20 ottobre 2007

20 ottobre

Alla fine la manifestazione è arrivata. Settecentomila o un milione sono un buon risultato, considerando che il passaggio era stretto: persone che non sono soddisfatte dell'operato del governo ma continuerebbero a sostenerlo se cambiasse politica. E proprio perché il passaggio era stretto ci sono state molte dolorose defezioni: i no tav, i movimenti e i centri sociali.
Però c'era action, c'era la novità degli esternalizzati vodafone (foto 1), c'erano i no coke di Civitavecchia, a pochi giorni dalla morte di Michele Cozzolino, lavoratore (esternalizzato) alla centrale: l'enel vuole assurdamente trasformarla in centrale a carbone, ma anche adesso non soddisfa i criteri minimi di sicurezza.
C'erano molte belle persone, c'era Pietro Ingrao, 92 anni e una lucidità invidiabile.
Probabilmente c'erano anche i precari e i disoccupati, quelli che non possono essere andati ai plebisciti dei sindacati confederali e del partito democratico.
Ma i più divertenti erano gli interisti-leninisti.




17 ottobre 2007

25 aprile 1994 - 20 ottobre 2007

Qualcuno per la manifestazione del 20 ottobre ha ricordato quella del 25 aprile del 1994 a Milano. Forse perché entrambe sono organizzate dal manifesto, o forse perché la sinistra in quel momento era tramortita come e forse più di adesso.
Però c'è una grossa differenza: molti di quelli che c'erano quella volta, sfortunatamente, non ci sono più. Non ci sono quelli che hanno firmato o approvato un protocollo di peggioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati, non ci sono quelli che domenica hanno felicemente eletto il segretario del partito democratico che gli apparati di partito avevano già scelto mesi fa.
Non ci saranno quelli con cui sono andato io. Per ragioni che non ricordo, mi ero aggregato in un pullman della sinistra giovanile e siccome era lunedì quasi tutti avevano comprato l'unità che regalava gli album dei calciatori panini, ideona del direttore di allora, Walter Veltroni, però le figurine, per risparmiare, non erano vere figurine ma riprodotte sulla pagina.
Il viaggio in pullman è stato interminabile, eravamo partiti all'alba per arrivare alle due di pomeriggio, l'unica consolazione durante il viaggio era di essere sorpassati, da bologna in su, da tantissime macchine che avevano esposto, sul vetro posteriore, il paginone che il manifesto aveva prodotto per l'occasione, con il neonato a pugno chiuso che diceva, parafrasando la sua stessa pubblicità, "la liberazione non russa".
A Milano cominciò a piovere a dirotto, non un temporale di quelli intensi e brevi, proprio quelle piogge abbondanti e costanti, che sembrano non finire mai, eppure nessuno ha abbandonato la manifestazione. E al ritorno, a Roma siamo arrivati alle quattro di mattina, bagnati, stanchi e congelati, ma nessuno si è lamentato.
E a novembre ci fu una manifestazione contro una riforma delle pensioni, molto meno brutta di quelle che ci sono state dopo, ma comunque allora sembrò indecente a tutti. I sindacati non ebbero la sindrome del governo amico, arrivarono milioni (veri) di persone e il governo cadde subito dopo. Altri tempi, decisamente.

08 ottobre 2007

quarant'anni senza che guevara

E' difficile immaginarselo oggi da vecchio e dopo tutto quello che è successo nel mondo, ma se fosse vivo avrebbe meno di 80 anni.




Zamba del "Che"

(Rubén Ortiz)

Vengo cantando esta zamba
con redobles libertarios,
mataron al guerrillero
Che comandante Guevara.
Selvas, pampas y montañas
patria o muerte es su destino.

Que los derechos humanos
los violan en tantas partes,
en América Latina
domingo, lunes y martes.
Nos imponen militares
para sojuzgar los pueblos,
dictadores, asesinos,
gorilas y generales.

Explotan al campesino
al minero y al obrero,
cuánto dolor su destino,
hambre miseria y dolor..
Bolívar le dio el camino
y Guevara lo siguió:
liberar a nuestro pueblo
del dominio explotador.

A Cuba le dio la gloria
de la nación liberada.
Bolivia también le llora
su vida sacrificada.
San Ernesto de la Higuera
le llaman los campesinos,
selvas, pampas y montañas,
patria o muerte su destino.

03 ottobre 2007

verso il 20 ottobre

Dal manifesto di oggi.
In genere non mi piace copia-incollare cose che trovo su internet, perché è un gesto che non aggiunge nulla. Però faccio un eccezione, perché questo articolo resterà on line solo una settimana e perché non potrei mai scrivere da solo un post come questo articolo, non conoscendo un caso di precarietà così esemplare (e che parla così bene, tra l'altro).
Come Massimo, ci sono milioni di persone che vivono male solo per far risparmiare qualche soldo al loro datore di lavoro, che talvolta è un ente pubblico o lo stato stesso.
Il 20 ottobre, ma non solo quel giorno, si può fare qualcosa per loro.


