25 ottobre 2008

 

appunti per un decalogo illustrato per il consumatore etico e ambientalista

1)Utilizzate confezioni grandi che, a parità di prodotto, riducono la quantità di imballaggi e quindi di rifiuti. Per renderlo portatile eventualmente travasatelo.


2)In ufficio cercare di evitare il junk food, incredibilmente caro, che produce una quantità enorme di imballi e che contiente ingredienti come olio di palma, xilitolo o latte in polvere, che non mettereste mai spontaneamente nel caffè o nell'insalata.

Per l'acqua, se esistono le condizioni qualitative minime, combattete le lobby delle acque e della plastica e bevete acqua migliore riempiendo in bagno.


3) Scegliere ristoratori con prezzi corretti, che non evadano le tasse e con idee politiche apprezzabili.



Per ora sono arrivato a tre, si accettano suggerimenti per la continuazione.

08 ottobre 2008

 

minime 2

«No. Sono convinto che nessuno abbia bisogno di sentire un'altra opinione. Il mondo è pieno di opinioni, tutti quanti hanno il loro cazzo di opinioni, e per di più si ostinano a fartele conoscere. Possibile che nessuno si sia accorto che le opinioni degli altri non importano un cazzo a nessuno? Anche le opinioni personali che ha ciascuno di noi. Mi pare che la mia opinione abbia un valore soltanto se me la tengo per me, o al massimo per i miei amici. Una volta, soltanto i saggi dichiaravano le loro opinioni, e adesso? Ho sentito dire un casino di volte "ho il diritto di esprimere la mia opinione", e invece no, te la tieni per te. Mi sono rotto le palle delle opinioni e dei giornali. Adesso basta, avere un'opinione dovrebbe essere un fatto eccezionale, un qualcosa di studiato, pensato, meditato (...)».
(David Trueba, "Quattro amici")

Qualche anno fa questo frammento mi era piaciuto, tanto da ricopiarmelo. Poi però devo aver cambiato idea, altrimenti non avrei questo blog (e l'altro).

28 settembre 2008

 

periodi


In questo periodo mi sento un po' come Superciuk in questa immagine. Ma passerà presto. Spero.

14 settembre 2008

 

Yanquis de mierda, váyanse al carajo cien veces

Il vecchio Chavez ha messo a segno un altro colpo nella lotta per la liberazione dell'America Latina dalla letale influenza degli Stati Uniti e dei loro organismi internazionali. La cacciata dell'ambasciatore la aveva fatta anche Evo Morales (tra l'altro quello in Bolivia aveva un curriculum migliore nella istigazione di secessioni strumentali, con un brillante successo in Kosovo), ma la frase ad effetto, che nell'ormai ex cortile di casa ha un enorme valore simbolico, è tutta opera di Hugo.
In Italia si parla poco e male della liberazione in atto in America Latina (i paesi in prima fila sono ancora aumentati, con l'aggiunta del Paraguay e anche quelli più moderati, come Argentina e Brasile, prendono coraggio), se ne enfatizzano le contraddizioni, sia per cercare di neutralizzare l'effetto di esempio, sia perché nel gruppo degli sfruttatori internazionali ci sono anche aziende italiane, come la Telecom in Bolivia.
Se ne è parlato a una proiezione del bel documentario di Fulvio Grimaldi "l'asse del bene", girato in vari paesi dell'America latina, con tappe tra i forajidos, "quelli che scacciano tutti", dell'Ecuador o a Cochabamba della rivolta per l'acqua e del grandioso "me cago en la propriedad privada". Secondo Grimaldi l'Italia di oggi, con questo misto di smarrimento, assuefazione e rassegnazione, assomiglia all'Argentina di fine secolo scorso. Dopo la dittatura dei militari, dal 1976 al 1983, c'è stato un lungo periodo di dominio delle oligarchie con l'applicazione del neoliberismo friedmaniano, con la consueta ricetta di privatizzazioni, smantellamento dello stato sociale e depauperamento della popolazione a beneficio di pochi. Improvvisamente, a fine 2001, l'Argentina si è risvegliata, con i popolo dei cacerolazos, centinaia di migliaia di persone che ha detto di no alla svendita del paese, riprendendosi le piazze e poi il paese. Ma questo risveglio, sia pure improvviso, è stato preparato da piccoli focolai di resistenza, di lotta o di cultura: proiezioni, letture di poesie, occupazioni o blocchi stradali. Tutto ciò ha preparato quel paese al risveglio.
L'Italia, secondo Grimaldi, è nella fase antecedente al risveglio, ma deve cominciarsi a preparare alla nuova fase.
La militarizzazione del paese, le minacce di nuove Bolzaneto o Chiaiano in caso di proteste, leggi liberticide o operazioni finanziarie ai danni della popolazione, sono cose che l'America Latina ha già affrontato ed è riuscita a battere. L'Italia deve provarci.

