Mala stampa inizialmente era il titolo di questo post.
Però succede che quasi giornalmente vado sul sito di repubblica (ma ho provato anche corriere e ansa) solo per vedere se per caso non sia scoppiata una bomba o ci sia stato un incidente nella metropolitana e poi però una volta che sono lì ci resto. E vedo titoli tendenziosi, foto inappropriate, notizie che condizionano, pubblicità occulta, pubbliche denigrazioni. Notizie o titoli strillati che dopo qualche ora vengono rettificati e spariscono. Titoli in home page che non corrispondono al contenuto dell'articolo.
Non potevo non raccogliere tutte queste perle, ma non potevo neanche far diventare monografico questo blog.
Per questo è nato http://malastampa.blogspot.com
11 marzo 2008
07 marzo 2008
il liberismo è di sinistra (almeno quanto Veltroni)
Mentre gli industriali ostentano contrarietà e micragna per il decreto del governo sulla sicurezza sul lavoro, Veltroni candida un feroce padroncino come capolista in Veneto, Ichino promette di cancellare l'articolo 18 e Giavazzi invita Veltroni a essere più coraggioso: cancellare tutto lo statuto dei lavoratori, in modo da ritornare indietro di cinquant'anni.
La strategia di Giavazzi non è nuova: cercare di evangelizzare alla sua sinistra, ché a destra trova già tutti d'accordo.
Per questo motivo ho recuperato e completato un post che avevo scritto sei mesi fa e mai pubblicato, come molti altri, perché non finito.
Libreria, ripiano politica. In realtà poteva essere scambiato per il settore umorismo. Vi si potevano trovare "falce e carrello", con nel risvolto di copertina la solenne frase "Bernardo Caprotti è l’imprenditore che ha portato all’eccellenza i supermercati in Italia" (1), un libro su Chavez, meglio, contro Chavez, che cerca spericolatamente di convincere che chi apprezza Chavez, per coerenza, dovrebbe apprezzare anche Mussolini, il fortunato "il liberismo è di sinistra", un libro di beppe grillo, il magdi allam di "viva israele" e il ben noto "la casta" di gianantonio stella, non disprezzabile e soprattutto utile per l'attenzione generata sull'opinione pubblica, ma piuttosto scandalistico e inferiore all'ottimo "i costi della democrazia" di Salvi e Villone, che con anni di anticipo aveva denunciato il problema.
"Il liberismo è di sinistra" era di sicuro il più esilarante, con una successione di capitoli scoppiettante: destra e sinistra confuse, la meritocrazia è di sinistra, liberalizzare i mercati è di sinistra, riformare il mercato del lavoro è di sinistra, ridurre la spesa pubblica è di sinistra, il capitalismo di stato non è di sinistra, qualcosa comicia a cambiare.
Ho quindi deciso di procurarmelo gratis, sfruttando una delle istituzioni che Alesina e Giavazzi sopprimerebbero volentieri, perché ostacolano il libero mercato, riducono la crescita del pil e fanno salire la spesa pubblica: le biblioteche pubbliche. Specifico, biblioteca penazzato, via dino penazzato 112, VI municipio, Roma, in modo che anche altri possono evitare di arricchire Alesina e Giavazzi con le royalty di questo libraccio, che tra l'altro è caro, 12 euro per 126 pagine scritte con carattere a corpo 16.
Il nemico da abbattere nel pamphlet è la cosiddetta sinistra massimalista (ma nel corso dell'opera sarà definita anche conservatrice, radicale, retriva) che difende le lobby o i gruppi di interesse consolidati "a scapito dei giovani, dei consumatori e dei contribuenti".
Questo è il concetto più forte e più sorprendente del libro: le persone si riducono a "consumatori"; è inopportuno, dicono, parlare di categorie, come insegnante, commerciante, pensionato. Noi tutti siamo consumatori e così la politica ci dovrebbe trattare.
Poi comincia l'attacco all'obiettivo immediato, le pensioni di anzianità.
Partono gli esempi fuorvianti, i paragoni, le cifre. Fuori dall'Italia, si citano come esempi positivi Gran Bretagna, Irlanda o Danimarca, mentre per denigrare si usano Turchia, Romania o Unione Sovietica. Alitalia e ferrovie vanno male, come spesso si sente, per colpa dei privilegi dei loro lavoratori e non per volontà politica o scelte manageriali sballate. E l'università di Lecce serve per dire che l'università dovrebbe essere pagata completamente dagli studenti, così che a chi non ha voglia di studiare convenga restare a casa, come in America dove ha studiato Alesina, ci tengono a far sapere. La scuola elementare keniana serve per dire che la meritocrazia fa persino alzare i voti di tutti gli scolari, bravi e meno bravi.
E una domanda incalzante: chi è più di sinistra ? La sinistra o chi fa come dicono Alesina e Giavazzi ?
Curioso l'atto di accusa nei confronti di imprese e sindacati, che si sono spesso accordati a scapito di, avete indovinato, i contribuenti. Ma i lavoratori farebbero meglio rinunciare spontaneamente ai loro "privilegi", perché in cambio otterrebbero vantaggi in quanto "contribuenti".
A pagina 66, nell'elogio della precarietà spunta a sorpresa una frase condivisibile:"l'idea che per incoraggiare le assunzioni si debbano rendere più facili i licenziamenti è davvero paradossale". L'arcano si spiega subito, è un virgolettato subito ridicolizzato dal duo con le consuete argomentazioni. La precarietà aiuta perché fa abbassare il tasso di disoccupazione e poi sono gli anziani che sfruttano i giovani. Se uno può licenziare assume anche, e così via.
E poi c'è il lavoratore che si dava malato per andare a giocare a calcetto, e il giudice lo ha reintegrato. E si elogia la danimarca che permette licenziare senza problemi e senza ricorso al giudice, ma con i fantastici ammortizzatori sociali.
A pagina 78 si sprofonda nel gossip: la figlia di un loro amico, in America, ha lasciato il fidanzato perché "non era mai fallito". Secondo il duo, negli Stati Uniti fallire è simbolo di amare il rischio. Chi ha paura di fallire in America non fa strada.
Poi si passa a una ricetta per "risolvere" i problemi economici dei precari : i precari in quanto precari hanno contributi più bassi ed essendo pagati poco non possono permettersi pensioni integrative: come faranno ad avere la pensione ? Risposta pronta: innalzamento dell'età pensionabile e immediato peggioramento dei requisiti per andare in pensione.
D'altra parte la disuguaglianza non è il vero nemico: il vero nemico è la povertà; se si abbatte la povertà allora la disuguaglianza può andare anche bene.
