26 maggio 2025

Italiani brava gente

Il 19 febbraio del 1937, nel corso di una cerimonia organizzata per celebrare la nascita dell’erede di casa Savoia, due partigiani di origine eritrea fecero un attentano contro il viceré Rodolfo Graziani che rimase ferito. Sul luogo delle esplosioni gli italiani aprirono il fuoco uccidendo tutti gli etiopici convenuti e nei tre giorni successivi ammazzarono qualsiasi nero residente in Addis Abeba. Le repressioni poi nelle settimane successive vennero estese nel governatorato dell’Amara e nello Scioa. Debra Libanos ed Engecha furono le stragi più efferate. I morti nel complesso furono per lo meno 30 mila.

I nobili di medio rango vennero deportati nel campo di concentramento di Danane in Somalia e alle isole Dahlac, quelli di alto rango vennero internati in varie località della penisola: Longobucco, Mercogliano, Roma, Tivoli, Ponza, Asinara, Trento, Napoli, Firenze. Così scrisse Graziani qualche mese dopo, in settembre: «Per mio conto gli attuali confinati in Italia vi debbono essere lasciati morire tutti. È da rallegrarsi che sia avvenuto attentato del 19 febbraio, il quale ci ha dato la possibilità legittima di allontanarli, se no le cose in questo ultimo scorcio di ribellione sarebbero state ben diverse».

In Italia vennero deportati 383 etiopici: 272 uomini, 67 donne e 45 bambini. Il numero dei bambini, sotto i 14 anni, potrebbe essere più alto poiché negli elenchi non viene indicata l’età dei domestici e delle domestiche. Vennero ripartiti tra «particolarmente pericolosi» e «recuperabili».

Anche bambini e neonati se figli di ras vennero inclusi fra i particolarmente pericolosi i quali nei trasferimenti via terra e per mare vennero costantemente tenuti incatenati e segregati dai bianchi. Oltre a questi deportati, in Italia vennero internati altri soggetti come il ras Immirù, formalmente l’unico prigioniero di guerra insieme a Tajè Gululatiè, e la famiglia Nassibou, rapita per ottenere la consegna del ras Nassibou che poi morì per avere respirato iprite nella guerra del 1935-36.

La gestione dei deportati venne demandata al Ministero degli interni e ai prefetti che però dovettero più volte sottostare ai diktat del Ministero dell’Africa orientale italiana e all’accanimento di Enrico Cerulli, sottosegretario all’Africa italiana, inserito nel dopoguerra nella lista dei criminali di guerra presentata dal governo etiopico alle Nazioni unite. Le autorità entrarono più volte in conflitto per il semplice fatto che ognuna voleva esercitare potere sulle altre e a pagarne le conseguenze furono gli etiopici.

Ai deportati era concesso scrivere lettere ai parenti rimasti in patria e agli altri connazionali sparsi lungo la penisola. La traduzione veniva fatta da interpreti che svolgevano il ruolo di collaborazionisti poiché fornivano informazioni su atteggiamenti e discorsi che carpivano ai deportati. Le lettere, una volta tradotte, passavano al vaglio della censura che era compito di monsignor Barlassina della congregazione della Consolata il quale intratteneva stretti rapporti con gli Interni e l’Africa italiana fornendo loro informazioni confidenziali. Tra le centinaia di lettere conservate negli archivi della Farnesina, quella più forte è senz’altro quella scritta dai bambini internati a Mercogliano che, per inciso, quando la mostrai ad Angelo Del Boca mi disse: «basterebbe questa per farci un libro, dice tutto».

I deportati vennero rimpatriati nel 1938 per volontà di Amedeo di Savoia. L’obiettivo era quello di pacificare gli animi ma anche di ottenere significative sottomissioni. Il bastone e la carota insomma, una pratica ben rodata in Italia dal fascismo per piegare l’avversario. 

 

 

Tratto da "Giorgia Farina, un film con un re e la memorie dell’Etiopia" di Matteo Dominioni, Alias Domenica (il manifesto) del 25/5/2025

09 aprile 2025

Sulla prima notte di quiete

 "Non è che ho paura di morire. Solo che non voglio esserci quando accadrà." — Woody Allen
"Abbiamo mandato parecchie delegazioni, ma nessuna è mai tornata indietro"  — Giancarlo Paietta

Già che siamo su Paietta (su Berlinguer)
"Giovanissimo si iscrisse al Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano"

10 febbraio 2025

Giorno della memoria

 Il 10 febbraio di ogni anno è doveroso ricordare i crimini commessi sul confine orientale.

In questa foto un soldato italiano mostra la testa di un partigiano yugoslavo infissa su un palo.


Per chi volesse ricordare altro si consiglia il sito http://www.occupazioneitalianajugoslavia41-43.it/