La Scala replica lo «stagionale»
Di «lusso» - 25 mila euro l'anno - ma pur sempre precario. Massimo, 49 anni, lavora al call center del teatro milanese. La vita? «È altrove». Nei libri e in montagna
Manuela Cartosio
Milano
Da giovane suonava il sax. Gli è rimasto un fraseggio a strappi, ogni strappo una citazione. Il tempo di bere un caffé e parte la prima: «Come diceva Rimbaud, la vita è altrove». Altrove rispetto al «bunker», lo stanzone nel mezzanino della metropolitana in piazza Duomo dove Massimo Berni, 49 anni, lavora dal 1992 all'Infotel del Teatro alla Scala. Sei ore e venti minuti al giorno, sei giorni la settimana, per undici mesi all'anno fornisce informazioni sugli spettacoli in cartellone, su come e dove prenotare i biglietti «a gente che mediamente confonde un'opera con un balletto e che stramazza quando scopre che Wagner dura quattro ore». Contratto da «stagionale», anche se ormai la stagione della Scala è sempre più lunga (da settembre a luglio 26 alzate di sipario al mese), reiterato ogni anno, per non «sfondare» la pianta organica, risparmiare sul costo del lavoro, tenere la gente sulla corda della precarietà. Gli «stagionali», variamente precari, alla Scala sono circa 400 (i dipendenti fissi sono il doppio).
Massimo, diploma da corrispondente in lingue estere, il '77 come cifra politica e culturale, classica trafila di lavorettti mordi e fuggi quasi tutti in nero, alla Scala è entrato nell'86 come «maschera». Contratto a prestazione occasionale, pagato «a cartellino», «in divisa nera rimediavo 700-800 mila lire al mese». Nel '92 passa al call center dove resta ancora per cinque anni «a cartellino», fino al '97 quando arriva il contratto da stagionale. «Ebbene sì, adesso sono un precario di lusso». 24 mila euro l'anno, con contributi, ferie, malattia, tfr «che mi tengo ben stretto», sussidio di disoccupazione per il mese scoperto. Quello alla Scala per Massimo è il «primo lavoro», nel senso che da lì vengono «la busta paga e il welfare». Lo fa senza feeling, senza passione: «Timbro e basta, come in fabbrica. Il lavoro è routine senza prospettive di cambiamento, lo faccio in apnea». Orgoglio d'appartenenza? «Neanche un briciolo. La Scala è un bottegone, specchio fedele di questa brutta Italia, mi sono disamorato». Le gratificazioni vengono dal secondo lavoro, revisione di bozze per Egea, la casa editrice della Bocconi. Cinquemila euro l'anno, collaboratore occasionale a ritenuta d'acconto. Sveglia alle cinque di mattina quando bisogna consegnare il malloppo, «campare solo con i libri sarebbe l'ideale, purtroppo non si può». E arriva l'altra citazione, sorprendente sulla bocca di un ex Sessantasettino con l'immaginetta di San Precario nel portafogli: il Martin Eden autodidatta di Jack London, lettura base tanto tempo fa di generazioni di militanti comunisti. «Vengo da una famiglia povera che considerava la lettura e lo studio la strada maestra per emanciparsi». Non è andata esattamente così: «La mia è la prima generazione che sta peggio dei genitori». Non servono buone letture per rispondere a un call center. Il lavoro «moderno» non è solo precario, dissipa intelligenza e cultura, l'esatto contrario della cosiddetta società della conoscenza e della formazione permanente. Massimo ne ha preso atto e ricava le sue «soddisfazioni interiori» non dal «primo» lavoro, ma dai libri: «Esisteranno sempre e da vecchio, se gli occhi non mi tradiranno, potrò dedicarmi solo a quelli». Da «vecchio» significa tra una dozzina d'anni quando maturerà la pensione volontaria che si sta facendo con l'Ina (versa 110 euro al mese) da sommare a quella «sicuramente povera» della Scala.
Figli? «Non ne voglio per scelta. Ho una gatta». Moglie? «Fidanzata convivente. Lei sì che è una precaria dura. Lavora per il comune di Milano come animatrice socio-culturale, contratti da 4 mesi, 400 euro al mese a part time. Va avanti così dal 1995. Quando si avvicina la scadenza del contratto, Sara comincia ad avere lo sguardo nel vuoto. Se stai sulle balle al dirigente di zona, rischi. Se il dirigente vuol passare il lavoretto al figlio dell'amico, idem». Casa? «Sono fortunato, 55 metri quadrati a 500 euro al mese, mezzora di metropolitana da piazza Duomo. Riesco a mettere da parte qualcosa ma finora non ho pensato a mutui o roba simile». Tempo libero? «Trekking in montagna. Con un solo giorno libero alla settimana di strada non ne fai molta. Qualche volta prendo un giorno di ferie e l'attacco al turno di riposo». Amici? «Conto sulle dita di una mano quelli con un lavoro fisso. Pochi quelli con figli. Non solo per ragioni economiche, ma per la fatica di mettere insieme i tasselli e i tempi di una vita precaria».
Politica, sinistra, sindacato, governo Prodi e affini? «Omissis». E' una battuta, perché poi Massimo dilaga. Riassumendo: si qualifica un «anarchico-ecologista» che ha votato alle ultime elezioni per buttare giù Berlusconi, «pura delinquenza organizzata». Bisognava farlo, «anche se lo sapevo che il centro sinistra è puro liberismo, sempre 'sto chiodo di pareggiare i conti, si fa dettare la linea dalla Bce». La legge 30 è sempre lì, nonostante le promesse programmatiche, e comunque il peccato originale sta nel pacchetto Treu. Il tempo per il governo Prodi è «ampiamente» scaduto, il giudizio su Rifondazione è «ampiamente» negativo. E però - disattenzione o bontà d'animo? - la sentenza «bisogna far cadere il governo» il nostro interlocutore non la pronuncia. Massimo non è iscritto ad alcun sindacato. Boccia il protocollo sul Welfare, ma si capisce che la cosa non è in cima ai suoi pensieri. Il sindacato, «guai se non ci fosse, il problema sono i sindacalisti, difendono solo quelli che hanno la tessera, una roba che non mi aspettavo dai figli di Di Vittorio». Alla Scala salva alcuni delegati, «eletti dai lavoratori», va giù pesante su «burocrati» e segretari di categoria. Rimprovera alla Cgil d'aver «scoperto» i precari «quando eravamo già 3 milioni, un po' tardi». Sul grillismo è diviso: «Capisco lo sbotto, il ceto politico se lo merita tutto, ma ne percepisco la pericolosità». Sul Pd manco lo interroghiamo. E, sua sponte, Massimo detta: «E' autoeletto, autocelebrativo, autoreferenziale. Pussa via».
A un uomo di mezza età, che da giovane aveva sentito il fascino del rifiuto del posto fisso, chiediamo un bilancio. «La nostra utopia è stata realizzata in versione capitalistica». I padroni dalla flessibilità e dalla precarietà hanno ricavato due utili: uno economico, pagano meno la forza lavoro; l'altro politico-sociale, hanno frantumanto la classe. «Una volta centomila in piazza chiedevano la stessa cosa, adesso ognuno chiede la sua cosetta». Dunque, è sconfitta? «Su tutta la linea». Non tanto per le condizioni materiali di vita e di lavoro, «le mie tutto sommato sono discrete». Quanto per il paese che ne è venuto fuori: «La società italiana non è mai stata tanto feroce, ignorante, cafona, impermeabile all'altro. Io, io, io. Gli italiani non sanno dire altro. Io, il più lurido dei pronomi, questo pidocchio del pensiero, come diceva Gadda».
Urge un secondo caffé, per tirarsi su. Zuccherato con un ricordo non dei tempi in cui Berta filava ma di pochi anni fa: «Alla Scala siamo stati gli unici in piena epoca Berlusconi a vincere due a zero. Volevano segare tutti i precari e far fuori pure dei fissi. Non ci sono riusciti».
Il 20 ottobre trekking a Roma? «Ci sto pensando».

caetano veloso

Caetano Veloso è tornato a Roma il 29 settembre per presentare Cê, il suo ultimo disco, prodotto assieme al figlio Moreno, partito per essere un disco di samba e poi diventato un disco rock durante la lavorazione. Intanto è già pronto l'inevitabile "Cê ao vivo".
Accompagnato da un trio chitarra basso e batteria e vestito di jeans, Caetano lascia il pubblico inizialmente perplesso, e subisce anche una imprevedibile contestazione alla fine del terzo brano, con uno spettatore che gli urla "torna in brasile" e "facci sentire qualcosa di Toquinho", prima di essere sommerso dalla contestazione degli altri. Caetano la prende scherzosamente, dicendo "Toquinho è stato mio fidanzato, da giovane".
In seguito il pubblico ha mostrato di gradire di più. Del resto (e per fortuna) Caetano Veloso ha sempre realizzato dischi a tema, come "fina estampa" con i classici della musica sudamericana. In questo caso c'è un disco e un tour da rocker e in scena si muove un po' alla mick jagger, con salti da una parte all'altra del palco, mostrando una discreta agilità per i suoi 65 anni già compiuti.
Solo per due canzoni ha suonato da solo con la chitarra, per un frammento di concerto come forse il pubblico avrebbe sperato, ricordando il concerto-veltronata di pochi anni fa a piazza del popolo: la classica "leãozinho" e un omaggio ad Antonioni con la (dimenticabile) canzone scritta nel 2000 "Michelangelo Antonioni" dedicata ovviamente al regista, con testi in italiano e à la Antonioni.
A parte le canzoni di Cé, recupera poche canzoni dal passato remoto, come "London London" e "desde que o samba é samba".
Alla fine, dopo due ore di concerto e due bis, come capita sempre all'auditorium il pubblico è entusiasta e finisce in piedi a ballare.