I ragionamenti si appoggiano su cifre buttate lì: ad esempio si dichiara che la vita media in italia è 85 anni (pag. 90) o che un dipendente pubblico che ha un contratto di 36 ore settimanali esce dall'ufficio alle 13.45 (pag. 86).
Il libro finisce con un elenco dei buoni (per la causa) politici: Mario Monti, Daniele Capezzone, Franco de Benedetti, Nicola Rossi, Bruno Tabacci, Pier Luigi Bersani e Linda Lanzillotta.
Subito dopo l'analogo elenco del buon giornalismo: gli articoli del fannullone Ichino (l'aggettivo è mio, i deferenti Alesina e Giavazzi non gli danno mai meno di professore e lo citano a profusione per tutto il libro), articoli sul corriere della sera (giornale di Giavazzi), inchieste del sole 24 ore (giornale di Alesina), inchieste di Report.
(1) Parlando dei maltrattamenti e poi dell'aggressione alla lavoratrice del supermercato di via papiniano a milano, il manifesto pochi giorni fa parafrasava appropriatamente "botte e carrello".
La strategia di Giavazzi non è nuova: cercare di evangelizzare alla sua sinistra, ché a destra trova già tutti d'accordo.
Per questo motivo ho recuperato e completato un post che avevo scritto sei mesi fa e mai pubblicato, come molti altri, perché non finito.
Libreria, ripiano politica. In realtà poteva essere scambiato per il settore umorismo. Vi si potevano trovare "falce e carrello", con nel risvolto di copertina la solenne frase "Bernardo Caprotti è l’imprenditore che ha portato all’eccellenza i supermercati in Italia" (1), un libro su Chavez, meglio, contro Chavez, che cerca spericolatamente di convincere che chi apprezza Chavez, per coerenza, dovrebbe apprezzare anche Mussolini, il fortunato "il liberismo è di sinistra", un libro di beppe grillo, il magdi allam di "viva israele" e il ben noto "la casta" di gianantonio stella, non disprezzabile e soprattutto utile per l'attenzione generata sull'opinione pubblica, ma piuttosto scandalistico e inferiore all'ottimo "i costi della democrazia" di Salvi e Villone, che con anni di anticipo aveva denunciato il problema.
"Il liberismo è di sinistra" era di sicuro il più esilarante, con una successione di capitoli scoppiettante: destra e sinistra confuse, la meritocrazia è di sinistra, liberalizzare i mercati è di sinistra, riformare il mercato del lavoro è di sinistra, ridurre la spesa pubblica è di sinistra, il capitalismo di stato non è di sinistra, qualcosa comicia a cambiare.
Ho quindi deciso di procurarmelo gratis, sfruttando una delle istituzioni che Alesina e Giavazzi sopprimerebbero volentieri, perché ostacolano il libero mercato, riducono la crescita del pil e fanno salire la spesa pubblica: le biblioteche pubbliche. Specifico, biblioteca penazzato, via dino penazzato 112, VI municipio, Roma, in modo che anche altri possono evitare di arricchire Alesina e Giavazzi con le royalty di questo libraccio, che tra l'altro è caro, 12 euro per 126 pagine scritte con carattere a corpo 16.
Il nemico da abbattere nel pamphlet è la cosiddetta sinistra massimalista (ma nel corso dell'opera sarà definita anche conservatrice, radicale, retriva) che difende le lobby o i gruppi di interesse consolidati "a scapito dei giovani, dei consumatori e dei contribuenti".
Questo è il concetto più forte e più sorprendente del libro: le persone si riducono a "consumatori"; è inopportuno, dicono, parlare di categorie, come insegnante, commerciante, pensionato. Noi tutti siamo consumatori e così la politica ci dovrebbe trattare.
Poi comincia l'attacco all'obiettivo immediato, le pensioni di anzianità.
Partono gli esempi fuorvianti, i paragoni, le cifre. Fuori dall'Italia, si citano come esempi positivi Gran Bretagna, Irlanda o Danimarca, mentre per denigrare si usano Turchia, Romania o Unione Sovietica. Alitalia e ferrovie vanno male, come spesso si sente, per colpa dei privilegi dei loro lavoratori e non per volontà politica o scelte manageriali sballate. E l'università di Lecce serve per dire che l'università dovrebbe essere pagata completamente dagli studenti, così che a chi non ha voglia di studiare convenga restare a casa, come in America dove ha studiato Alesina, ci tengono a far sapere. La scuola elementare keniana serve per dire che la meritocrazia fa persino alzare i voti di tutti gli scolari, bravi e meno bravi.
E una domanda incalzante: chi è più di sinistra ? La sinistra o chi fa come dicono Alesina e Giavazzi ?
Curioso l'atto di accusa nei confronti di imprese e sindacati, che si sono spesso accordati a scapito di, avete indovinato, i contribuenti. Ma i lavoratori farebbero meglio rinunciare spontaneamente ai loro "privilegi", perché in cambio otterrebbero vantaggi in quanto "contribuenti".
A pagina 66, nell'elogio della precarietà spunta a sorpresa una frase condivisibile:"l'idea che per incoraggiare le assunzioni si debbano rendere più facili i licenziamenti è davvero paradossale". L'arcano si spiega subito, è un virgolettato subito ridicolizzato dal duo con le consuete argomentazioni. La precarietà aiuta perché fa abbassare il tasso di disoccupazione e poi sono gli anziani che sfruttano i giovani. Se uno può licenziare assume anche, e così via.
E poi c'è il lavoratore che si dava malato per andare a giocare a calcetto, e il giudice lo ha reintegrato. E si elogia la danimarca che permette licenziare senza problemi e senza ricorso al giudice, ma con i fantastici ammortizzatori sociali.
A pagina 78 si sprofonda nel gossip: la figlia di un loro amico, in America, ha lasciato il fidanzato perché "non era mai fallito". Secondo il duo, negli Stati Uniti fallire è simbolo di amare il rischio. Chi ha paura di fallire in America non fa strada.
Poi si passa a una ricetta per "risolvere" i problemi economici dei precari : i precari in quanto precari hanno contributi più bassi ed essendo pagati poco non possono permettersi pensioni integrative: come faranno ad avere la pensione ? Risposta pronta: innalzamento dell'età pensionabile e immediato peggioramento dei requisiti per andare in pensione.
D'altra parte la disuguaglianza non è il vero nemico: il vero nemico è la povertà; se si abbatte la povertà allora la disuguaglianza può andare anche bene.