Sulle foibe
di Rossana Rossanda
il manifesto, 27 agosto 1996.
Da quando è presidente della Camera, Luciano Violante si è investito della missione di riscrivere la storia, che secondo lui non è mai stata giusta. Rifacendola, si potrebbe “riconciliare la nazione” che, come si sa, nel 1943 si divise.
Prima ci ha spiegato che occorre (o sarebbe addirittura occorso l’8 settembre?) capire i giovani che sceglievano Mussolini e Salò. Adesso rimprovera il suo ex partito - o ex suo partito o comunque si voglia chiamare il PCI - di aver nascosto che dal 1943 al 1945 i partigiani jugoslavi giustiziarono sommariamente e cacciarono nelle foibe non solo gli ustascia ma alcune migliaia di istriani che sospettavano d’accordo con loro, sicuramente molti innocenti. Il PCI ha occultato tutto, dice Violante riprendendo il segretario pidiessino di Trieste, per complicità totalitaria con Tito.
Si dà il caso che io sia stata una del PCI, e istriana da diverse generazioni. Conosco quella storia. Ma la conoscono tutti fuorché, forse, la distratta generazione di Violante: dal 1948 in poi le foibe ci vennero rinfacciate a ogni momento, e non solo dai fascisti che rivolevano Trieste (i loro eredi ancora mettono in causa il trattato di Osimo). Se la federazione triestina del PCI, a lungo diretta da Vittorio Vidali, fu dilaniata nel giudizio politico, storicamente non c’era nulla da scoprire.
Non è questione di archivi da portare alla luce, ci sono storie e documenti. Se Violante avesse velocemente consultato la abbastanza buona biblioteca della Camera, si sarebbe risparmiato delle enormità. La prima delle quali è tacere l’essenziale d’una vicenda che si pretende di ricostruire.
Non ci sono due possibili interpretazioni delle responsabilità italiane in Jugoslavia: ce n’è una. Ed è che l’Italia seguì Hitler nell’invasione della Jugoslavia del 1941, pretese un dominio particolare sulla Croazia, appoggiando Ante Pavelic e sovrapponendogli a mo’ di sovrano Aimone di Savoia Aosta, duca di Spoleto. Per due anni i corpi d’armata italiani, soprattutto la Pusteria, e i generali Cavallero, Ambrosio e Roatta attuarono operazioni orrende contro la guerriglia partigiana, la più lunga e coraggiosa d’Europa, gli ebrei, i musulmani, i serbi ed altre minoranze; le fonti di Renzo De Felice calcolano in oltre duecentomila gli uccisi.
Mentre una nobile gara si instaurava, teste indiscusso Luigi Pietromarchi, fra Roma e Berlino su come spartirsi le spoglie dei Balcani. In capo a due anni, con l’8 settembre, l’esercito italiano si disgrega e per l’onore del nostro disgraziato paese diversi soldati e ufficiali raggiungono le formazioni partigiane jugoslave. Ma non perciò esse hanno vinto: i tedeschi non mollano il fronte jugoslavo, se perdono dei territori tentano di riprenderli o li riprendono con ripetute offensive, che tengono impegnata la Wehrmacht come in nessun altro fronte occidentale. La Jugoslavia si può considerare liberata e la guerra quasi conclusa nel tardo 1944 con la presa di Belgrado.
L’unificazione dei comitati partigiani è avvenuta un anno prima. E Tito sarà riconosciuto come interlocutore soltanto alle soglie del 1945, gli inglesi avendogli preferito il governo all’estero di Mihailovic (alleati cetnici inclusi finché non cambiarono bandiera). Quattro anni di guerra di guerriglia, che il variare del fronte e degli esiti rende subito guerra, quattro anni di scontro con un esercito potente e crudele, di massacri, rappresaglie e saccheggi, sono un tempo infinito. L’odio seminato, e meritato, da italiani e collaborazionisti fu grande, e non dimenticato. E le vendette certamente atroci, e non dimenticate.
Ma le responsabilità non sono le stesse.
Non tiriamo in ballo i morti, che sono davvero fuori dalla storia, per far intendere che le colpe sono uguali, e che lo scontro è stato tra due totalitarismi che si equivalevano.
Questa è mistificazione, prima ancora che revisionismo. L’ignoranza e la confusione sono già abbastanza grandi perché un presidente della Camera ex comunista venga ad aumentarle.


24 gennaio 2024

Il comunismo

 «Il comunismo è una passione collettiva gioiosa, etica e politica che combatte contro la trinità della proprietà, dei confini e del capitale»

Toni Negri

08 aprile 2021

Elogio dell'imprudenza

 ‹‹- E per scendere?

- Per scendere vedremo, - rispose; ed aggiunse misteriosamente: - Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga.

Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventata un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. (…)

Ma tornammo a valle coi nostri mezzi e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino››.

Primo Levi
da “Ferro” ne Il sistema periodico

20 marzo 2021

Intanto a San Lorenzo


A San Lorenzo, piazza dell'Immacolata, un progetto di decoro urbano, molto in voga in questi anni, punta a cancellare il precedente assetto dedicato alla movida e al consumo selvaggio, che non è più ultimamente molto in voga, dopo una breve infatuazione e dopo aver arricchito molto alcune categorie.

Chissà chi si ricorda che c'era un tempo in cui la movida non esisteva ancora (è nata all'incirca negli anni 90, quando fu eliminata la norma sul limite di licenze commerciali dello stesso tipo in zone ravvicinate), la piazza non era pedonale, piena di macchine parcheggiate e con una scritta al muro che diceva "caro Bettino, te pijasse un cancro ar pancreas"
 

06 marzo 2021

Il governo dei migliori

 È stata, quella crisi di governo assurda e insieme logicissima, la vittoria del blocco di potere che costituisce il baricentro di un capitalismo fattosi in quasi un trentennio di declino arrogante e straccione. Un ceto parassitario e speculativo, aggregato com’è intorno a quella che Luciano Gallino aveva chiamato l’”impresa irresponsabile”, immaginata per intenderci sul modello delle autostrade dei Benetton.

