erano prima della rivoluzione, con Batista e anche prima.
E' molto facile sovrastimare il numero di postulanti o imprenditori a Cuba, poiché, salvo eccezioni, sono le uniche categorie di persone che parlano spontaneamente agli stranieri.
Tra l'altro, a quanto ci detto un campione di loro, non sognano di fuggire a Miami. Usufruiscono dei servizi dignitosi forniti dallo stato cubano e, con qualche peso convertibile al giorno, guadagnato con più o meno inventiva, si permettono le piccole spese che lì cambiano la vita. In qualche modo sanno che a Miami si rischia di più.
Però la grande maggioranza dei cubani ignora i turisti (e i mezzi per arrotondare) e pensa a vivere la sua vita. Ci si può accorgere di loro dando passaggi in macchina. Nonostante i miglioramenti dovuti a forniture di nuovi pullman dalla Cina e di petrolio dal Venezuela (come dice un cartello "la rivoluzione produce idee" e fortunatamente c'è sempre stato finora qualche paese nel mondo che ha scambiato rubli, mezzi di trasporto o petrolio per quelle idee), i trasporti restano problematici. Se si eccettua qualche raro caso di passeggero con parente ristoratore o affittacamere, gli altri restavano in riservato, e comprensibile, silenzio.
Se, come molti predicono, Cuba non dovesse farcela e dovesse diventare un paese come tutti gli altri, dove le persone non sono uguali e alcuni diritti non sono per tutti, la rivoluzione sarebbe l'ennesimo avvenimento storico troppo giusto per sopravvivere o avvenuto nell'epoca sbagliata.
Concludo ricordando alcuni fatti a proposito di Cuba.
A Cuba si verificano violazioni dei diritti umani tra le più clamorose del pianeta. Nella base navale di Guantanamo, occupata dal 1903 dagli Stati Uniti a seguito dell'invasione nella guerra ispano-americana, centinaia di persone sono detenute e sottoposte a torture e maltrattamenti senza processo.
Cinque cittadini cubani sono detenuti dal 1998 e condannati a vari ergastoli con accuse di terrorismo che una vasta campagna mondiale reputa infondate e i processi viziati da irregolarità.
Cuba è stata vittima di moltissimi atti di terrorismo. Tra i più noti, nel 1976 un aereo della compagnia di bandiera cubana (volo 455) fu fatto esplodere mentre era in volo dalle Barbados uccidendo 73 persone.
Nel 1997 diverse bombe esplosero in alberghi all'Avana. In uno di questi attentati morì anche un italiano, Fabio Di Celmo.
Il mandante di tutti gli attentati citati è Luis Posada Carriles, un esule cubano che vive a Miami (dal 19 aprile 2007 è a piede libero, nonostante le richieste di estradizione provenienti da vari paesi dell'America Latina) e che compie attività contro il governo cubano per conto della Cia fin dall'invasione della baia dei porci.
La prima volta nella storia in cui gli Stati Uniti accettarono di risarcire danni di guerra fu proprio a seguito dell'invasione della baia dei porci: 53 milioni di dollari dell'epoca in cibo e medicine.
Tra le varie norme di una legge voluta da Bush nel 2004, c'è quella sul limite della quantità giornaliera di denaro da spendere per i cubani residenti negli Stati Uniti durante le loro visite a Cuba, abbassato da 164 a 50 dollari. Al di là del trascurabile impatto sull'economia, la norma, malvista anche dagli stessi cubano-americani, è indicativa di come, per mettere in difficoltà un'economia socialista, che la vulgata del momento ritiene antieconomica e fallimentare di per sé, gli Stati Uniti siano costretti ad emettere continuamente divieti e limiti più stringenti.
Infine, un paio di cifre su istruzione e sanità, preso dall'ultimo rapporto unicef, su Cuba, e, per confronto, i dati dei due paesi più vicini e di Italia e Stati Uniti.
Tasso di mortalità infantile: Cuba 7 per mille (Italia 4 per mille, Stati Uniti 8 per mille, Haiti 80 per mille, Giamaica 31 per mille).
Tasso di alfabetismo degli adulti: Cuba 100% (Italia 98%, Stati Uniti n.d., Haiti n.d., Giamaica 80%).




12 giugno 2008
Havana quick tips
Here are some quick tips about Havana.
Best mojito:
in Hanoi bar (a.k.a. Hanoi bucaneros) near Hanoi restaurant, calle brazil between bernaza and monserrate, 1 CUC, very good, serves some food, too.
In Bodeguita del medio you can go only for historical reasons. A forgettable mojito in the bar costs 4 CUC.
Best pizza: in calle o' Reilly between aguacate and compostela, 10 to 15 pesos, only take away.
Best fried chicken and beer: in the bar on the sea front in avenida de cespedes, near plaza de la catedral. Fried chicken costs less than 2 CUC, beer the usuals 1.15.
Ice creams (in pesos) in obispo 58, are quite good and usually there are not queues.
The Coppelia shop in CUC is outrageously expensive.
Turistic double decker open top bus is worth the price, even if used for transportation: with a daily ticket (5 CUC) you can reach various destinations (vedado, plaza de la revolution, playas del este, la cabana, marina Hemingway) inside and outside the city.
If you can, don't give money to beggars: it's even less fair than in the rest of the world.
Best mojito:
in Hanoi bar (a.k.a. Hanoi bucaneros) near Hanoi restaurant, calle brazil between bernaza and monserrate, 1 CUC, very good, serves some food, too.
In Bodeguita del medio you can go only for historical reasons. A forgettable mojito in the bar costs 4 CUC.
Best pizza: in calle o' Reilly between aguacate and compostela, 10 to 15 pesos, only take away.
Best fried chicken and beer: in the bar on the sea front in avenida de cespedes, near plaza de la catedral. Fried chicken costs less than 2 CUC, beer the usuals 1.15.
Ice creams (in pesos) in obispo 58, are quite good and usually there are not queues.
The Coppelia shop in CUC is outrageously expensive.
Turistic double decker open top bus is worth the price, even if used for transportation: with a daily ticket (5 CUC) you can reach various destinations (vedado, plaza de la revolution, playas del este, la cabana, marina Hemingway) inside and outside the city.
If you can, don't give money to beggars: it's even less fair than in the rest of the world.
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