12 settembre 2008

 

minime

Un candidato della coalizione di sinistra arrivò al villaggio di San Ignacio, in Honduras, durante la campagna elettorale del 1997. L'oratore salì sulla scala che fungeva da palco e di fronte allo scarso pubblico proclamò che la sinistra non corrompe il popolo, non vende favori in cambio di voti. Noi non diamo cibo - aggiunse - noi non diamo lavoro, noi non diamo denaro. E cazzo date allora? Domandò un ubriacone, che si era appena svegliato dalla siesta sotto un albero della piazza.

(Edoardo Galeano)

03 settembre 2008

 

L'eredità del cemento

La mostra "L'eredità del cemento - Quartiere radioattivo" dell'istituto polacco è stata presentata dalla stampa come se il vero tema fosse la condanna del socialismo reale. Ad esempio secondo un comunicato era "sul tema degli orrori edilizi delle unità abitative che costituiscono lo scenario metropolitano di tanta parte della Polonia uscita dal totalitarismo".
Probabilmente ci sarei andato lo stesso, poiché sono un grande appassionato dell'architettura a blocchi. E' un tipo di architettura molto diffusa nei paesi socialisti, ma non solo (la denominazione precisa sarebbe "edificio a pannelli prefabbricati", ma in Polonia sono chiamati familiarmente "blok" e userò "blocchi" o "architettura a blocchi" per il resto del post).
A Roma, ad esempio, ci sono state varie realizzazioni di questo tipo e anche qui c'è la facile corrispondenza tra architettura a blocchi e degrado. Eppure ad esempio il progetto di Pietro Barucci dei ponti di Laurentino 38 era ragguardevole, con la strada resa veloce per le automobili perché liberata da pedoni, e i ponti, pensati, oltre che per l'attraversamento stradale, per essere area pedonale su due livelli, con negozi al livello inferiore e servizi a quello superiore.
Ma servizi e negozi non furono mai realizzati e i locali vuoti furono occupati da altri senza casa. Il degrado sociale arrivò presto, seguito da quello strutturale. Così pochi anni fa è stato demolito uno dei ponti, da parte della giunta di Veltroni, che prendeva le distanze dal progetto e dalle giunte rosse degli anni '70, con la destra che applaudiva.

L'architettura a blocchi si ispira a Le Corbusier e alla sua idea di produzione standardizzata, basata su un modulo replicabile all'infinito.
Le idee di Le Corbusier trovarono terreno fertile nella Polonia del dopoguerra perché le città erano state praticamente rase al suolo, e si erano ripopolate con massicci fenomeni di industrializzazione e urbanizzazione.

I paradigmi modernisti furono però filtrati da specifiche condizioni economiche , sociali e politiche e quindi banalizzati e semplificati. Anche quando si aspirava alla copia conforme, come la Superjednovska di Katowice con l'unité d'habitation di Marsiglia, il risultato fu una specie di fratello povero.
Gli architetti furono estromessi dai progetti in favore dei politici (unica eccezione, che diede luogo a progetti ritenuti tuttora validi, fu quella dell'architetto-politico Halina Skibniewska).
I blocchi furono visti solo come un mezzo che permettesse di risolvere rapidamente il problema della scarsità di case, in maniera facilmente amministrabile centralmente e in modo che lo spazio fosse uguale per tutti.

Negli anni '50, per un breve periodo i polacchi ambivano ad abitare nei blocchi, che costituivano effettivamente un miglioramento delle condizioni abitative.
Più tardi progetti e materiali di costruzione peggiorarono e i servizi sociali inclusi nei progetti non furono realizzati per motivi economici. L'assenza di servizi, sommata ai materiali scadenti, ha portato a un rapido degrado di questi palazzi, principalmente degli interni.
Nei decenni successivi i blocchi erano diventati paesaggio consueto in Polonia.
Negli anni'80, ai tempi della canzone "Quartiere radioattivo" del gruppo punk Brygada Kryzys, che dà il titolo alla mostra, e della legge marziale, i blocchi erano visti come simbolo di omologazione di un sistema opprimente.
Oggi sono abitati in massima parte da persone che non possono permettersi case migliori.
Mentre in Germania, alcuni palazzi a blocchi sono stati demoliti, dopo essere stati abbandonati dagli abitanti, in Polonia ciò non è successo.
Interventi di riqualificazione sono auspicati, ma finora si sono limitati alla tinteggiatura in colori pastello.

D'altra parte dopo la caduta del comunismo, non si costruirono più blocchi, ma
a parte la presa di distanza ideologica, le nuove costruzioni, con quartieri recintati e ultrasorvegliati, hanno continuato l'opera di distruzione del tessuto sociale della città che è iniziata con i blocchi.