Ci stanno dentro gli avvelenatori dell’Ilva, i pessimi manutentori del ponte Morandi, i tradizionali vincitori degli appalti di tutte le “grandi opere” devastatrici del paesaggio, gli immobiliaristi romani e i robber baron del capitalismo delle reti oltre che, sotto, molto sotto, il reticolo pulviscolare dell’economia molecolare padana, galleggiante solo grazie ai bassi salari e all’assenza di resistenza sindacale.

Sono loro i vincitori del 13 febbraio. Loro che avevano incominciato a picconare Giuseppe Conte prima ancora che entrasse a Palazzo Chigi, contestandone (ricordate?) il curriculum, preoccupati che il suo sguardo si posasse un pochino – poco poco, appunto – su quanto sta in basso. Loro che hanno sostenuto l’offensiva di Salvini per svuotare la pur debole spinta anti-establishment dei 5Stelle nella compagine giallo verde (epico il ribaltamento sul Tav Torino-Lione), e poi a lavorare per scavare la terra sotto i piedi a quella giallo-rossa chiedendo, fin dall’inizio della pandemia, di mettere l’economia al di sopra della salute. Sempre loro a usare il capitano di ventura Matteo Renzi nella mattanza finale… Facciamocene una ragione: l’Italia è questa cosa qui, nelle mani di questa gente qui.

(Marco Revelli, il manifesto, 6 marzo 2021)

17 gennaio 2021

Vecchi ritagli



Quei tempi andati in cui leggevamo il giornale in cartaceo e, se ci piaceva qualcosa, lo ritagliavamo per conservarlo, sembrano remoti almeno quanto la vignetta e il suo argomento.




30 novembre 2020

Quella volta che ho visto giocare Maradona (RIP)

L'anno doveva essere il 1985. Il luogo era sicuramente, ma sorprendentemente, lo stadio comunale "Domenico Longobucco" di Scalea. In una zona in cui il fenomeno della speculazione edilizia era arrivato alla sua maturità, a meno di una decina di chilometri era sorto il "villaggio Maradona", ennesima teoria di palazzoni di colori strani, per una clientela evidentemente tifosa del Napoli. Non si sa bene quali fossero gli accordi tra il calciatore e i costruttori per lo sfruttamento del nome, ma un esito tangibile fu una partita amichevole, da giocare di lunedì, con incasso da devolvere in beneficenza, tra lo Scalea, che all'epoca navigava tra campionato di promozione e prima categoria e una squadra creata per l'occasione, con Maradona, due suoi fratelli e il resto ragazzi delle giovanili presi nell'area di Napoli. Si era appena giocata Napoli-Juventus, quella vinta dal Napoli con il famoso gol di Maradona su punizione da dentro l'area di rigore (tra l'altro rivedendola oggi perché inserita in molti necrologi, ho realizzato che non aveva sbagliato Tacconi, come pensavo all'epoca, casomai i giocatori in barriera). 

Il biglietto costava 25 mila lire, un prezzo molto alto, anche considerando la beneficenza. Per vedere una partita dello Scalea se ne pagavano al massimo cinquemila, e venticinquemila bastavano per entrare in uno stadio di serie A, in curva. Così l'incasso fu di sole 500.000 lire: venti paganti. Gli spettatori erano però alcune centinaia. Chi rientrava nella mia fascia di età, ostentando atletismo e trasgressione, avrà scavalcato, ma molti altri saranno passati direttamente dai regolari cancelli senza pagare.

Da quelle parti ci sono tantissimi tifosi della Juventus (e i restanti sono quasi tutti per Inter e Milan), che pensarono di farla pagare a Maradona per il gol in campionato, e quindi fu fischiato per tutta la partita.

Maradona giocò da libero alla Picchi, uscendo raramente dalla propria area di rigore. Ciò deluse ulteriormente il pubblico, che non considerò che il lunedì era il giorno libero dei calciatori, che di domenica avevano giocato in campionato. Non mi ricordo il risultato finale e nemmeno chi vinse. Però, a giudicare da quante persone hanno poi sfoggiato la foto con lui, Maradona fu molto disponibile anche dopo la partita.

Di quella  partita si parlò ancora per molti giorni. Ma invece della gioia di aver visto giocare un campione di quella portata, mi sono rimaste in mente piuttosto considerazioni un po’ livorose, ad esempio: "il nostro 11 gli ha fatto il tunnel e il nostro 6 lo ha dribblato".