I ragionamenti si appoggiano su cifre buttate lì: ad esempio si dichiara che la vita media in italia è 85 anni (pag. 90) o che un dipendente pubblico che ha un contratto di 36 ore settimanali esce dall'ufficio alle 13.45 (pag. 86).
Il libro finisce con un elenco dei buoni (per la causa) politici: Mario Monti, Daniele Capezzone, Franco de Benedetti, Nicola Rossi, Bruno Tabacci, Pier Luigi Bersani e Linda Lanzillotta.
Subito dopo l'analogo elenco del buon giornalismo: gli articoli del fannullone Ichino (l'aggettivo è mio, i deferenti Alesina e Giavazzi non gli danno mai meno di professore e lo citano a profusione per tutto il libro), articoli sul corriere della sera (giornale di Giavazzi), inchieste del sole 24 ore (giornale di Alesina), inchieste di Report.
(1) Parlando dei maltrattamenti e poi dell'aggressione alla lavoratrice del supermercato di via papiniano a milano, il manifesto pochi giorni fa parafrasava appropriatamente "botte e carrello".
03 marzo 2008
io santo, tu beato
Chi vive a Milano deve sopportare un sindaco come Letizia Moratti, dopo aver sopportato sindaci leghisti o cognati di Craxi, e ha visto sparire la sinistra politica qualche anno prima del resto d'Italia. In compenso un milanese, se vuole, ha la possibilità di vedere per tutto il mese "io santo, tu beato".
E' uno spettacolo teatrale di Renato Sarti e Bebo Storti, nei panni rispettivamente di Pio XII e padre Pio, che arrivati nell'aldilà scoprono che i posti nel paradiso sono già occupati per l'affollamento causato da Woytila che, solo lui, ha fatto 482 santi e 1338 beati.
Seguirà una lite in cui i due, il papa parlando in latino maccheronico e l'altro in pugliese stretto, si rinfacceranno i misfatti della chiesa e poi reciprocamente quelli dell'altro.
Qualcuno ricorderà il precendente spettacolo "la nave fantasma", sul naufragio, il giorno di natale del 1996, di una nave di migranti al largo di Porto Palo, con 283 morti.
"Io santo, tu beato" era già andato in scena a Milano, con ottimo successo, e ha fatto incazzare "Libero" che ne ha scritto un articolo al veleno. Già questo sarebbe un ottimo motivo per vederlo, purtroppo però, incredibilmente, nella Roma papalina del 2008 nessun teatro lo ha accettato, per non contrariare il vaticano.
Se le cose non cambiano in futuro quindi, l'unico modo per vederlo sarà prendere il treno.
E' uno spettacolo teatrale di Renato Sarti e Bebo Storti, nei panni rispettivamente di Pio XII e padre Pio, che arrivati nell'aldilà scoprono che i posti nel paradiso sono già occupati per l'affollamento causato da Woytila che, solo lui, ha fatto 482 santi e 1338 beati.
Seguirà una lite in cui i due, il papa parlando in latino maccheronico e l'altro in pugliese stretto, si rinfacceranno i misfatti della chiesa e poi reciprocamente quelli dell'altro.
Qualcuno ricorderà il precendente spettacolo "la nave fantasma", sul naufragio, il giorno di natale del 1996, di una nave di migranti al largo di Porto Palo, con 283 morti.
"Io santo, tu beato" era già andato in scena a Milano, con ottimo successo, e ha fatto incazzare "Libero" che ne ha scritto un articolo al veleno. Già questo sarebbe un ottimo motivo per vederlo, purtroppo però, incredibilmente, nella Roma papalina del 2008 nessun teatro lo ha accettato, per non contrariare il vaticano.
Se le cose non cambiano in futuro quindi, l'unico modo per vederlo sarà prendere il treno.
26 febbraio 2008
antonio persia
Antonio Persia è un cantautore e blogger. Nonostante sia più (e da più tempo) cantautore, è più facile conoscerlo come blogger, semplicemente andando su antoniopersia.splinder.com
Chi conosce il suo blog sa che è molto lucido e molto ruvido, come capita spesso ai cantautori quando invece della musica si esprimono con la parola. Ricordo ad esempio un concerto in cui Claudio Lolli, erano i tempi in cui impazzava la canzone "vaffanculo" di Masini, ricordava che ad inventare il vaffanculo era stato Piero Ciampi: ma mentre Masini in realtà non diceva vaffanculo a nessuno, e si limitava a urlarlo assieme al pubblico, Ciampi mandava realmente affanculo il suo pubblico, il quale, risentito, restituiva l’invito al mittente.
Come blogger Antonio è piuttosto conosciuto, ma la sua musica, invece, è oscurata. Ha fatto due dischi, praticamente introvabili, a meno di ordinarli direttamente a lui.
Il primo disco, “Irriducibilmente… ancora canto” autoprodotto, è uscito nel 1990.
Il titolo riprende le parola di " L'ultima canzone", una sorta di manifesto del cantante di strada "mi sto meravigliando mentre ancora canto. Irriducibilmente, credo ancora a questo incanto".
Qui è racchiusa tutta la poetica di Antonio Persia artista, l’amore per un certo modo di fare musica, la tenacia di continuare nonostante le difficoltà. Ed è una ballata frizzante, che fa il paio con la fresca "Estate italiana”, canzone che conclude il disco in una ventata di speranza pop.
Per contrasto, il pezzo d’apertura è la rifessiva "Pierpaolo", omaggio affettuoso e malinconico per Pasolini, all’Idroscalo di Ostia, impreziosita da un coro femminile nel riff finale che ricorda l’ultimo de André, per quanto i versi siano invece presi in prestito a Francesco de Gregori. Sulla stessa linea è "Palermo", da cui traspaiono amore e disperazione, conditi da un sound mediorientale.
Il secondo disco, del 1992, si chiama “Ritorno al Futuro con le Canzoni Negate”, e contiene pezzi nuovi, ma anche altri esclusi forzatamente dal primo disco, che durava solo 26 minuti. Questo invece ne dura 85.
E’ una sorta di concept album, con delle brevi registrazioni d’attualità tra una canzone e l’altra: molte non sono riuscito a individuarle, per l’assenza di note, ma significative sono due interviste, a Occhetto e Sbardella, sulla possibilità che il Pds entrasse inopinatamente in un governo con Dc e Psi con Craxi presidente del consiglio. Quell’ipotesi poi sfumò, ma il partito nato dal Pci trovò in seguito nuove possibilità di autoscreditarsi.