21 settembre 2007

Come risparmiare comprando un biglietto ryanair

Questo post ambisce ad essere un post di utilità, cioè di divulgazione di informazioni che potrebbero essere utili a qualcuno. E’ nato dalla constatazione che tre persone, reduci da una partita a calcetto, hanno scoperto di aver pagato tre differenti evitabili sovrapprezzi a ryanair durante l’acquisto del biglietto. Chiaramente non c’è niente di particolarmente segreto, chi compra spesso biglietti probabilmente sa già tutto, ma chi viaggia con ryanair una volta all’anno magari no.

Il primo passo per l’acquisto del biglietto è quello di prenotare i voli. Le tariffe sono calcolate con un criterio basato sulla quantità di posti già acquistata, quindi è consigliabile prenotare con il maggior anticipo possibile. A parità di anticipo l’unica possibilità di avere tariffe più basse è quella di cambiare i giorni di partenza (o la compagnia).

Una volta scelti i voli (e quindi il prezzo di base), passando alla pagina successiva si ottengono le tasse aggiuntive.
Cliccando sul link dati, si ottiene la composizione delle tasse: “government tax, airport taxes, PSC – Non refundable, Ins & Wchr Levy”. Il totale è generalmente compreso tra 20 e 30 euro per passeggero e tratta. Anche qui, c’è poco da fare, bisogna accettare.

Confermando, alla pagina successiva c’è la prima possibilità di risparmiare: l’assicurazione. Basta selezionare “Assicurazione di viaggio non richiesta” per risparmiare (per l’Italia) 14,50 euro, sempre se non si desidera l’assicurazione aggiuntiva (tanto la famosa convenzione di Varsavia vale sempre).

Sulla seconda possibilità c’è una novità di oggi.
Come si sa, ryanair fa pagare 6 euro (UPDATE: 15 euro, un vero furto) per ogni bagaglio consegnato al check-in. Fino a ieri, chi aveva zero bagagli trovava un sovrapprezzo di 6 euro per il check-in a priorità, che consisteva soltanto, a quanto mi hanno detto, nel poter passare tra i primi al momento dell’imbarco, mentre si doveva comunque fare la fila come tutti al check-in. Per rinunciare a questo servizio bisognava cliccare su un link “Rimuovi”.
Da oggi invece la procedura è cambiata. Se si hanno zero bagagli e si effettua il check-in all’aeroporto, si pagano comunque i 6 euro. Per non pagare i 6 euro, bisogna selezionare nel menu a tendina “Senza-bagaglio /Check-in a priorità”. Se si clicca su “visualizza” si vedono le condizioni , poche righe incoraggianti che rimandano a un’altra pagina (ad oggi in inglese, non hanno avuto tempo di tradurla). In quella pagina, tra le varie condizioni, c’è scritto che il check-in on line non è consentito se si viaggia tra l’italia e il regno unito (in quel caso siete costretti a pagare i 6 euro) e che se il bagaglio a mano non soddisfa i requisiti di peso e dimensione (rispettivamente 12 kg e 55cm x 40cm x 20cm) si pagheranno 12 euro per il bagaglio da spedire senza aver avvisato prima più 3 euro per l’emissione della carta d’imbarco.

La terza possibilità per risparmiare è il pagamento:
infatti “per far fronte ai considerevoli costi amministrativi derivanti dall’elaborazione di transazione tramite carte di credito e di addebito” (sic) c’è un ulteriore balzello:
5 euro (UPDATE: prima erano 3, poi 4, ora 5) per passeggero e per tratta se si paga con carte di credito;
1 euro per passeggero e per tratta se si paga con carte di debito;
l’unico modo di scamparla, mi hanno detto, è di pagare con visa electron o postepay.
In qualche forum si trovano casi in cui la postepay non è stata accettata, ma non ho testimonianze in prima persona.

Spero che questi consigli siano stati utili e invito chiunque a correggere, integrare o aggiornare queste informazioni.

Se siete proprio intenzionati a comprare un biglietto ryanair ricordate inoltre che:

in vari paesi ci sono delle inchieste in corso poiché ryanair è accusata di non rispettare le leggi nazionali sui diritti e la sicurezza dei lavoratori, nonché i controlli di sicurezza sui passeggeri.

Le compagnie low cost ricevono ingenti sovvenzioni pubbliche da parte degli enti locali in cui si trovano gli aeroporti minori da dove fanno partono e atterrano gli aerei (in pratica potrebbe essere che lo sconto sul prezzo del biglietto lo abbiate già pagato prima con le vostre tasse; se invece non viaggiate con le compagnie low cost, probabilmente lo avete pagato a qualcun altro).

Gli aerei sono tra i principali emettitori di gas serra e polveri sottili.

Riferendosi in particolare alla situazione di Roma, la zona adiacente a Ciampino vive da anni una situazione drammatica per inquinamento dell’aria, aumento dei tumori, inquinamento acustico, pericoli derivanti dal sorvolo a bassa quota dei centri abitati e pista che non soddisfa le condizioni internazionali di sicurezza. Il comitato permanente no-fly è in lotta per combattere questa situazione.
Poiché è ormai assodato che l’aeroporto di Ciampino non è in grado di sopportare il traffico attuale (+700% in cinque anni), si sta studiando la possibilità di costruire un nuovo aeroporto intorno a Roma, nelle province di Latina, Frosinone o Viterbo: cittadini e amministratori di quelle province si illudono che un tedesco o un inglese, atterrati per una vacanza frettolosa, sottraggano tempo a Roma per trascorrerlo nella loro città.

UPDATE 12/11/2007:
se l'aereo non è ancora partito e il personale di bordo vi dice che in quel momento è proibito allacciare le cinture di sicurezza, vuol dire che stanno facendo rifornimento. In Italia è proibito fare rifornimento con i passeggeri già a bordo perché è pericoloso, ma in altri paesi, come la Spagna, è permesso e ryanair ne approfitta per accorciare i tempi di permanenza a terra.

UPDATE 12/5/2008:
Per qualche mese c'è una specie di promozione: se si fa il check in on line (da 5 giorni a qualche ora prima, è necessario avere una stampante a disposizione) si ottiene l'imbarco a priorità, cioè al momento si entra prima nell'aereo e si possono scegliere i posti.

19 settembre 2007

Antibufala: gli zingari e lo specchietto

C'era una volta un blogger, Paolo Attivissimo, che si è costruito una solida reputazione come smascheratore delle bufale che girano su internet ed è ancora un'autorità in materia.
Se però si visita il suo sito si scopre che, pur formalmente impeccabile, non scrive mai una parola a sfavore degli Stati Uniti, delle multinazionali o delle grandi industrie.
Certo, niente di totalmente smentibile, ma una frase, una battuta, un'allusione, un grassetto, portano il lettore dalla parte che vuole lui. Un buon esempio si può vedere con l'indagine sul boicottaggio della nestlé: non nega (come potrebbe ?) i tristemente noti danni derivati dalla promozione del latte in polvere in Africa, ma ci infila dentro tanti distinguo, obiezioni e considerazioni (notare i titoli dei paragrafi, in rosso) che alla fine la cosa sbagliata sembra proprio il boicottaggio.

E quindi, auspicando l’avvento di un servizio antibufala senza messaggi politici subliminali, per questa volta il servizio antibufala l'ho fatto io.

Da qualche settimana può arrivare per posta la seguente mail:


Purtroppo sono fatti veri!

Cari amici e colleghi volevo informarvi su un'esperienza avuta e che può essere utile a tutti in futuro.

Ieri pomeriggio (ore 18 circa) sono stato soggetto di un tentativo di furto o rapina mentre ero sul tratto dell'autostrada Roma Fiumicino direzione Roma, altezza Parco Medici.