30 aprile 2020

Gianni Rodari 1920-1980

“Sono un uomo senza passato
me ne infischio del mio passato
il mio passato è una bambina
di sette anni che andava in cartiera
e che io ho chiamato madre
i miei casi meschini
sono meno che merda
di fronte alla sua paura
alle sue piccole gioie così piccole
che la storia non potrà registrare
nel mio passato c’è un uomo
che ha impastato milioni di pani
e che io ho chiamato padre
il mio passato è il suo odio
per il suo padrone
il suo amore per i gatti
la sua docile morte
io amo il mio passato
Lenin Marx Giulio Cesare Mosè
sono il mio passato
Gesù Cristo e lo schiavo
che costruì le piramidi
tutti gli umiliati e gli offesi dei millenni
il pitecantropo e il suo fuoco magico
Leopardi Dante e Socrate e mia nonna
che insegnava a cantare nella sua chiesa paesana
le montagne sono il mio passato
i laghi prealpini e i loro pesci
le stelle e i loro pianeti
le candele e i loro altari
le trottole i mitragliatori
i nidi delle processionarie
il Vangelo il Corano di Vittorio
gli occhiali di Togliatti
i fuochi della Rivoluzione d'Ottobre
Robespierre e la sua ghigliottina
Gandhi e il suo fuso
Spinoza e il suo latino
Rabelais e i suoi giochi di parole
Breton Orazio Sacco e Vanzetti
Pinelli è il mio passato
la Ghirlandina e i suoi morti
San Gemignano e le sue torri
Dostoevskij primo amore
Tolstoj fiume senza parole
i bachi da seta sono il mio passato
i dinosauri Hitler Mussolini
Churchill Stalin Roosevelt Moscatelli
e persone che voi non conoscete
morti che io non ho conosciuto
tutto ciò che saprò
tutto quello che non saprò mai
e le alghe in fondo ai mari
i mari in fondo all’universo
l'universo in fondo ai suoi microbi
le lune in fondo ai loro cieli
le parole in fondo alle loro vene
i pazzi i profeti gli assassini i preti
i poeti i lebbrosi i dervisci
gli impiegati d’ordine
i manovali portatori di terra
lo zio disperso nelle Americhe del Sud
le sue ossa spolpate dalla lontananza
io sono il mio passato
il vostro presente
l’avvenire di tutti
me ne infischio del mio nome
posso perdermi senza rimpiangermi
come si perdono i capelli
sotto le forbici del parrucchiere
come si perde il sole ogni sera
come si perdono le parole
con cui si finge di vivere,
di essere un tale, quel tale,
questo tale,
questo stronzo.”
(Versi  di Gianni Rodari. Sono praticamente sconosciuti e furono trovati postumi dall'autore della sua biografia, Marcello Argilli, tra i quaderni privati dello scrittore, morto 40 anni orsono)

18 marzo 2020

Coronavirus: i giorni che non si potranno dimenticare

La cosa agghiacciante è che c’è una quantità consistente di persone che al netto della paura è *contenta* del coprifuoco. Ci sono milioni di Rose e Olindi che ricorderanno questo periodo (se e quando finirà) come il più bello della loro vita. C’è ordine, tutto è pulito, tutti stanno a casa e sono obbligati a vivere come loro hanno sempre vissuto. Passerà il virus, prima o poi, in un modo o nell’altro, ma quella gente là e i loro angeli in divisa non molleranno facilmente il potere che il virus gli ha dato.
(tuco - 17 marzo 2020)

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(autore e luogo sconosciuti - inizio pubblicazione intorno al 15 marzo 2020)


21 novembre 2017

Wolf Bukowski

Wolf Bukowski è un valente contributore del blog Giap dei Wu Ming. Ha scritto (almeno) due libri, "la danza delle mozzarelle", con la dentatura di Farinetti in copertina, sulla retorica mistificatrice del cibo presuntamente sano e di qualità che porta grandi profitti,  e "la santa crociata del porco". Nonostante mi interessasse di più il primo, mi è capitato di leggere prima il secondo, che si è rivelato comunque una vera miniera di spunti, di cui raccoglierò qui qualcuno dei più interessanti.
Il libro è diviso in tre parti, chiamate rispettivamente "il maiale imposto", "il maiale negato" e "il maiale sterminato".

Le prime due parti sono sulla cronaca recente, mancata integrazione, pregiudizi di razza e religione, intolleranza.
Ad esempio, l'odio e i pregiudizi di apparentemente mansuete persone comuni "sono sintomo del vuoto, di sofferenza non riconosciuta e delle enormi difficoltà che si hanno [...] in una società ostile, che si finge amica [...] solo per nascondere l'odio verso l'umano che la pervade."(p. 23)

Ma è la terza parte la più ricca:

"35 maiali uccisi al secondo, 2000 al minuto, 125 mila al giorno, un miliardo e cento all'anno.
prosciutti, costoline, lonza, guanciale e pancetta; e lardo, sugna e strutto; e ingredienti per caramelle, capsule, pastiglie, birre; e componenti per armamenti, valvole cardiache, carta fotografica; tessuti e filtri di sigarette, lubrificanti; e bio-diesel e saponi, vernici, candele, shampoo e balsamo, dentifricio, pennelli e fertilizzanti, medicinali; e poi di nuovo wurstel e salsicce e ciccioli e patè; e alimenti per animali d'affezione e da reddito, pesci compresi, compresi maiali" (pp. 119, 120)

"Il 70% della superficie agricola utile mondiale è impegnata per le esigenze degli allevamenti" (p. 128)

"Ma il mercato [...] non è che l'altro nome del capitalismo che deruba, espropria, avvelena, impoverisce, uccide, e che fonda il proprio successo globale sul farlo efficacemente." (p. 130)

"Il consumatore. Le strutture economiche ne plasmano l'immaginario e ne orientano il gusto; il suo potere d'acquisto è sempre più modesto, e la riorganizzazione urbanistica della vita cittadina attorno alle esigenze delle catene commerciali fa il resto." (p.133)

La lotta per l'emancipazione degli sfruttati sarà "una cosa oscura, senza pregio, una cosa facile da mettere alla berlina, da disprezzare; una cosa tutt'altro che attraente, visto che reca le sembianze della vendetta e dell'odio" (da "la giungla", upton sinclair) (p.143)

"E' la disuguaglianza ad alimentare il mercato; è il furto ai danni dei più deboli (di tempo, di risorse, di vita) a consentire l'accumulazione e il profitto" (145-146)