E’ un opera molto ben radicata nell’attualità di allora. Il 1992 fu l’anno dello scoppio di tangentopoli e della grande offensiva della mafia, ma anche di una speranza che in Italia le cose, dopo cinquant’anni, potessero cambiare. Nel disco questa speranza non si sente, come se l’autore avesse già previsto come sarebbero andate le cose, mentre in tutti i testi è sempre in agguato l’ironia, che raggiunge i suoi apici nella swingante (e Caputiana?) “Appuntamento a Roma”, in “19P2” dove una musica giocosa contrasta volutamente con l’argomento drammatico, nel rock ecologico “Ossido, Tossico, Yeah” e nella suggestiva “Cara vecchia canzone d’autore”, affettuosa ma severa considerazione sullo stato della canzone d’autore del tempo.
Tra i pezzi da segnalare ci sono “Altri auspici”, poetico affresco che ripercorre i cambiamenti della società dal 1959 , in cui Persia sottolinea l’importanza e la fatica necessarie per trovare una strada valida, e per insegnare tutto questo al figlio. Il discorso genitoriale è presente anche nella lieve “Si torna in città”, canzone agrodolce sulla fine di un’estate mentre “Nu poc' 'e libbertà” è un esercizio di stile in forma di canzone napoletana, ma, credo, il dialetto è di Fondi.
Chi conosce il suo blog sa che è molto lucido e molto ruvido, come capita spesso ai cantautori quando invece della musica si esprimono con la parola. Ricordo ad esempio un concerto in cui Claudio Lolli, erano i tempi in cui impazzava la canzone "vaffanculo" di Masini, ricordava che ad inventare il vaffanculo era stato Piero Ciampi: ma mentre Masini in realtà non diceva vaffanculo a nessuno, e si limitava a urlarlo assieme al pubblico, Ciampi mandava realmente affanculo il suo pubblico, il quale, risentito, restituiva l’invito al mittente.
Come blogger Antonio è piuttosto conosciuto, ma la sua musica, invece, è oscurata. Ha fatto due dischi, praticamente introvabili, a meno di ordinarli direttamente a lui.
Il primo disco, “Irriducibilmente… ancora canto” autoprodotto, è uscito nel 1990.
Il titolo riprende le parola di " L'ultima canzone", una sorta di manifesto del cantante di strada "mi sto meravigliando mentre ancora canto. Irriducibilmente, credo ancora a questo incanto".
Qui è racchiusa tutta la poetica di Antonio Persia artista, l’amore per un certo modo di fare musica, la tenacia di continuare nonostante le difficoltà. Ed è una ballata frizzante, che fa il paio con la fresca "Estate italiana”, canzone che conclude il disco in una ventata di speranza pop.
Per contrasto, il pezzo d’apertura è la rifessiva "Pierpaolo", omaggio affettuoso e malinconico per Pasolini, all’Idroscalo di Ostia, impreziosita da un coro femminile nel riff finale che ricorda l’ultimo de André, per quanto i versi siano invece presi in prestito a Francesco de Gregori. Sulla stessa linea è "Palermo", da cui traspaiono amore e disperazione, conditi da un sound mediorientale.
Il secondo disco, del 1992, si chiama “Ritorno al Futuro con le Canzoni Negate”, e contiene pezzi nuovi, ma anche altri esclusi forzatamente dal primo disco, che durava solo 26 minuti. Questo invece ne dura 85.
E’ una sorta di concept album, con delle brevi registrazioni d’attualità tra una canzone e l’altra: molte non sono riuscito a individuarle, per l’assenza di note, ma significative sono due interviste, a Occhetto e Sbardella, sulla possibilità che il Pds entrasse inopinatamente in un governo con Dc e Psi con Craxi presidente del consiglio. Quell’ipotesi poi sfumò, ma il partito nato dal Pci trovò in seguito nuove possibilità di autoscreditarsi.
E’ un opera molto ben radicata nell’attualità di allora. Il 1992 fu l’anno dello scoppio di tangentopoli e della grande offensiva della mafia, ma anche di una speranza che in Italia le cose, dopo cinquant’anni, potessero cambiare. Nel disco questa speranza non si sente, come se l’autore avesse già previsto come sarebbero andate le cose, mentre in tutti i testi è sempre in agguato l’ironia, che raggiunge i suoi apici nella swingante (e Caputiana?) “Appuntamento a Roma”, in “19P2” dove una musica giocosa contrasta volutamente con l’argomento drammatico, nel rock ecologico “Ossido, Tossico, Yeah” e nella suggestiva “Cara vecchia canzone d’autore”, affettuosa ma severa considerazione sullo stato della canzone d’autore del tempo.
Tra i pezzi da segnalare ci sono “Altri auspici”, poetico affresco che ripercorre i cambiamenti della società dal 1959 , in cui Persia sottolinea l’importanza e la fatica necessarie per trovare una strada valida, e per insegnare tutto questo al figlio. Il discorso genitoriale è presente anche nella lieve “Si torna in città”, canzone agrodolce sulla fine di un’estate mentre “Nu poc' 'e libbertà” è un esercizio di stile in forma di canzone napoletana, ma, credo, il dialetto è di Fondi.
19 febbraio 2008
grandi opere
Il mito delle grandi opere è stato nuovamente riproposto pochi giorni fa nel programma elettorale del partito democratico di Veltroni, in cui significativamente ambientalismo e opere pubbliche si trovano nello stesso capitolo e tra le opere da realizzare compaiono rigassificatori, termovalorizzatori e linee ferroviarie ad alta velocità.
Di fatto, nulla di nuovo rispetto al governo Prodi, e quasi niente di diverso rispetto al programma di Berlusconi. L'unica differenza è l’opposizione alla realizzazione del ponte di Messina. Ma Tonino di Pietro, alleato del PD alle elezioni, è sempre stato a favore del ponte.
Volendo prendere il lato positivo della cosa, siamo già sicuri che anche dopo il 14 aprile avremo modo di tornare in Val di Susa o ad Aprilia a dare una mano ai movimenti di difesa del territorio.
Per capire bene gli interessi che si celano dietro alla retorica delle grandi opere, è il caso di vedere che fine ha fatto una grande opera di dieci anni fa, ora realizzata: la cosiddetta Malpensa 2000, buon esempio di come il grosso affare per le lobby delle grandi opere non sia il loro utilizzo dopo il completamento, ma proprio la costruzione. E' cronaca di questi giorni, dopo averla pagata a caro prezzo, lo stato italiano dovrà adesso accollarsi anche i costi sociali del ridimensionamento.
Notare anche la percentuale dell’ammontare dei finanziamenti dell’unione europea sulla spesa finale, e ricordare come la perdita dei finanziamenti europei viene spesso usato come argomento per sostenere l’ineluttabilità dell’opera.