Io ero sulla corsia di sorpasso, quando ho sentito un colpo che proveniva dalla fiancata destra della mia vettura, come se avessi urtato con il mio specchietto un'altra vettura.

Subito dopo ho notato che una macchina (una Lancia Y bianca) mi stava lampeggiando da dietro. A questo punto ho rallentato pensando, non tanto che avessi urtato un'altra vettura, ma che ci fosse per esempio la cintura di sicurezza del passeggero fuori dello sportello o qualche altra cosa che poteva aver provocato quel rumore.

Nel frattempo sono stato raggiunto e superato dalla vettura che mi lampeggiava e gli occupanti mi gesticolavano per farmi capire che ero matto e che mi dovevo fermare. Il conducente di questa vettura ha messo la freccia per fermarsi nella corsia di emergenza (circa 200 metri dallo svincolo per Parco Medici) ed anche io mi stavo per fermare. Però mentre la Y bianca mi stava superando avevo notato che nell'interno c'erano 4 zingari due uomini e due donne ed inoltre mi sono ricordato di un'avventura simile vissuta precedentemente da un'altro nostro collega. A questo punto sono rientrato nelle corsie di marcia dell'autostrada e sono arrivato a Roma.
Immediatamente sono andato al Commissariato Eur per sporgere denunzia e il poliziotto mi ha detto che è da tempo che stanno succedendo di queste cose e che mi era andata bene in quanto, normalmente, il "giochetto dello specchietto" finisce o con il furto dell'auto o con una rapina (soldi e carte di credito) o, in alcuni casi, anche con il sequestro della persona e l'obbligo al prelievo ai sportelli Bancomat e, come non bastasse, con tante percosse.

Purtroppo da quanto ho capito è un tipo di crimine abbastanza ricorrente in tutta Italia e l'unico consiglio che mi è stato dato dalla Polizia è quello di non fermarsi mai in autostrada ma arrivare in un'area di servizio chiamando, nel frattempo, il 113 con il cellulare.

Ho ritenuto utile che questa mia esperienza fosse portata a conoscenza di tutti gli amici che per motivi sia di lavoro che di vacanze (questo ne è il periodo) transiteranno sia sulle autostrade (es. Roma
Fiumicino) che sul Raccordo Anulare o Tangenziali.

Se lo ritenete opportuno fate girare l'e-mail anche voi.

Ciao a tutti




Si parla dunque di reati piuttosto seri, che non dovrebbero essere sfuggiti ai giornali, sempre molto attenti a parlare dei misfatti dei rom, veri o presunti.
Se si cerca su internet "rapina zingari parco medici" si trovano soltanto forum in cui la mail è stata incollata, seguiti da commenti decisamente razzisti che danno la notizia per vera.

Se si cerca solo "rapina specchietto” oppure “truffa specchietto”, seminascoste tra le stesse pagine trovate sopra si trovano le seguenti notizie:

  • un arresto dei carabinieri di Garbagnate Milanese di "due giovani siciliani di 23 e 21 anni" che "risultavano aver consumato almeno una decina di truffe tra Bollate, Garbagnate e Rho" "estorcevano somme di denaro (dai 100 ai 200 Euro)" (30 luglio 2007)

  • Genova: “due nomadi di origine napoletana (!) arrestati a Genova, chiedevano 50 euro per risarcimento dello specchietto" (13 settembre 2007)

  • Empoli: 77ENNE raggirato da un falso carabiniere con il trucco dello specchietto. ha preteso ed ottenuto un risarcimento di 90 euro, prima di sparire. (12 settembre 2007)
  • Milano: automobilista scippato del suo orologio con il sistema della botta allo specchietto retrovisore a via Ascanio Sforza lungo il Naviglio Pavese.
    L'orologio, un Rolex in oro, varrebbe circa 30 mila euro. (30 novembre 2005)

  • Terni: due romani di 19 e 22 anni sono stati denunciati dai carabinieri di Terni per tentativo di rapina e lesioni personali. (28 Maggio 2007)

  • Automobilista scippato del suo orologio con il sistema della botta allo specchietto,un Franck Muller del valore 13mila euro. Il furto e' avvenuto, intorno alle 16.30, in via Melchiorre Gioia a Milano. (17 settembre 2007)

  • Roma, 3 romani arrestati, un ventenne e due ragazze diciassettenni, che estorcevano un centinaio di euro con il trucco dello specchietto. (12 agosto 2005)



Ricapitolando:
che esista una simile truffa è vero, perché è segnalata in diverse parti d’Italia.
L’entità della truffa è modesta, in pratica il risarcimento dello specchietto, decine o al massimo un centinaio di euro, paragonabile, come entità, a quella il gioco delle tre carte.
Non si ha notizia attendibile di percosse o sequestri di persona o svuotamento di bancomat, per realizzare i quali occorrerebbe l’uso di armi e/o violenza.
E’ anche più difficile che truffe del genere avvengano su un’autostrada trafficata, è più conveniente una strada poco frequentata.
Spesso la truffa si basa su una sorta di accordo con il truffato (“non chiamiamo l’assicurazione, regoliamo tutto tra di noi”), anche se probabilmente una certa dose di intimidazione è comunque presente.

In ogni caso fare un collegamento tra questa truffa e gli zingari è sbagliato. I fatti di cronaca riportati parlano principalmente di italiani, che del resto, nell’immaginario comune, richiamano in maniera meno scontata alla truffa e quindi funzionano meglio nella prima fase di accalappiamento della vittima.

Comunque difendersi dalla truffa è piuttosto facile: rispettare la legge, cioè fare ricorso sempre ai vigili e all’assicurazione e non cercare di risolvere la questione con elargizioni di denaro.

Nel caso particolare dei furti di orologio avvenuti a Milano, consiglio ai milanesi possessori di orologi da 13 o 30 mila euro a compensare un acquisto così insensato con una spesa che sia più utile per la società. Certo, si può portare l’orologio al polso destro quando si guida; ma si può essere comunque rapinati quando si è a piedi, e soprattutto, perché vivere con questa paura, quando un orologio preciso costa pochi euro ?

Considerazione finale: sui vari forum tutti hanno preso per buona la notizia, perché probabilmente confermava la loro opinione sull’argomento degli zingari.
E' un errore in cui incorre probabilmente ogni “consumatore di notizie”, si dubita meno dell’attendibilità di una notizia che conferma le proprie opinioni rispatto a una che le smentisce.

09 settembre 2007

campagne di progresso



Impazza la polemica sul blogger più famoso di kilombo. Questo è il mio contributo.

07 settembre 2007

mondiali di rugby e libertà di espressione

Questo post è diviso in tre parti: la prima parla in breve dei mondiali di rugby, la seconda di ricordi d'infanzia, la terza, più importante, parla della libertà di espressione in Italia: se andate di fretta leggete solo questa.


I mondiali di rugby cominceranno stasera e finiranno il 20 ottobre. C’è chi dice che i mondiali siano una faccenda meno bella rispetto agli altri tornei di rugby, non c’è il terzo tempo, non c’è la tradizione, c’è troppo business, del resto sono stati istituiti solo nel 1987. Però ci sono comunque le migliori squadre, e quindi i migliori giocatori, del mondo. L'Italia, che non è mai stata così forte come oggi, grazie anche ai circa 15 giocatori naturalizzati, cioè stranieri, spera di entrare per la prima volta nei quarti di finale.