"il macello, come il capitalismo [...] preleva vita:  dalle bestie che vi sono condotte, dai lavoratori che le smembrano, dal pianeta cui sottrae energia, acqua, granaglie e legumi. Restituisce morte, preceduta da lunghe soffrenze, agli animali: sfruttamento e malattie professionali agli umani [...]; insieme a laghi tossici di deiezioni, monoculture di mais e soia in luogo di foreste, gas serra, pandemie e batteri antibiotico-resistenti, il devastante spostarsi tra continenti di mangimi, corpi semilavorati e prodotti finiti, la distruzione di economie locali più sostenibili e delle vite che esse alimentavano, dumping ambientale e salariale nonché nocività di ogni genere - non ultime quelle incarnate dai suoi stessi prodotti". (p. 159)

16 novembre 2017

Trasformare in valore il cazzeggio volontario

Mentre diventa sempre più complicato vivere del proprio lavoro, è sorprendente come alcuni riescano a ricavare guadagno da attività altrui che gli interessati percepiscono piuttosto come tempo libero. E' il cosiddetto user generated content, che è diventato un modello per fare affari da almeno quindici anni. O è il caso dei social network, talvolta molto criticati per la questione dei ricavi fiscali, della privacy o degli impatti sull'opinione pubblica dal punto di vista sociale e politico.
Eppure lo sfruttamento del cazzeggio altrui è sorprendentemente diffuso anche in ambienti insospettabili. Ecco qui due esempi in cui mi sono imbattuto lo stesso giorno.

Max Stefani, storico direttore del Mucchio Selvaggio, e quindi responsabile morale dell'acquisto di metà dei dischi che ho a casa, che cerca materiale che finirà in un libro, e ricompensa anticipatamente con un grazie.

E gli imprescindibili wu ming, che, nel bel racconto satirico "Benvenuti a sti frocioni 3", raccontano in maniera grottesca i contatti per realizzare un film dal loro romanzo Q. Visto lo stile del racconto non possiamo escludere che sia di finzione anche la richiesta di riassunto per gli iscritti alla newsletter. Ma anche qui sembra che l'ingiustificabile proposta di sfruttamento da parte del produttore sia ribaltata, in una certa misura e per la parte possibile, sui propri lettori.


24 agosto 2017

Turismo come risorsa, turismofobia e disuguaglianze

Sta finendo una estate molto calda, in cui il turismo è stata una attività molto praticata o almeno pensata e desiderata.
Molti hanno fatto le vacanze, altri hanno fatto affari lavorando, alcuni posti scoppiano letteralmente (assieme alla pazienza dei residenti), altri hanno avuto una stagione deludente e sperano miglioramenti futuri.
Se il turismo come risorsa primaria dell'Italia può essere un mantra per coprire l'assenza di programmazione e la perdita di saperi e tecnologie, fenomeni come le gigantesche navi da crociera che invadono piccoli paesi (1) (come Portovenere o le Cinque Terre) hanno fatto nascere movimenti critici.

Ecco qui tre buoni spunti sull'argomento.

Quando mi dicono che la Puglia, la mia regione, è "vocata" al turismo io mi metto a ridere. Ma, in realtà, mi viene da piangere. Certo è una regione bellissima, da visitare ed nei cui mari bagnarsi, ma è in corso una processo di concentrazione dei capitali e delle conoscenze (quelle che creano lavori economicamente "pesanti"), che vuole che i pugliesi si occupino esclusivamente di turismo per renderci ancora di più un piccolo Messico. A noi solo il turismo (ed i suoi magri stipendi per facchini, camerieri e lavapiatti), agli altri il terziario avanzato, i servizi alle imprese manifatturiere, la produzione di qualità (con il suo indotto enorme di lavori specialistici frutto di intenso studio in università all'avanguardia). A noi la periferia intellettualmente povera con il sole ed il mare, agli altri la ciccia, i capitali, le Università, il lavoro serio sempre più evoluto e distante dalla bassa manovalanza. A loro i redditi per venire a farsi le vacanze da noi, a noi la quota parte residua dei loro redditi, destinata - come insegna ogni buon manuale di economia - a diventare sempre più esigua in termini relativi ed assoluti. A loro il futuro, a noi il vuoto fatto di degrado e piccola criminalità con i resort per ricchi intorno, possibilmente protetti da guardie giurate e muri. Un piccolo Messico, appunto.
(Roberto Polidori)

Il secondo sono due articoli (il link è al secondo) del presidente del presidente dell'associazione degli alberghi diffusi. La qualifica dell'autore suggerisce già la soluzione proposta, ma l'analisi del fenomeno è puntuale e buona.


Infine una foto, che racconta molto della società occidentale dei nostri tempi, sulle crescenti e insopportabili disuguaglianze. Mylin IV copre letteralmente tutta Portofino, saturando il porto e la vista. Un po' di turismofobia potrebbe opportunamente orientarsi verso i proprietari di questi mostri del mare, con la carta di credito platinum con cui pagare i cospicui diritti di ancoraggio, piuttosto che sul turista "low-cost" o "di bassa qualità" o "mordi e fuggi" e il suo pranzo al sacco.




(1) Personalmente mi è insopportabile l'uso del termine "borgo" per differenziare un paese che può attirare i turisti da uno che non può.