Tra venti anni non ci spiegheremo come hanno fatto a far credere che sarebbe stata utile una nuova ferrovia tra Torino e Lione. Più o meno come venti anni fa hanno fatto credere a tutti che in Italia servisse un altro aeroporto hub.
Lo scalo varesino è nato nel 1998 come una cattedrale nel deserto. Creava dal nulla, nella brughiera a 40 chilometri da Milano, un'offerta di traffico aereo del tutto sproporzionata alla domanda. Per questo in molti si erano opposti, innanzitutto i comitati di cittadini che abitano nei comuni vicini (non c'è mai stata la valutazione di impatto ambientale e i primi aerei volavano così bassi da scoperchiare i tetti delle case), ma anche il sindacato e il Prc erano contrari. Costruttori, imprenditori, governo (locale e centrale) non hanno voluto sentire ragioni. La domanda sarebbe arrivata e con lei turisti e businessman da e per tutto il mondo. L'eldorado, insomma. Alitalia era già in crisi per conto suo e per salvarla - dicevano - ci voleva proprio Malpensa. Allora era promessa sposa dell'olandese Klm, che aveva bisogno di un grande aeroporto per i voli a lungo raggio, e Malpensa era perfetta e unica in Italia. Oggi tutto è invertito: è Alitalia a essere indispensabile a Malpensa, che dipende dai suoi voli.
Una dipendenza su cui negli anni si è adagiata Sea, la società che controlla gli aeroporti milanesi (64% del Comune di Milano, 20% della Provincia). I voli Alitalia hanno consentito a Sea di appoggiare il regime di monopolio sulla gestione degli scali al monopolio di Alitalia: nessuno si doveva preoccupare di essere competitivo. Alitalia ha assicurato a Sea entrate certe (al di sopra del 50% dei ricavi), ma l'ha condannata ad un dipendenza assoluta dalla compagnia nazionale e dalle decisioni di Palazzo Chigi. Ora che la crisi di Alitalia è arrivata alla fine, i nodi vengono al pettine anche per Sea. Il piano AirFrance prevede dal primo aprile il taglio del 70% dei voli (da 1.191 a 365), la cancellazione di 43 rotte, 15,6 milioni di passeggeri in meno. (1)
Dopo la rottura con Klm, nel 2000, lo scalo varesino è diventato una delle maggiori voci di spesa per Alitalia, che ogni anno ci perde 200 milioni. Solo la realizzazione di Malpensa è costata 844 milioni di euro (439 dello Stato, 470 autofinanziati e 28 della Ue). Da allora lo scalo è stato penalizzato da una politica miope. Si è continuato ad operare nell'ideologia impossibile dell'hub, quando due hub in Italia sono un'utopia (Lufthansa usa Monaco e Francoforte, ma ha 85 aerei di lungo raggio, Alitalia 23). Malpensa quindi ha dovuto combattere una lotta fratricida con Fiumicino. Poi ha scontato la deregulation degli amministratori lombardi che non hanno mai ridotto Linate a city airport (oggi è il terzo scalo nazionale e solo ora Moratti si dice disposta a ridurlo), promuovendo troppi aeroporti vicini: Orio al Serio (Bg) e Montichiari (Bs).
Da Malpensa passano 23,716 milioni di passeggeri, solo il 37% del nord Italia. Gli altri hub europei raccolgono molto di più: Francoforte il 68%, Parigi il 57%. Come se non bastasse, i collegamenti con Malpensa non sono mai stati realizzati; è raggiungibile da Milano solo con il Malpensa Express, un treno che parte ogni mezz'ora (11 euro per 40 km) dalla stazione di Cadorna, senza collegamenti con la Centrale. Soltanto a fine marzo dovrebbe essere inaugurata la bretella che collega lo scalo all'autostrada Torino-Milano. Per ora è raggiungibile solo attraverso la congestionatissima autostrada dei laghi e una stradina di campagna che lo connette alla statale del Sempione. (2)
Mpx (sigla di Malpensa, n.d.b.) dà l'impressione che tutti gli scarti della ricostruzione della Germania Est - tutto ciò di cui c'era bisogno per cancellare le privazioni del comunismo - siano stati accumulati sul luogo in gran fretta seguendo un progetto vagamente rettangolare per formare una pasticciata sequenza di spazi deformati e inadeguati, apparentemente voluti dai governanti dell'Europa estorcendo una quantità illimitata di euro dai fondi regionali della comunità per causare infiniti ritardi ai suoi turlupinati contribuenti, troppo occupati a parlare ai loro cellulari per accorgersene. (3)
(1) Giorgio Salvetti, Le fragili basi dell'orgoglio del Nord, da Il manifesto del 17/2/2008
(2) Giorgio Salvetti, «Basta con l'ideologia dell'hub», altre idee per salvare Malpensa, ibidem
(3) Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2001-2006
Di fatto, nulla di nuovo rispetto al governo Prodi, e quasi niente di diverso rispetto al programma di Berlusconi. L'unica differenza è l’opposizione alla realizzazione del ponte di Messina. Ma Tonino di Pietro, alleato del PD alle elezioni, è sempre stato a favore del ponte.
Volendo prendere il lato positivo della cosa, siamo già sicuri che anche dopo il 14 aprile avremo modo di tornare in Val di Susa o ad Aprilia a dare una mano ai movimenti di difesa del territorio.
Per capire bene gli interessi che si celano dietro alla retorica delle grandi opere, è il caso di vedere che fine ha fatto una grande opera di dieci anni fa, ora realizzata: la cosiddetta Malpensa 2000, buon esempio di come il grosso affare per le lobby delle grandi opere non sia il loro utilizzo dopo il completamento, ma proprio la costruzione. E' cronaca di questi giorni, dopo averla pagata a caro prezzo, lo stato italiano dovrà adesso accollarsi anche i costi sociali del ridimensionamento.
Notare anche la percentuale dell’ammontare dei finanziamenti dell’unione europea sulla spesa finale, e ricordare come la perdita dei finanziamenti europei viene spesso usato come argomento per sostenere l’ineluttabilità dell’opera.
Tra venti anni non ci spiegheremo come hanno fatto a far credere che sarebbe stata utile una nuova ferrovia tra Torino e Lione. Più o meno come venti anni fa hanno fatto credere a tutti che in Italia servisse un altro aeroporto hub.