E’ difficile da spiegare perché io guardi le partite di rugby (anche allo stadio) nonostante non abbia mai giocato a rugby (e neanche ho intenzione di farlo, troppo cruento), mentre non guardo quasi mai una partita di calcio nonostante vada a giocare a calcio anche tre volte a settimana.
Forse sarà la pubblicità o la retorica sul terzo tempo, lo sport sano e leale e le vecchie tradizioni.
In effetti però quando ero piccolo, nei pomeriggi invernali, guardavo le partite del torneo delle cinque nazioni in tv, trattato come una stravagante tradizione anglosassone al pari della regata Oxford – Cambridge. E all’epoca non mi spiegavo molto perché l’Italia perdesse regolarmente con la Francia, ma ne prendevo atto.
E poi guardavo i notiziari sportivi tipo sport sera, che era trasmesso strategicamente prima di cartoni animati o programmi per ragazzi. Mi pare che il resoconto del rugby venisse trasmesso il martedì, insieme a tutti gli sport minori. Guardavo quei servizi con i risultati del campionato, e per ogni sport tifavo, nel senso che stavo attento a sentire se avesse vinto o perso, per una squadra, scelta per vicinanza geografica o perché mi piaceva il nome. Ad esempio a pallanuoto tifavo per la canottieri Napoli, a hockey su ghiaccio per il Gardena, a baseball per il glen grant nettuno. E a rugby per l’amatori Catania.


Ma, tornando ai mondiali, come si fa a vedere le partite ? La risposta più semplice è comprare l’abbonamento sky. Una seconda possibilità è andare in un pub dove trasmettono sky, prendendo un paio di birre e spendendo una decina di euro (potete limitarvi a una, ma in quel caso sarà terribilmente calda se volete tenerla fino alla fine della partita oppure la finirete subito e poi dovrete guardare gli altri che bevono; considerate che con la nuova zelanda si perderà alla grande e quindi verrà voglia di bere). Esiste una terza possibilità, ma non se ne può parlare. Esistono delle televisioni straniere che trasmettono l’evento via internet ma è quasi impossibile riuscire a saperlo. Nelle faq di forum specifico sull’argomento c’è scritto: “si, ma *** non gradisce la libera circolazione di informazioni di questo tipo (nonostante siano legalissime). c'è una causa proprio su questo punto. prendetevela con l'australiano. noi ce la mettiamo tutta.” (gli asterischi sono originali).
Su tutta la faccenda c’è un misterioso silenzio stampa e silenzio blog a parte il post di Beppe Grillo, evidentemente l’unico blogger che ha il budget per rischiare una causa con Murdock. Lì si può leggere come due siti sono stati oscurati e da allora nessuno si azzarda a parlare dell’argomento.
Esiste quindi un modo semplice e pratico per un grosso gruppo economico per ottenere il silenzio su notizie scomode: minacciare una causa miliardaria sostenendo che la circolazione di quelle informazioni gli fa perdere miliardi. I gestori del sito, o almeno i provider, si spaventeranno.
Un modo pulito, moderno, da ventunesimo secolo, di censurare.

31 agosto 2007

coming out

Lo confesso: i lavavetri non mi danno molto fastidio e di solito mi faccio pulire il vetro senza fare storie.
Pur se nella via vita ho sempre votato, manifestato, agito (nei miei limiti) a favore di politiche che si prefiggono l'eliminazione delle disuguaglianze e della povertà, in attesa che questo obiettivo sia messo in pratica, aiuto qualche poveraccio a sopravvivere. Ho sentito parlare di racket e di minorenni, ma in genere quelli che vedo io sono dei quarantenni o cinquantenni dall'aria piuttosto disperata. Ho sentito dire che fa il lavavetri chi non ha voglia di lavorare, ma comunque non mi sembra una "attività" comoda: si patisce il caldo o il freddo a seconda della stagione, si respirano esalazioni velenose dagli scarichi, si è maltrattati da tutti.
Sono consapevole che il mio gesto potrebbe contribuire a rendere più conveniente l'accattonaggio rispetto a forme più dignitose di sopravvivenza, però allo stato attuale non mi sembra che ci sia questo pericolo: gli automobilisti li respingono a brutto muso, con un'animosità che sarebbe meglio destinare ad altri obiettivi.
La solidarietà ai lavavetri mi costa, al massimo, tre euro a settimana, cifra che per me è sostenibile.

Confesso che non mi aspettavo né che amministratori di sinistra (seguiti dai politici nazionali) ritenessero i lavavetri un grave problema sociale, né che la popolazione italiana (a parte, fortunatamente, qualche eccezione) si spaccasse tra le seguenti due posizioni: "non sopporto i lavavetri, arrestateli tutti e poi rimpatriateli" e "non sopporto i lavavetri, non dico di arrestarli, ma trovate qualche maniera presentabile di farli sparire dalla mia vista".
Mi sarei aspettato che tanto odio sociale, almeno da parte delle persone di sinistra, si riversasse, ad esempio, verso chi vive di rendita.
Chi vive di rendita è difficile che dia fastidio al semaforo, ed è anche difficile incontrarlo tout court, visto che magari si trova spesso in posti più ameni di quelli frequentati da chi lavora: su una barca o in un campo da golf o chissà dove. In compenso temo che mi costi molto più di 3 euro a settimana, dal momento che una parte del mio stipendio trattenuto come tasse sarà utilizzato per pagare gli interessi dei suoi titoli di stato.
Le rendite, come si sa, soltanto in Italia sono tassate al 12,5%. Uno dei punti più importanti del programma dell'ulivo era di elevare la tassazione al 20%, ma il governo sembra essersene dimenticato, troppo preso a pensare ai lavavetri.


Devo anche confessare che fino a qualche mese fa cercavo anch'io di scantonare il lavaggio e di risparmare così qualche centesimo.
Finché una sera, a mezzanotte passata, tornando dalla festa dei comunisti italiani a san paolo, ero fermo al lunghissimo semaforo vicino alle terme di caracalla, per capirsi quello in cui si arriva dal circo massimo, a sinistra si va a san giovanni, a destra verso la colombo e l'eur e diritto verso l'appia antica. Si è avvicinato un tizio probabilmente russo, sui quarant'anni portati male, intenzionato a pulire i fari (operazione per la cui dissuasione non funziona neanche la nota tecnica di azionare i tergicristalli). Ho manifestato il mio diniego in maniera molto vistosa e determinata e la sua reazione mi ha sorpreso: con un'espressione del viso molto depressa si è seduto sul marciapiede mettendosi la faccia tra le mani, rinunciando a cercare altri clienti (il rosso sarebbe durato per molto altro tempo). Allora mi sono chiesto cosa mangiava, dove dormiva, che vita aveva fatto e faceva. Come risultato, la sera dopo, ritornato alla festa, ho preparato dei soldi sperando che ci fosse. Naturalmente c'era, e quando dopo il suo servizio gli ho consegnato i soldi, abbiamo detto all'unisono "grazie".
Adesso non mi capita più di passare da quel semaforo a quell'ora, ma in giro per Roma ho notato altre persone come lui. Ad esempio su via casilina al semaforo vicino piazza lodi, di notte c'è un uomo che non ride mai, sui 50 anni, del subcontinente indiano, che chiede di lavare il vetro in maniera molto sommessa. Così sommessa che non ho mai visto nessun altro lasciarglieli lavare.

29 agosto 2007

albania

L'Albania non è mai stato un paese normale. Attualmente è sulla buona strada per diventarlo, ma non lo è ancora, ad esempio è uno dei pochi paesi al mondo dove George dabliu Bush può recarsi senza essere contestato e, anzi, può offrirsi tranquillamente al bagno di folla.
Del resto gli amici americani hanno costruito una grande base militare nato a sud di Durazzo, altra cosa come sistema di difesa rispetto ai bunker ormai in rovina di Enver Hoxha, che pure sembra abbiano contribuito a sventare tre raid anglo-americani subito dopo la seconda guerra mondiale.