15 luglio 2017

Sandrone Dazieri

Ho sentito parlare la prima volta di Sandrone Dazieri all'inizio degli anni 90, su blob.
Doveva essere una trasmissione politica tipo "Milano, Italia" e prende la parola presentandosi come "sono il compagno Sandrone del Leoncavallo".
Riotta lo interrompe dicendo "allora nei centri sociali ci sono anche persone della mia età" e Dazieri risponde perplesso "veramente io ho 29 anni".
Subito dopo blob metteva uno spezzone di Sandro Curzi, allora direttore del TG3, con il titolo "blob sandrone".
E' stato strano per me ritrovare Dazieri come romanziere di gialli/thriller. E' cominciato tutto da una recensione sul manifesto dell'ultimo uscito, "L'angelo". Che è poi in qualche modo la continuazione del precedente, da cui ho deciso di iniziare.
Uccidi il padre (2014)
Difficile uscire dal mondo malato di Uccidi il padre, tutto è studiato per tenervici incollati, dai capitoli che terminano con una anticipazione del successivo, le descrizioni geografiche, anatomiche o poliziesche molto accurate e la trama piena di frammenti che finiscono tutti per ricomporsi. I due protagonisti, Colomba, poliziotta a riposo e Dante, uno strano consulente ed esperto di persone scomparse, sembrano complementari. Conoscendo la saga del gorilla, si potrebbe dire che Sandrone continua a usare in due alter ego, ma stavolta in due persone diverse

L'angelo (2016)
Degna prosecuzione del precedente, di cui si aspetta con ansia l'annunciata terza parte. Si notano un po' il lavoro per rendere chiaro tutto anche a chi non ha letto il precedente. E certi rimandi all'attualità (ad esempio la spazzatura di Roma) che rischiano di sembrare subito vecchi.

Attenti al gorilla (1999)
Il primo romanzo, con risvolti autobiografici molto marcati: il nome e cognome, la città di provenienza, il passato del Leoncavallo e chissà quante altre cose, a partire dai locali e dalle persone.
Forse non la doppia personalità del (o dei) protagonisti, che si trovano nello stesso corpo.
Lo stile è meno levigato rispetto agli ultimi romanzi. La politica c'entra molto, nella trama (i punkabbestia), gli incisi e anche la morale. Alla fine i militanti del Leoncavallo arrivano prima della polizia. E' curioso rileggere alcune descrizioni dettagliate del 1999 a quasi vent'anni di distanza. Ad esempio Milano, dove è ambientato il romanzo, doveva vivere un momento piuttosto negativo, al contrario delle magnificazioni di oggi.

La cura del gorilla (2001)
Continuazione del primo romanzo, con ambientazione nella sua Cremona e nella Torino degli squatter. Sugli squatter e sugli immigrati (molto significativo aver chiamato due personaggi kater e irades, come la nave di uno dei peggiori naufragi degli anni '90) è facilissimo capire da che parte stia l'autore. Che qui si concede più interazione tra il gorilla e il socio, più sentimenti e più ironia, tanto che Claudio Bisio, che ha interpretato il protagonista nel film del 2006, sembra ritagliato perfettamente nella parte (non è consigliabile guardarlo, come ho fatto io, appena finito di leggere il libro; forse non è consigliabile guardarlo tout court). Questo romanzo è l'ultimo con le lire e il primo con internet.
Gorilla Blues (2002) 
Erano appena successi due episodi spartiacque nella storia recente: il G8 di Genova e l'attentato alle torri gemelle, che per uno scrittore che segue l'attualità non si potevano non trattare. Ma mentre l'11 settembre entra piuttosto di striscio, i fatti di Genova sono trattati, e interpretati, in maniera piuttosto approfondita. C'è anche una sentita citazione di Pietro Valpreda, morto in quel periodo. E poi, il lago Maggiore (Angera, sponda lombarda, per la precisione), neonazisti, giostrai nomadi e una scrittura sempre più asciutta.
Il karma del gorilla(2005)
Qui Sandrone sembra andare un po' con il pilota automatico. Compaiono tutti i classici della saga: la rissa per futili, ma giusti, motivi, il capitolo in corsivo sull'infanzia, il passato del leoncavallo, una o due donne fatali. Poi c'è il viaggio in Argentina, subito dopo la crisi: scopriremo nella nota alla fine che è autobiografico. E un viaggio transatlantico da clandestino: e scopriremo nella stessa nota che non è e non potrebbe essere autobiografico. In tutto ciò la storia scivola che è un piacere, fino al colpo di scena finale, primo esempio dei colpi di scena molto più clamorosi che troveremo nella più nuova saga Caselli/Dante.
E' stato un attimo (2006)
Sandrone si lascia alle spalle il gorilla, ma non deve spostarsi di tanto per il nuovo protagonista Santo Denti, che ha anche lui una doppia personalità. Lo spacciatore del 1991 si risveglia ricco e pubblicitario nel 2005. Questo spunto permette una serie di godibili giochi di differenze per i due personaggi, da una parte il censo e il linguaggio, dall'altra gli oggetti e il mondo differenti a distanza di quattordici anni. E a uno a uno ricompaiono i personaggi secondari della saga del gorilla. E alla fine quasi nulla era come era sembrato all'inizio.
Cemento armato (2007) con Marco Martani
Il prologo in corsivo è qualcosa di molto familiare, ma questo romanzo a quattro mani è molto diverso nello stile, capitoli brevi come scene da film e manca del tutto l'ironia della saga del gorilla. Come risultato lo stile diventa molto violento e crudo. Il personaggio del boss palazzinaro è molto efficace. E' curioso scoprire che il romanzo è ricavato dalla sceneggiatura del film omonimo, uno strano assemblaggio con un regista (Martani) che ha fatto lo sceneggiatore di molti cinepanettoni e delle varie notti prima degli esami, da cui sono presi anche tutti i protagonisti.
Bestie (2007)
Romanzo molto più breve e scritto a favore della causa della lotta alle zoomafie, con tanto di postfazione a cura di Legambiente. Ambientato in val Brembana, con (nuovo) protagonista, atmosfere e incipit molto à la Dazieri,  soffre una fine che sembra arrivare in maniera un po' troppo affrettata.
La bellezza è un malinteso  (2010)
Sandrone riesuma il gorilla per un ultimo e definitivo romanzo. Il gorilla è invecchiato, si è sposato, non ha voglia di correre rischi, ma il passato e la sua coscienza lo costringono a un'altra avventura delle sue, in cui c'è un debole da salvare e tra le forze della legge e dell'ordine  si nasconde qualche settore deviato. Il socio si concede incursioni anche nei momenti di veglia del gorilla, mentre è sempre più impeccabile a risolvere i problemi. Nel finale dovrà lasciare la scena. Dazieri chiude così la saga e si prepara a iniziare la successiva.