In Polonia circa il 30% delle abitazioni è realizzata a blocchi e dentro ci vivono circa dieci milioni di persone, cioè poco meno del 30% della popolazione.
Se il luogo dove si è cresciuti influenza sempre il lavoro di un artista, ciò è ancora più vero per i blocchi, che aspiravano a modellare in modo programmatico le menti dei suoi abitanti.
Curiosamente gli artisti sembrano affascinati proprio dagli aspetti più detestati dei blocchi: la possibilità di giocare con le forme replicabili, il fascino di una forma monotona e opprimente, la nostalgia per un passato che non c'è più.
Così ad esempio ci sono modelli di palazzi a blocchi realizzati a uncinetto con filo da calzolaio con base costituita da mobili polacchi originali anni '70 (Julita Wojcik), collage di fotografie di frammenti reali di blok che incollate vicine possono dare luogo a immagini di blok che non esistono nella realtà (Nicolas Grospierre), un blok in miniatura costruito a fianco a quello vero, con l'esterno che è copia dell'originale e l'interno che è delle dimensioni di un vero appartamento (Maciej Kurak). E poi il cinema, con blok (1982) di Hieronim Neumann carrellata muta di vita nel blok con la telecamera che invisibile si sposta negli appartamenti e Z mojego okna - Dalla mia finestra (Jozef Robakowski) in cui un videoartista filma la vista dalla sua finestra nel quartiere Manhattan di Lodz nel corso di 21 anni con commenti ironici e amari.

Nella foto, blok ad Almaty, Guantanamo, Tallinn, Ivanovo




31 agosto 2008

 

Xinjiang

La fulminea notorietà dello Xinjiang durante le olimpiadi mi fa un certo effetto, in quanto lo Xinjiang, di cui si è sempre parlato pochissimo, è l'unica zona della Cina che abbia visitato, nel 2003 in un viaggio in Asia Centrale per strade e confini che avevano visto pochi stranieri e con pochissime infrastrutture (il che era parte del divertimento).
Di fatto è una regione che c'entra poco con il resto della repubblica popolare cinese, in quanto abitata da una popolazione simile a quelle dell'asia centrale al di là del confine, gli uyguri. Uyguristan è il nome con cui gli uyguri chiamano la loro terra, Xinjiang è un nome cinese, significa "nuovi territori di frontiera", mentre Turkestan Orientale sembra usato più per motivi politici. Il capoluogo dello Xinjiang è Urumqi o Urumchi, un classico esempio di quelle che Rem Koolhaas chiama generic city, una città che ha avuto uno sviluppo frenetico di strade larghe e grattacieli. Nonostante qualche segno del precedente aspetto uyguro, popolazione e aspetto sono piuttosto cinesi. Città più autenticamente uygure sono Tulpan (per i cinesi Tulufan) e soprattutto Kashgar (il nome con cui la chiamano i cinesi è Kashi), una delle città più affascinanti del mondo, sebbene il governo cinese porti avanti un programma di "bonifica", ufficialmente per motivi igienici, che prevede la distruzione di parte della città vecchia. Anche il famoso mercato domenicale è stato spostato nella parte moderna della città.
Un altro obiettivo del governo centrale era di far raggiungere ai cinesi han la maggioranza relativa della popolazione allo scopo di delegittimare le aspirazioni di autonomia o indipendenza della regione. Grazie a massicci incentivi alla emigrazione da altre zone della Cina, l'obiettivo è stato raggiunto qualche anno fa.
La lotta degli uyguri non è ovviamente nata con le olimpiadi. Non ho visto segni percettibili di repressione degli uyguri, ma per ovvi problemi linguistici (gli uyguri parlano una loro lingua, totalmente diversa dal cinese ufficiale) la cosa non è significativa. Non stupirebbe che le violazioni delle libertà personali in Cina fossero declinate in versione etnica verso gli uyguri.
La stampa occidentale è solita descrivere gli indipendentisti uyguri come fondamentalisti islamici. Dalla mia esperienza non è sembrato di vedere una pratica religiosa così fondamentalista (ho visto al contrario molte scuole coraniche in paesi ex-sovietici come l'Uzbekistan): decenni di ateismo di stato in qualche modo hanno lasciato il segno. D'altra parte, conoscendo la rapidità con cui il fondamentalismo si propaga, non mi stupirei che le cose fossero cambiate nel frattempo: coltivato a scopi anti-sovietici in afghanistan, non lontano da qui, il fondamentalismo è sfuggito di mano ai suoi primi sfruttatori.
Cinque anni fa il boom economico cinese era già vistoso anche in regioni così periferiche. Era impressionante la differenza degli insediamenti presso il passo di confine dell'Irkeshtam. Dal lato kirghizo la strada era sterrata e il misero villaggio di confine era formato da roulotte arrugginite. Dal lato cinese il villaggio era formato da case in muratura ed era pieno di negozi, la strada era ben asfaltata e ben segnalata. Il capitalismo di stato della repubblica popolare cinese aveva fatto miracoli. I diritti umani possono aspettare.

1 - Panorama di Urumqi



2 - Moschea a Tulpan


3 - Mercato a Kashgar




4 - Mercato a Kashgar


5 - Mercato a Kashgar



6 - Mercato del bestiame a Kashgar





7 - Uyguri


8 - Panorama villaggio di Irkeshtam, Kirghizistan

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