E' un paese che per certe cose ricorda un po' la Calabria di quando ero piccolo, in cui ogni pezzo di terreno era buono per costruire un palazzo, un piano alla volta, ma lasciando già la predisposizione per il superiore, da costruirsi dopo, quando ci sarebbero stati altri soldi.

Si può vedere un palazzo nuovo di venti piani tutto di vetro e acciaio (probabilmente costruito da un investitore greco o italiano) che però ha il marciapiede davanti distrutto e pieno di buche perché la manutenzione spetterebbe all'amministrazione pubblica. Sull'amministrazione pubblica gli albanesi hanno messo una pietra sopra nel 1997, quando il presidente Berisha, amico di Berlusconi, aveva sostenuto il sistema delle piramidi finanziarie, con soldi in prestito che tornavano raddoppiati dopo pochi mesi. Naturalmente il sistema non poteva durare e molte persone si sono ritrovate in miseria.

L’amministrazione pubblica è una vittima dell’ansia di liberarsi del passato comunista, che certe volte non sa bene dove fermarsi. Ad esempio la figura di Enver Hoxha è totalmente bandita anche se è stato indiscutibilmente il capo della resistenza, di cui l’Albania va, giustamente, fiera, anche perché ottenuta unicamente attraverso le proprie forze, non c’è stata come da noi l’ambiguità di un esercito che distribuiva cioccolata nelle città che erano state appena liberate. Il museo etnografico ha aggiunto, come si usa, una sezione sui crimini del comunismo. In alcune foto ci si sorprende a vedere le stesse persone appena raffigurate come eroi nella sezione resistenza.

E' un paese che sembra aver dimenticato la produzione di beni.
L'impianto metallurgico di Elbasan, una volta fiore all’occhiello e costruito con l’aiuto cinese, impressionante se visto dalla strada per Tirana, è praticamente inattivo.
L'industria idroelettrica, tirata su nel nord del paese con la creazione di dighe che hanno formato laghi stretti come fiordi, buoni per l'industria turistica di domani, che una volta riusciva a produrre il 50% in più del fabbisogno del paese (e il resto veniva ceduto alla Jugoslavia), adesso non basta più, sebbene anche il consumo di energia elettrica deve essere sensibilmente aumentato. In estate a Skhoder la corrente manca ancora per tutto il pomeriggio e il suono e l’odore dei generatori a gasolio, di cui i locali sono forniti, si alzano nell'aria e caratterizzano la città.

Gli unici oggetti industriali made in Albania che si trovano in giro sono la birra e le tovagliette di carta dei ristoranti. Per il resto, merce italiana per l'alta qualità o turca per la bassa. Persino la frutta venduta nei mercati è facile che provenga dall’Italia.

Del resto la prima fonte di introiti per il paese sono di gran lunga le rimesse degli emigranti.
La seconda è il turismo: quello balneare è in crescita, arrivano in massa da Macedonia, Serbia e Kosovo (ma anche qualche pioniere dall’Italia) ad usufruire del mare a buon mercato. Purtroppo però i profitti del turismo, come del resto di ogni attività che richiede grossi investimenti iniziali, finiscono a investitori stranieri: italiani e greci per vicinanza, americani in virtù di una emigrazione di ritorno, con una comunità di albanesi-americani (di cui faceva parte anche John Belushi) che torna a fare affari nella patria di origine.

I servizi, in compenso, prosperano: di bar, ristoranti, taxi o minibus ce ne sono molti di più di quelli che si vedono all’estero in città di pari dimensione. I bar in particolare sono sempre pieni a tutte le ore del giorno. Un altro servizio molto sviluppato è l’organizzazione dei matrimoni, che in Albania è un affare particolarmente lungo e costoso. Gli autobus urbani invece sono rimasti quelli comprati di seconda mano all’estero, con i cartelli originali, così ad esempio per il centro di Tirana può passare il 4 con capolinea a corso Po.
Ma si trova fuori dalle città il servizio di gran lunga più diffuso di tutta l’Albania: l’autolavaggio. Gli albanesi amano la propria automobile, probabilmente per effetto dell’impossibilità di averne durante il comunismo. Buona parte delle mercedes di 20 e 30 anni fa sono finite qui. E’ anche opinione diffusa che per scarsa pratica gli albanesi non sappiano guidare. In realtà guidano come tutti gli altri, a parte ignorare la norma della prudenza nei sorpassi. L’albanese mal sopporta il traffico (che cresce inesorabilmente di anno in anno) e tende a sorpassare in qualsiasi punto. Come risultato, ci sono strade come la Fier – Gjirokaster o la Korça - Tirana che sono una successione continua di lapidi di automobilisti.

La categoria di investitori esteri più agguerrita è comunque quella delle religioni, che con la fine dell’ateismo di stato hanno trovato praterie da conquistare. In tutte le città, non importa la dimensione, è stata costruita una nuova moschea, probabilmente con finanziamento saudita. Nella remota Bajram Curri, dove il resto della città non è cambiato rispetto al tempo di Hoxha, l’effetto della moschea è particolarmente straniante.
In moschee importanti è possibile anche trovare studenti islamici che danno lezioni sulle incongruenze del cristianesimo ai visitatori.
La chiesa cattolica ha stanziato cifre inferiori dei sauditi e la sua longa manus si vede poco: qualche nuova chiesa nel nord, qualche statua di madre teresa (anche l’aeroporto internazionale di Tirana è stato veltronianamente intitolato a madre teresa), qualche prete italiano a evangelizzare nei villaggi di montagna.



In tutto questo gli albanesi, non più ingenui e esageratamente affettuosi come in passato, ma sempre speranzosi per il futuro, passeggiano o consumano al bar, sicuri che la loro vita non può che migliorare.


Foto:
1: Tirana, il mausoleo piramide di Enver Hoxha, utilmente riciclato per accogliere Bush.
2: Skhoder, statua del partigiano ignoto, scampata all'abbattimento, palazzo dell'epoca comunista, palazzo dell'epoca democratica.
3: Skhoder, minareti e campanili che sgomitano.

10 agosto 2007

partenze


Sarò via da oggi fino al 26 agosto. L'itinerario previsto è quello tratteggiato in rosso nella mappa.

L'Albania, per chi si ricorda il mondo prima del 1989, era un paese dove era praticamente impossibile entrare, e questo esercitava in molti, tra cui me, un fascino enorme. La Yugoslavia invece era il socialismo dal volto umano, e poi era il paese dei burek.
Alcuni posti li avevo già visti nel 1995, vado a vedere come sono cambiati. Allora c'erano ancora i bunker di Hoxha e le scritte "Enver" fatto con le pietre sui fianchi delle montagne. In mezzo c'è stato un disastro finanziario, una guerra civile, eppure chi comanda è sempre Berisha.