10 marzo 2017

Il plusvalore

CHE COS'È IL PLUSVALORE, ALLA BASE DELLO SFRUTTAMENTO CAPITALISTICO DEI LAVORATORI (MARX)

Il Plusvalore è il valore della forza-lavoro non retribuita di cui il capitalista si appropria nel processo di produzione:
«Il plusvalore consiste proprio … nell'eccedenza della somma complessiva di lavoro incorporata nella merce rispetto alla quantità di lavoro pagato che la merce contiene» (Il Capitale, libro III, p. 68).

La forza-lavoro che il lavoratore vende come merce ha infatti la caratteristica particolare di produrre valore, ma il valore della forza-lavoro è determinato essenzialmente dalla quantità di lavoro necessaria per la sua conservazione e riproduzione, oltre che da altri fattori dipendenti dalle situazioni storiche concrete; se questo valore viene riprodotto, per esempio, in quattro ore di lavoro quotidiano, ma l'impiego della forza-lavoro viene prolungato per un totale di otto ore al giorno, si avranno quattro ore di pluslavoro che si traducono in una maggior quantità di prodotto (plus-prodotto o sovraprodotto) e quindi in plusvalore.

Il plusvalore è dunque il valore del pluslavoro, cioè del lavoro compiuto in più dal lavoratore oltre a quello che corrisponde al valore del salario. Si possono individuare due diversi modi di appropriazione di plusvalore. In primo luogo il capitalista può appropriarsi di plusvalore attraverso un prolungamento della giornata lavorativa oltre il tempo limite entro il quale la forza-lavoro produce il suo valore (tempo di lavoro necessario), in modo che si realizzi un pluslavoro (tempo di pluslavoro). Il plusvalore che il capitalista accumula in questo modo viene chiamato da Marx plusvalore assoluto, perché è dato dall'aumento assoluto della durata della giornata lavorativa. Questo è anche il primo modo storicamente verificatosi.

In secondo luogo il capitalista può appropriarsi di plusvalore attraverso la diminuzione, all'interno della giornata lavorativa stessa, del tempo di lavoro necessario e quindi un aumento del tempo di pluslavoro. Ciò avviene in seguito all'aumento della forza produttiva o, per usare un termine corrente, della produttività del lavoro. Questo è divenuto il modo prevalente da quando, in seguito alle lotte della classe operaia, è stata introdotta per legge una durata massima della giornata lavorativa. Il plusvalore che il capitalista accumula in questo modo viene chiamato da Marx plusvalore relativo, cioè dovuto a una diminuzione relativa del tempo entro il quale il lavoratore riproduce il valore della propria forza-lavoro:
«Chiamo plusvalore assoluto il plusvalore prodotto mediante prolungamento della giornata lavorativa; invece, chiamo plusvalore relativo il plusvalore che deriva dall'accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa» (ivi, libro I, p. 354).

L'analisi del plusvalore è uno dei punti centrali della ricerca scientifica svolta da Marx. La scoperta dello stretto rapporto che intercorre tra lavoro e valore e, rispettivamente, tra pluslavoro e plusvalore è stata definita da Lenin come «la pietra angolare della teoria economica di Marx». Ne Il Capitale Marx non solo individua i modi specifici di produzione e di appropriazione da parte dei capitalisti del plusvalore, ma mostra come la produzione di plusvalore sia «motivo diretto e scopo determinante della produzione capitalistica». Infatti la condizione essenziale per il verificarsi della stessa accumulazione del capitale è la disponibilità di plusvalore nelle mani dell'imprenditore. Il saggio del plusvalore, cioè il rapporto tra il plusvalore ottenuto e il capitale variabile anticipato in salari, esprime il grado di sfruttamento della forza-lavoro:
«Il grado di sfruttamento determina l'ammontare del saggio del plusvalore e data la massa complessiva del capitale variabile, determina l'ammontare del plusvalore e quindi del profitto» (ivi, libro III, p. 241).

[fonte: http://www.homolaicus.com/teoria/dizio/mddip0.htm#Plusvalore]


Con una nota al fumetto: 
 Se fosse così, sarebbe anche giusto, fare 50-50 tra chi investe e chi lavora, sarebbe assolutamente degno.
Ma la verità è che l operaio produce 1000 al costo di 200 e riceve 10; altro che 400...

04 dicembre 2016

Renxit

A 16 minuti dalla chiusura delle urne del referendum sulla (fu) deforma costituzionale, il consiglio che mi viene da dare è il seguente:

Piuttosto, siccome tutti in Italia hanno per mesi discusso di articoli costituzionali, perché non ne approfittiamo e parliamo un po' dell'articolo 81:
«Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte. Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo. L'esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi. Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale».