Lo scalo varesino è nato nel 1998 come una cattedrale nel deserto. Creava dal nulla, nella brughiera a 40 chilometri da Milano, un'offerta di traffico aereo del tutto sproporzionata alla domanda. Per questo in molti si erano opposti, innanzitutto i comitati di cittadini che abitano nei comuni vicini (non c'è mai stata la valutazione di impatto ambientale e i primi aerei volavano così bassi da scoperchiare i tetti delle case), ma anche il sindacato e il Prc erano contrari. Costruttori, imprenditori, governo (locale e centrale) non hanno voluto sentire ragioni. La domanda sarebbe arrivata e con lei turisti e businessman da e per tutto il mondo. L'eldorado, insomma. Alitalia era già in crisi per conto suo e per salvarla - dicevano - ci voleva proprio Malpensa. Allora era promessa sposa dell'olandese Klm, che aveva bisogno di un grande aeroporto per i voli a lungo raggio, e Malpensa era perfetta e unica in Italia. Oggi tutto è invertito: è Alitalia a essere indispensabile a Malpensa, che dipende dai suoi voli.
Una dipendenza su cui negli anni si è adagiata Sea, la società che controlla gli aeroporti milanesi (64% del Comune di Milano, 20% della Provincia). I voli Alitalia hanno consentito a Sea di appoggiare il regime di monopolio sulla gestione degli scali al monopolio di Alitalia: nessuno si doveva preoccupare di essere competitivo. Alitalia ha assicurato a Sea entrate certe (al di sopra del 50% dei ricavi), ma l'ha condannata ad un dipendenza assoluta dalla compagnia nazionale e dalle decisioni di Palazzo Chigi. Ora che la crisi di Alitalia è arrivata alla fine, i nodi vengono al pettine anche per Sea. Il piano AirFrance prevede dal primo aprile il taglio del 70% dei voli (da 1.191 a 365), la cancellazione di 43 rotte, 15,6 milioni di passeggeri in meno. (1)
Dopo la rottura con Klm, nel 2000, lo scalo varesino è diventato una delle maggiori voci di spesa per Alitalia, che ogni anno ci perde 200 milioni. Solo la realizzazione di Malpensa è costata 844 milioni di euro (439 dello Stato, 470 autofinanziati e 28 della Ue). Da allora lo scalo è stato penalizzato da una politica miope. Si è continuato ad operare nell'ideologia impossibile dell'hub, quando due hub in Italia sono un'utopia (Lufthansa usa Monaco e Francoforte, ma ha 85 aerei di lungo raggio, Alitalia 23). Malpensa quindi ha dovuto combattere una lotta fratricida con Fiumicino. Poi ha scontato la deregulation degli amministratori lombardi che non hanno mai ridotto Linate a city airport (oggi è il terzo scalo nazionale e solo ora Moratti si dice disposta a ridurlo), promuovendo troppi aeroporti vicini: Orio al Serio (Bg) e Montichiari (Bs).
Da Malpensa passano 23,716 milioni di passeggeri, solo il 37% del nord Italia. Gli altri hub europei raccolgono molto di più: Francoforte il 68%, Parigi il 57%. Come se non bastasse, i collegamenti con Malpensa non sono mai stati realizzati; è raggiungibile da Milano solo con il Malpensa Express, un treno che parte ogni mezz'ora (11 euro per 40 km) dalla stazione di Cadorna, senza collegamenti con la Centrale. Soltanto a fine marzo dovrebbe essere inaugurata la bretella che collega lo scalo all'autostrada Torino-Milano. Per ora è raggiungibile solo attraverso la congestionatissima autostrada dei laghi e una stradina di campagna che lo connette alla statale del Sempione. (2)
Mpx (sigla di Malpensa, n.d.b.) dà l'impressione che tutti gli scarti della ricostruzione della Germania Est - tutto ciò di cui c'era bisogno per cancellare le privazioni del comunismo - siano stati accumulati sul luogo in gran fretta seguendo un progetto vagamente rettangolare per formare una pasticciata sequenza di spazi deformati e inadeguati, apparentemente voluti dai governanti dell'Europa estorcendo una quantità illimitata di euro dai fondi regionali della comunità per causare infiniti ritardi ai suoi turlupinati contribuenti, troppo occupati a parlare ai loro cellulari per accorgersene. (3)
(1) Giorgio Salvetti, Le fragili basi dell'orgoglio del Nord, da Il manifesto del 17/2/2008
(2) Giorgio Salvetti, «Basta con l'ideologia dell'hub», altre idee per salvare Malpensa, ibidem
(3) Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2001-2006
07 febbraio 2008
la quarta possibilità
In questo deprimente inizio di 2008 ci è già capitato di assistere alla rovinosa caduta del governo di centro-sinistra, a Berlusconi che ha potuto decidere in base alle sue convenienze quando votare e con quale legge elettorale, al suicidio elettorale del Pd di Veltroni che ha deciso di perdere nettamente e consegnare il paese alle destre. Due soli scenari sembrano possibili: o altri cinque anni di governo berlusconiano o un'assemblea costituente guidata da Berlusconi che riscriva a modo suo la costituzione. Di nuovo, si farà quello che conviene di più a Berlusconi.
In questa disastrosa situazione, per un elettore di sinistra, oltre a votare il Pd turandosi il naso, in una riproposizione estrema della retorica del "voto utile", a continuare a sostenere le attuali dirigenze della sinistra arcobaleno corresponsabili del disastro, oppure ad astenersi, c'è una quarta possibilità.
Dal Manifesto di oggi, di Turigliatto e Cannavò:
"La caduta del governo Prodi delinea il disastro di un'ipotesi politica debole e mal congegnata. In soli diciotto mesi il centrosinistra, la mitica Unione che doveva cambiare «davvero» l'Italia, ha inanellato un fallimento dopo l'altro lasciando dietro di sé macerie ingombranti. Un disastro materiale, fatto di impoverimento reale dei lavoratori e lavoratrici, di ulteriore precarizzazione del lavoro - ad esempio con la detassazione degli straordinari - di arricchimento delle imprese foraggiate con aiuti di stato inediti e massicci; ma anche un disastro politico che ha provocato disillusione, disincanto, perdita di fiducia, distacco dalla politica e dall'impegno attivo, demoralizzazione.
Prodi non è caduto semplicemente per una congiura mastelliana. Prodi cade anche perché isolato socialmente e in rotta con l'elettorato che, faticosamente e con grandi sacrifici, ne aveva consentito la vittoria innanzitutto per ostacolare le destre e l'odioso populismo berlusconiano. E' questo elemento ad aver generato la debolezza del governo, la sua fragilità e quindi la sua esposizione alle manovre di Mastella.
