“Negli
ultimi vent’anni la mia vita si è completamente identificata con il
movimento operaio americano di cui sono parte attiva. Secondo le ultime
statistiche, ci sono negli Stati Uniti 16.200.000 operai. Sono questi
che con il loro lavoro creano tutta la ricchezza del paese. Come operaio
ho condiviso quelle che mi appaiono le giuste rivendicazioni della
classe operaia. Ho difeso il suo diritto alla libertà, il suo diritto di
disporre del proprio lavoro e dei suoi frutti. Sono tra quelli che
considerano sbagliato, nei miei confronti e del mio prossimo, e ingiusto
verso i miei compagni, che io, schiavo salariato, riesca a fuggire
dalla mia condizione diventando a mia volta un padrone e un proprietario
di schiavi. Non voglio farlo; non voglio essere né l’uno né l’altro. Se
nella mia vita avessi scelto un’altra strada, oggi potrei passeggiare
nei viali della città di Chicago. Ma ho scelto la mia strada, e oggi sto
qui sul patibolo. Questo è il mio delitto. Sono stato infedele e
traditore verso le infamie dell’odierna società capitalistica. Se per
voi questo è un delitto, confesso di essere colpevole.”
Dal
discorso pronunciato dal militante sindacale Albert Parsons, 39 anni,
sposato con Lucia Gonzales (anche lei militante sindacale) e padre di 2
figli, prima di essere impiccato l’11 novembre 1887 per i fatti di
piazza Haymarket, a Chicago, che seguirono il primo sciopero generale
nazionale degli Stati Uniti, il 1° maggio del 1886.
Ad
Albert Parsons (e agli altri 11 martiri di Chicago condannati a morte
con lui, e alle centinaia di migliaia di scioperanti in lotta quel
giorno per le 8 ore di lavoro) si deve il primo “1° maggio” del mondo,
che dal 1889 il movimento operaio internazionale decise di celebrare
ogni anno come giornata di lotta dei lavoratori (e non degli industriali) di tutti i paesi.
D’estate era terra di conquista di bambini di tutte le età, grazie ai buchi della rete di recinzione.
Nel mezzo di un lungo pomeriggio sotto il sole battente, le due squadre avevano deciso di terminare una partita interminabile, il cui risultato era controverso ma secondo molti era 18 a 13.
Qualcuno propone di fare una seconda partita. Io accetto entusiasta, ma naturalmente non c’è acqua corrente nei dintorni del campo. I più grandi resistono senza bere, qualcuno propone di bere da una pozzanghera, io ho un’idea geniale: correre a bere in paese e tornare.
Nella strada in discesa mi sembra di volare. Arrivo alla fontanella, non di quelle con l’odioso bottone ma con la rotella, in cui non si deve spingere ma ci si può concentrare a bere. E l’acqua è tanta ed è fresca!
L’ultima speranza è contare i giocatori, se sono dispari forse mi faranno entrare. Li conto due volte e sono sempre 26.
Guardo per l’ultima volta la nuvola di polvere che alzano i ragazzi, do un calcio alla rete e vado a casa, tentando di bloccare le lacrime.