E' stato riscritto nel 2012 da Monti e compagnia, senza referendum, e quasi nessuno oggi pensa che abbia fatto bene all'Italia.

15 novembre 2016

La sharing economy spiegata con esempi

Innanzitutto, in molti degli esempi che seguiranno, la definizione sharing economy è usata a sproposito.
Si può parlare di economia della condivisione quando qualcuno condivide un bene di suo proprietà con altri che contribuiscono ai costi di gestione, preferibilmente senza intermediari.
L'esempio più classico è condividere un viaggio in macchina e dividere le spese di benzina.
Per gli esempi che seguono è più appropriato parlare di "gig economy" (economia dei lavoretti) o "platform capitalism" (capitalismo di piattaforma).

Uber
E' come un taxi, solo che lo avete chiamato mediante una app. Il prezzo per voi è uguale, l'autista prende molto di meno, la differenza (naturalmente esentasse) va a un miliardario americano con le scarpe da ginnastica. Molti lo amano perché qualche volta hanno litigato con un tassista. L'autista di Uber non può essere altrettanto sgarbato neanche se volesse, perché teme i feedback negativi.

Airbnb
E' un alloggio in case private che costa come un hotel. Il padrone di casa può essere uno studente che affitta un letto in più per pagarsi gli studi come un proprietario di molte case sfitte. Sia il proprietario che l'inquilino cliente pagano una ricca commissione ad Airbnb che va, sempre esentasse, nelle tasche di un miliardario americano con le scarpe da ginnastica.

Foodora (e altri intermediari di consegne di cibo a domicilio)
Voi comprate il pranzo o la cena da un ristorante e ve lo consegna entro mezz'ora a casa un fattorino (ma loro lo chiamano biker, volete mettere ?) in divisa. Voi pagate il conto del ristorante più 2,90 (ma potete anche dare una "mancia alla flotta" via carta di credito), il ristorante versa il 30% del conto (il 25% se contratta duramente) al miliardario con le scarpe da ginnastica, stavolta tedesco (e quindi non esentasse, forse). E il "biker" quanto guadagna? Il contratto nazionale collettivo della logistica prevedrebbe 7,50 all'ora più un euro a consegna, più spese telefoniche e manutenzione bici. Invece all'inizio foodora dava 5 euro all'ora (solo per le ore effettivamente lavorate), poi è passata a 2,40 a consegna. A ottobre a Torino si sono incazzati e hanno fatto sciopero.

16 settembre 2016

quarto stato, nuovo stato



Chi visita a Milano il Museo del Novecento è catturato dalla grande tela Il quarto stato di Pellizza da Volpedo. Fu dipinta nel 1901, quando le idee elaborate da Marx mezzo secolo prima ormai diventavano realtà, i lavoratori confluivano in un’immensa fiumana, la protesta individuale diventava lotta di classe, «piena di speranze umili e di minacce oscure», come annotava lo stesso pittore. 


Un secolo più tardi Berengo Gardin ci offre, con una sintesi profetica che è propria dei grandi artisti, la dissoluzione di quella fiumana, frantumata dal consumismo, dai media e dalla globalizzazione. Presi di spalle, gli operai pugliesi vanno verso il cantiere, isolati e perdenti. Ormai la lotta di classe è quella dei ricchi contro i poveri. E i ricchi l’hanno vinta, ma non per sempre. (D. De Masi)

operai al lavoro alla costruzione dello stadio di Bari, nel 1987.



25 giugno 2016

Rottamiamo il rottamatore


Le ultime elezioni amministrative sembravano indicare che gli elettori delle città avrebbero votato chiunque pur di andare contro Renzi e il suo PD: a Roma e Torino hanno votato il Movimento Cinque Stelle, a Napoli Gigino De Magistris, a Benevento Clemente Mastella, a Cascina di Pisa una leghista che ce l'ha con John Lennon e a Sesto Fiorentino, vivaddio, un sindaco di sinistra che si oppone a faraonici progetti di aeroporti e varianti di valico.
In leggera controtendenza due città dove l'avversario al ballottaggio era di destra: a Milano, il candidato Expo-renziano Sala la spunta per poche migliaia di voti e grazie al soccorso del candidato di sinistra Rizzo, in una città dove il vantaggio si aspettava molto maggiore, per meriti sia reali che virtuali e a Bologna, che il voto "tanto peggio tanto meglio" lo ha già sperimentato nel 2000, per punire un altro segretario presidente del consiglio del partito ex botteghe oscure.
Con questo scenario la possibilità di rottamare Renzi e la sua sgangherata riforma costituzionale con il referendum di ottobre è più che concreta, tanto che qualcuno comincia già a preoccuparsi del dopo: una alternativa di sinistra che oggi non c'è e la legge elettorale con cui si dovrebbe votare.
Infatti non è scontato che l'Italicum sia bocciato dalla corte costituzionale: sei giudici su quindici sono cambiati nel frattempo. La legge elettorale migliore, l'involontario proporzionale puro prodotto dai tagli della consulta al Porcellum, è in vigore per pochi altri giorni e sarà sostituito dall'inguardabile Italicum, che Renzi aveva progettato per vincere e ad oggi farebbe vincere il partito della  Casaleggio Associati.
D'altra parte la sinistra ha raccolto l'ennesimo risultato modesto. Le differenti proposte delle città erano di  comunque estemporanee, non radicate nella società e falcidiate da rivalità politiche di basso cabotaggio. Di fatto, la sinistra è ancora a ground zero, mentre l'astensionismo cresce senza sosta.