07 agosto 2007

Dagli all'impiegato

Sui giornali di ieri è uscita la clamorosa notizia dei sospetti sugli impiegati di Fiumicino che avrebbero bloccato il nastro trasportatore per lavorare di meno.
Chiunque sia atterrato una volta a Fiumicino conosce l'interminabile attesa per riavere i bagagli, che invece di norma negli aeroporti all'estero arrivano subito. Con questi articoli il lettore è indotto a pensare che la causa del disservizio siano i lavoratori. Del resto è abituato a leggere degli impiegati fannulloni da licenziare di Pietro Ichino, dei sindacati che proteggono i fannulloni di Montezemolo, del sindacato che vuole abolire lo scalone e non protegge i giovani. Repubblica in particolare usa anche la tattica "Poverini", cioè far dire all'uomo qualunque cose che non è bello scrivere come giornale: Corrado Beruti (e chi è ? E' uno che ha preso l'aereo per Kuala Lumpur,ci spiegano) dice "possibile che per la noncuranza di qualche impiegato con poca voglia di lavorare io ora debba riacquistare tutti i capi d'abbigliamento che mi serviranno per la vacanza in Malesia?".
Peccato però che i veri motivi del pessimo funzionamento della riconsegna bagagli siano quasi nascosti nell'indignato articolo: "le compagnie di handler non hanno a disposizione abbastanza manovali per far fronte all'ingente numero di valigie da caricare.[...]Il problema, però, è che il 40% di questi operatori sono assunti con contratti stagionali e non effettuano ore di lavoro extra".
Le quattro società che gestiscono i bagagli di Fiumicino risparmiano sul personale, facendo lavorare meno persone del necessario e facendo ricorso a lavoratori a termine e precari, a discapito della qualità del servizio.Naturalmente se esiste davvero qualcuno che blocca apposta il nastro trasportatore sicuramente è da sanzionare, ma i motivi per cui il servizio (i servizi) è pessimo non sono questi.

04 agosto 2007

bergman e antonioni

Per una strana coincidenza se ne sono andati lo stesso giorno o forse in giorni diversi ma a meno di 24 ore.
Ma si erano ritirati dal cinema da molti anni.
Di Bergman ricordo quando uscì Fanny e Alexander, la trasmissione in tv (spezzata in due giorni) subito dopo fu un evento, ma mi pare che non arrivai alla fine.
Di Antonioni ricordo quando da piccolo uscì "identificazione di una donna", di cui mi stupì molto sapere che il protagonista era Tomas Milian, di cui sarebbe uscito a breve "delitto al ristorante cinese". Finché non ho visto il film, da grande, ho sempre pensato che il commissario Giraldi fosse stato trapiantato in un film di Antonioni.
Quando uscì "al di la delle nuvole" lo andai a vedere al cinema, ma mi sembrò (e così a gran parte di pubblico e critica) che Antonioni non era più lui, anche se non stava bene dirlo.
Ma ho conosciuto veramente il loro cinema quando, a una ventina d'anni, mi sono fatto prendere da una specie di bulimia per il cinema d'autore. Guardavo i loro film in televisione, a orari assurdi oppure massacrati dalla pubblicità, su fuori orario di raitre o su retequattro. Zabriskie Point l'ho visto una domenica pomeriggio su telemontecarlo, nelle nebbie del segnale disturbato. Fecero anche il telegiornale a metà film. Raramente mi concedevo il lusso dell'azzurro scipioni di Agosti e delle monografie del castoro (poi le avrebbe ristampate l'unità, ma all'epoca erano piuttosto costose). Approfittai della breve ma proficua stagione di telepiù uno in chiaro, che per qualche mese trasmetteva 4 capolavori del cinema al giorno. In quelle condizioni precarie e per la giovane età, i due maestri dovettero sembrarmi ostici anche se di Bergman mi ricordo che apprezzai molto le commedie giocose, come "sorrisi di una notte d'estate" o "l'occhio del diavolo".

01 agosto 2007

storie di scorie (radioattive)

In questo monologo, Ulderico Pesce racconta la storia di Nicola, che ha lavorato tra le barre di uranio nel centro enea di Trisaia di Rotondella, poi ha respirato polveri di proiettili all'uranio come militare dell'esercito in Kossovo, lavorato come postino a Saluggia, in Piemonte, sempre a ridosso di un deposito di materiale nucleare e infine ha partecipato alla lotta nel 2003 contro il deposito unico di scorie di Scansano Jonico.
Ma durante lo spettacolo Pesce dice molte altre cose inquietanti.
Che a Trisaia di Rotondella, provincia di Matera, c'è un deposito di materiali radioattivi provenienti dagli stati uniti dal 1968, i cui sarcofaghi obsoleti dovevano essere sostituiti dopo vent’anni, nel 1988, e uno di questi si è lesionato con fuoriuscita di liquido radioattivo nel 1994.
Che dal centro enea di Trisaia parte un tubo di 4 km che arriva in mare, che è stato ritenuto contaminato da materiale radioattivo anche da una sentenza della magistratura.
Che a Saluggia ci sono 20 tonnellate di materiali radioattivi liquidi a breve distanza dalla Dora Baltea.
Che i materiali radioattivi che sono in Italia provengono in gran parte dagli Stati Uniti. Quelli delle centrali italiane si sospetta siano finiti in Somalia: su questo stavano indagando Ilaria Alpi e Milan Hrovatin quando sono stati uccisi.
Che al centro enea della Casaccia, vicino Roma, oltre a materiale radioattivo, c'è una piccola centrale nucleare in funzione per motivi di ricerca.
Che le barre d'uranio esauste alla fine del ciclo producono 250 materiali radioattivi, che restano tali per 150.000 anni. Quello più pesante, il plutonio, è un componente delle armi atomiche, mentre con l'uranio rimanente (detto impoverito) si fabbricano i proiettili usati in tutte le ultime guerre “umanitarie”. Che centinaia di militari nelle missioni di pace si sono ammalati per avere respirato polvere di uranio, che vicino ai vari poligoni di tiro sparsi per l'italia le patologie causate dalla radioattività sono 5 volte più diffuse.
Che l’insensata costruzione di un deposito unico del materiale radioattivo presente in Italia è ancora prevista entro il 2008 dalla legge in vigore.

Alla fine dei suoi spettacoli Pesce invita il pubblico a firmare una petizione (anche sul sito www.uldericopesce.com).
La petizione sulla sepoltura dell’anarchico Passannante ha già avuto esito positivo, anche se in quel caso si trattava di una minima richiesta di umanità. In questa petizione si parte dalla rimozione del tubo radioattivo e si arriva ad richieste più ambiziose. Tra cui anche quella di informazione e trasparenza sull’argomento, che mancano del tutto.

20 luglio 2007

perché a Roma un concerto deve costare il doppio ?

Mettiamo il caso che vi interessi un concerto di Paolo Conte. Sapete già che farà un concerto dalle vostre parti, e volete sapere prezzo e possibilità di comprare i biglietti. Quindi trovate su internet il sito incaricato della vendita on line (a proposito, se usate il call center vi fa pagare 0,80 euro più iva al minuto; cioè pagate sia per il biglietto sia per dirgli che comprate il biglietto) e cercate.

I risultati di oggi sono qui. Cambieranno nel tempo, quindi ho catturato l'immagine.

Come può vedere, a Ostia antica (poco fuori Roma, ma è presumibile che la maggior parte dei potenziali spettatori provenga da Roma) il biglietto parte da 45 euro; per tutti gli altri concerti di Paolo Conte, indifferentemente al sud o al nord, il prezzo va da 20 a 25 euro.
Perché i romani devono pagare il doppio di un sardo o di un friulano ?

E' vero che a Ostia Antica il concerto si tiene in un sito archeologico, ma anche a Cagliari è così: e chi conosce il posto sa che il teatro romano è suggestivo, ma non è né raccolto, né comodo per gli spettatori.

Ovviamente la bravura di Paolo Conte come cantautore non si discute, ma supponendo che l'ingaggio di Paolo Conte e l'allestimento e le spese per lo spettacolo siano le stesse (e non si vede perché debba essere il contrario) dove vanno a finire gli incassi in più ?