In questo disastro spicca il fallimento della sinistra di governo. La linea governista e l'ipotesi di alleanza con la «borghesia buona» ha fatto arretrare i diritti del lavoro, ha favorito le imprese e le banche e permette oggi un ritorno massiccio delle destre. Alla disfatta politica rappresentata dalle spedizioni all'estero, dall'aumento delle spese militari, dal cuneo fiscale, dal pacchetto Welfare, dal tradimento delle aspettative di uguaglianza del movimento lgbtq, dal decreto sicurezza, dalle liberalizzazioni di Bersani, dalla costruzione della base di Vicenza, dalle promozioni di De Gennaro, si aggiunge una disfatta sociale perché il più delle volte gli insuccessi sono stati esibiti come piccole vittorie, ipotetiche riduzioni del danno. Basterebbe vedere oggi lo sbandamento della sinistra e lo spaesamento degli stessi lavoratori e lavoratrici per rendersi conto di quanto grande sia stato invece il danno procurato.
Il fallimento della sinistra è senza appello e solo un grande processo di ripensamento generale e di rinnovamento radicale a tutti i livelli - a partire dai gruppi dirigenti - potrebbe permettere una nuova ipotesi di lavoro.
[...] crediamo che a sinistra dell'Arcobaleno sia necessario dare vita a una lista della Sinistra anticapitalista su una piattaforma avanzata di lotta e di rivendicazioni generali: aumento reale del salario, ripubblicizzazione dei servizi sociali, lotta senza quartiere contro gli omicidi sul lavoro, un piano di «rifiuti zero», contrasto alle spedizioni militari, riduzione spese militari e riconversione industria bellica, difesa dei diritti delle donne, dei diritti civili contro ogni ingerenza vaticana, abolizione della legge 30 e della Bossi-Fini, drastica riduzione dei privilegi istituzionali.
Una lista con caratteristiche di unità , pluralità e di innovazione: rotazione degli eletti, tetto ferreo alle indennità percepite, presenza di soggetti diversi. Una lista indisponibile ad alleanze e coalizioni con il Partito democratico ma che sappia ridare fiato e prospettiva a un'alternativa di sistema. Vogliamo lavorare per questo obiettivo nei pochi giorni che restano prima delle scadenze elettorali senza preclusioni o schematismi".
In questa disastrosa situazione, per un elettore di sinistra, oltre a votare il Pd turandosi il naso, in una riproposizione estrema della retorica del "voto utile", a continuare a sostenere le attuali dirigenze della sinistra arcobaleno corresponsabili del disastro, oppure ad astenersi, c'è una quarta possibilità.
Dal Manifesto di oggi, di Turigliatto e Cannavò:
"La caduta del governo Prodi delinea il disastro di un'ipotesi politica debole e mal congegnata. In soli diciotto mesi il centrosinistra, la mitica Unione che doveva cambiare «davvero» l'Italia, ha inanellato un fallimento dopo l'altro lasciando dietro di sé macerie ingombranti. Un disastro materiale, fatto di impoverimento reale dei lavoratori e lavoratrici, di ulteriore precarizzazione del lavoro - ad esempio con la detassazione degli straordinari - di arricchimento delle imprese foraggiate con aiuti di stato inediti e massicci; ma anche un disastro politico che ha provocato disillusione, disincanto, perdita di fiducia, distacco dalla politica e dall'impegno attivo, demoralizzazione.
Prodi non è caduto semplicemente per una congiura mastelliana. Prodi cade anche perché isolato socialmente e in rotta con l'elettorato che, faticosamente e con grandi sacrifici, ne aveva consentito la vittoria innanzitutto per ostacolare le destre e l'odioso populismo berlusconiano. E' questo elemento ad aver generato la debolezza del governo, la sua fragilità e quindi la sua esposizione alle manovre di Mastella.
In questo disastro spicca il fallimento della sinistra di governo. La linea governista e l'ipotesi di alleanza con la «borghesia buona» ha fatto arretrare i diritti del lavoro, ha favorito le imprese e le banche e permette oggi un ritorno massiccio delle destre. Alla disfatta politica rappresentata dalle spedizioni all'estero, dall'aumento delle spese militari, dal cuneo fiscale, dal pacchetto Welfare, dal tradimento delle aspettative di uguaglianza del movimento lgbtq, dal decreto sicurezza, dalle liberalizzazioni di Bersani, dalla costruzione della base di Vicenza, dalle promozioni di De Gennaro, si aggiunge una disfatta sociale perché il più delle volte gli insuccessi sono stati esibiti come piccole vittorie, ipotetiche riduzioni del danno. Basterebbe vedere oggi lo sbandamento della sinistra e lo spaesamento degli stessi lavoratori e lavoratrici per rendersi conto di quanto grande sia stato invece il danno procurato.
Il fallimento della sinistra è senza appello e solo un grande processo di ripensamento generale e di rinnovamento radicale a tutti i livelli - a partire dai gruppi dirigenti - potrebbe permettere una nuova ipotesi di lavoro.
[...] crediamo che a sinistra dell'Arcobaleno sia necessario dare vita a una lista della Sinistra anticapitalista su una piattaforma avanzata di lotta e di rivendicazioni generali: aumento reale del salario, ripubblicizzazione dei servizi sociali, lotta senza quartiere contro gli omicidi sul lavoro, un piano di «rifiuti zero», contrasto alle spedizioni militari, riduzione spese militari e riconversione industria bellica, difesa dei diritti delle donne, dei diritti civili contro ogni ingerenza vaticana, abolizione della legge 30 e della Bossi-Fini, drastica riduzione dei privilegi istituzionali.
Una lista con caratteristiche di unità , pluralità e di innovazione: rotazione degli eletti, tetto ferreo alle indennità percepite, presenza di soggetti diversi. Una lista indisponibile ad alleanze e coalizioni con il Partito democratico ma che sappia ridare fiato e prospettiva a un'alternativa di sistema. Vogliamo lavorare per questo obiettivo nei pochi giorni che restano prima delle scadenze elettorali senza preclusioni o schematismi".
06 febbraio 2008
brasile
Scrivere delle impressioni su un paese come il Brasile può sembrare velleitario, poiché in un mese se ne può vedere solo una piccola parte. La stessa sensazione si ripresenta in ogni grande città brasiliana, di cui non si riesce mai a capire dove siano i confini.
E le ben note disuguaglianze sociali fanno sì che esistono molti paesi in uno. A guardare alcuni servizi si può considerare il Brasile un paese prospero e progredito, ma poi le favelas o le persone che dormono per strada raccontano un'altra storia.