La risposta che viene in mente per prima è: nelle tasche degli organizzatori. E se è vero che pure nei piccoli centri possono esistere organizzatori voraci, capita che nelle grandi città è probabilmente più facile trovare un numero sufficiente di polli disposti a farsi spennare in questo modo.

Tutto ciò crea un effetto a catena per cui tutti gli organizzatori si sentono autorizzati ad aumentare i prezzi a dismisura: e così chi va a un concerto finisce per arricchire un intermediario che con la musica non c’entra nulla.

chico cesar

E' arrivato il concerto dell'estate che più aspettavo (almeno a Roma). Stasera Chico Cesar suonerà a villa ada.
Istruzioni per l'uso:
non cantare a squarciagola le canzoni, soprattutto se stonati.
se si arriva dopo, non mettersi davanti a qualcuno ostruendogli la visuale.
se si parla con qualcuno durante le canzoni, fare in modo che senta solo lui e non le trenta persone vicino.
Realizzatori di video con macchina fotografica digitale (piaga recente): non è che dico di non farli, ma pensateci. Siete sicuri che valga la pena di distrarsi dal concerto per fare un video di due minuti che poi vedrete in un rettangolino piccolo e con un audio difettoso (e in più date fastidio a quelli dietro) ?
Fascisti di piazza vescovio: non venire.
Portatori di coltello: lasciarlo a casa per tagliare il prosciutto.
Siccome questo post non parla davvero di chico cesar, cantautore brasiliano che dicono essere l'erede di caetano veloso, per chi arriva da google, questo è il suo sito ufficiale (in portoghese).

Update 2008:
incredibilmente (e fortunatamente) pochi a Roma sembrano essersi accorti di quanto è bravo Chico Cesar (per gli amici Ciccio Cesare) e così non solo è possibile vederlo di nuovo a Villa Ada (o villa ada savoia, come dice il sito dell'estate romana rifatto in stile orbace per alemanno) lunedì 20 luglio per soli 10 euro (volendo c'è anche un abbonamento da 7 giorni a 15 euro), ma andando verso le 10 è possibile piazzarsi comodamente in prima fila sotto al palco. Nel frattempo Ciccio ha fatto un altro ottimo disco "Francisco, forrò e frevo" molto tradizionale nordestino.

18 luglio 2007

mala tempora currunt




Naturalmente è sempre sbagliato cercare di ricavare informazioni sui cambiamenti della società osservando le scritte sui muri, dal momento che potrebbero essere opera di qualche isolato. Eppure qualche indicazione di massima si può ottenere.
La prima è stata scritta a casal bertone, a pochi metri da dove è stato fatto l'assalto dell'11 luglio, probabilmente dagli assalitori stessi. La seconda parte è stata ben cancellata e non si legge quasi più, ma c'era scritto "più case, meno calabresi!".
E' sintomatico pensare che una ventina d'anni fa (almeno per quello che mi ricordo io) il razzismo a roma di fatto non c'era. Non c'era neanche l'immigrazione di massa dall'estero. Quando è arrivata l'immigrazione, sono mancate le politiche di integrazione, e contemporaneamente la sinistra in città si è lanciata nella politica del grande evento mediatico e ha smesso di fornire risposte alle periferie. A cui sono rimaste solo le risposte, sbagliate, della destra. E così, via gli stranieri dall'italia, via i calabresi da roma, via i romani da focene, in un delirio che sembra peggiorare ogni giorno.


La seconda scritta invece è ancora leggibile (ma è rassicurante che per ogni scritta idiota c'è sempre una mano pietosa pronta a cancellare o a ritoccare) e svela l'obiettivo ultimo dell'offensiva filo-vaticana del family day: la legge 194. E' stato scritto vicino alla sede dell'inquietante movimento "militia christi", la risposta cattolica ai talebani afghani. Anche se dopo il roma pride e i sex crimes i papa boys mi sembrano piuttosto abbacchiati, non è il caso di dimenticare dove vorrebbero arrivare.

L'ultima scritta è vicino a casa mia. E' solo la dimostrazione che se proprio si vogliono scrivere delle cazzate, è almeno possibile fare in modo che siano simpatiche e divertenti.

14 luglio 2007

Non son l'uno per cento

(Italia 2006) di Antonio Morabito con Alfonso Nicolazzi, Gigi Di Lembo, Donato Landini, Dominique Stroobant, Massimiliano Giorgi, Angelo Dolci
"Se si guarda a come va il mondo, come si fa a non essere anarchici?".Comincia così questo documentario in forma di intervista a 5 anarchici della FAI. Si scorrono così la storia del movimento, il rapporto con la città di Carrara, le cave di marmo, la sede conquistata con la liberazione, le vite degli intervistati, la vittoria popolare della chiusura dell'inceneritore della montedison che inquinava la città, i rapporti con i movimenti no global e i recenti episodi attribuiti a sigle anarchiche.
Con una sorpresa amara: Alfonso Nicolazzi, il tipografo che stampava Umanità Nova, che mentre lo si sente parlare viene voglia di andare a Carrara apposta per conoscerlo, è morto nel 2005, durante la lavorazione del documentario.
Dove, come non capita spesso, a parlare dell'anarchismo sono gli anarchici stessi.

06 luglio 2007

Processo agli aggrediti

Il processo agli aggrediti di giovedì a villa ada è cominciato oggi per direttissima.
Ricapitolando la storia, giovedì scorso, dopo il concerto della banda bassotti, quando buona parte delle persone (tra cui me) era andata via, un centinaio di fascisti di piazza vescovio è arrivato al grido di "duce, duce", armato di coltelli e bastoni ( e di corsa e in formazione militare, sembra) a seminare il panico: tra gli spettatori, che hanno provato a difendersi, il più grave ha ricevuto 9 coltellate, di cui due a un centimetro dal polmone.
La polizia è arrivata molto in ritardo (nonostante a fianco all'entrata di villa ada ci sia una grande caserma dei carabinieri) e non ha trovato di meglio da fare che fermare quattro spettatori per i consueti reati "da manifestazione".
Gli aggressori erano intanto scappati e non sono stati identificati.
Aggressioni fasciste di questo tipo avvengono spesso fuori da luoghi politicizzati come i centri sociali, stavolta è avvenuta in un luogo "neutrale" (anche se il concerto non lo era) e ricorda piuttosto il caso di renato biagetti.
Invece è purtroppo usuale trovare guai ad avere a che fare con le forze dell'ordine: da napoli e genova 2001 a Federico Aldrovandi, dalla manifestazione contro forza nuova a milano a questi fatti di villa ada, per restare solo nel ventunesimo secolo.
E' altrettanto usuale che qualche politico e qualche giornale abbia accomunato aggressori e aggrediti nella teoria degli opposti estremismi.
Il processo per direttissima ai quattro spettatori è cominciato oggi.
Sarebbe inaccettabile una conclusione con una doppia beffa: aggrediti e condannati.

E sabato manifestazione, le ultime notizie dicono da villa ada a piazza sant'emerenziana e ritorno. Piazza Vescovio non è stata concessa per timori di scontri e perché è "troppo fascista". Ma comunque si potrà manifestare contro la violenza fascista nel quartiere "nero". Consiglio comunque la visita di piazza vescovio (senza dare troppo nell'occhio - e non sabato, perché c'è un sit-it neofascista): c'è un'atmosfera pesante, sembra un po' di essere in un film sulla dittatura argentina.