Sulle favelas (che sono simili a quelle che si vedono in praticamente tutta l’america latina) i brasiliani hanno uno strano sentimento di consapevolezza e rimozione allo stesso tempo. Le favelas sono nate con l'abolizione della schiavitù, decretata malvolentieri alla fine dell'800 dai regnanti brasiliani a seguito delle pressioni soprattutto inglesi. Gli schiavi liberati, ma privati improvvisamente di sostentamento e di un posto dove vivere, hanno costruito fuori dal perimetro delle città le loro case, continuando il più delle volte a lavorare per i loro ex padroni.
Eppure la prima mappa di rio de janeiro comprendente le favelas è stata pubblicata solo nel 1994.
Per capire il processo di rimozione operato dai brasiliani, si può pensare alle versioni di favelas che ci sono nelle città italiane. Non mi riferisco alle borgate cantate da Pasolini della metà del 900, le cui case, oggi, dopo sommarie ristrutturazioni, sono vendute a centinaia di migliaia di euro con l'edulcorata definizione di "soluzione indipendente", ma alle vere baraccopoli di oggi: ad esempio a Roma ce n'è una sulla strada che porta ai campi sportivi di tor di quinto, via del baiardo (chiunque gioca a calcio a Roma probabilmente c'è passato). I giornali non ne parlano mai, a parte, e solo per qualche giorno, in occasione di fatti di cronaca nera accaduti nei dintorni, e molti ne ignorano l'esistenza, mentre altri probabilmente ritengono che non sia un problema delle istituzioni vista la nazionalità dei suoi abitanti; di fatto un quartiere di baracche costruite con legno e materiali di recupero è presente nella città di Roma, senza che ciò sia percepito come un problema. Un sentimento simile è presente anche in Brasile.
Il divario sociale produce ad esempio quello che in Italia si chiama turismo sessuale e in Brasile, più semplicemente, prostituzione. Deve essere un fenomeno ampio se negli alberghi di tutte le città di una minima grandezza c’era il divieto di ricevere prostitute. Se qualche cliente proveniente dall’Italia può vedere il fenomeno con più romanticismo del necessario, in Brasile lo chiamano esattamente per quello che è.
Se il divario sociale trae origine dalle vicende storiche del paese, a partire dal colonialismo, esso è stato però ampliato da vent'anni di dittatura, da fine anni '60 a metà anni '80 e successivamente, quando hanno ripreso ad esserci le elezioni, dalle politiche di presidenti neoliberisti che applicavano le direttive del fondo monetario internazionale.
Lula quindi si è trovato nella curiosa situazione in cui lo stato delle ingiustizie sociali non poteva che migliorare, ma d’altra parte era praticamente impossibile da risolvere.
Ad esempio ha varato il controverso programma "fome zero", che si proponeva di debellare il problema della fame, esistente in sacche di disagio sociale oppure in relativamente ristrette aree geografiche soggette a calamità o siccità; la morte di alcuni bambini indios è stata l'occasione per gli avversari politici di dichiarare il fallimento del programma. Nelle città invece il cibo abbonda, mentre drammatiche sono le condizioni dell'istruzione, con una grande percentuale di analfabeti, e della sanità pubblica. In generale i servizi pubblici sono stati smantellati negli anni '90. Le imprese pubbliche sono state privatizzate, ad eccezione della petrobras. Ciò ha portato, ad esempio, alla quasi scomparsa delle ferrovie, mentre la compagnia aerea di bandiera, la varig, è stata lasciata fallire per poi essere ricomprata da proprietario di una compagnia privata concorrente e rimessa in piedi in versione ridotta (destino a cui è stata condannata anche l’Alitalia).
Eppure le ricchezze naturali del paese sono enormi. Oltre all'autosufficienza petrolifera, si produce molto bio-carburante, ricavato in massima parte dalla canna da zucchero. La produzione agricola è molto fiorente e aumenta negli anni. Aumenta anche la superficie dedicata a coltivazioni, a scapito delle foreste amazzoniche (la difesa dell’ambiente e la salvaguardia dei pochi nativi rimasti sono considerati incompatibili – quindi sacrificabili - con le esigenze dell’impresa capitalistica).
Con una punta di orgoglio, ad esempio, una pubblicità enunciava che l'asfalto della pista di Interlagos era 100% brasiliano. E i tra i prodotti industriali a basso costo, molti sono made in brazil, i prodotti cinesi non hanno sfondato come nel resto del mondo.
Il costo della manodopera è molto basso, cosa che permette di vedere scene inusuali, come le folle di commessi dentro ai negozi o gli staff di pulitori che ai capolinea della metropolitana dopo ogni corsa salgono a pulire i vagoni.
Molto fruttuoso è il business della sicurezza. Porte blindate, cancelli, allarmi, recinzioni elettrificate, polizia privata, portieri armati in servizio 24 ore a guardia dei “predios”, i palazzi a molti piani, a loro volta preferiti dai brasiliani di ceto medio perché ritenuti più sicuri.
La ricerca di sicurezza ha causato la blindatura delle vite delle persone più abbienti e generato un “razzismo da censo” che dicono essere molto diffuso, mentre meno diffuso di altri paesi dicono sia il “razzismo da pelle”.
La liberalizzazione dei costumi è molto avanzata: ad esempio sono diffusissimi, e usati senza problemi, i motel, alberghi ad ore. Di contro l'aborto non è legalizzato.
Contrariamente a quello che accade qui, la chiesa cattolica è in piena crisi e ha perso moltissimo seguito, confluito nella miriade di altre chiese cristiane. In Italia si è parlato di quella seguita da Kakà, "renascer", che però ha proprio come unica particolarità quella di ricevere pubblicità gratuita dalla vocazione dell'ingenuo calciatore. Come renascer, quasi tutte hanno dei patriarchi con problemi giudiziari e blindati in lussuosissime ville a Miami o a San Paolo e quasi tutte hanno un flusso crescente di fedeli. Ciò che cambia sono i riti e i luoghi di insediamento. Se la "igreja universal do reino de deus" ha chiese faraoniche, somiglianti a centri commerciali, gli amati "shopping" dei brasiliani, la "assemblea de deus" ha chiese modeste ma molto numerose. Il contrasto è stridente: nelle chiese di epoca coloniale, amministrate dalla chiesa di roma, alla messa domenicale non c'era più di una decina di persone.
E le ben note disuguaglianze sociali fanno sì che esistono molti paesi in uno. A guardare alcuni servizi si può considerare il Brasile un paese prospero e progredito, ma poi le favelas o le persone che dormono per strada raccontano un'altra storia.
Sulle favelas (che sono simili a quelle che si vedono in praticamente tutta l’america latina) i brasiliani hanno uno strano sentimento di consapevolezza e rimozione allo stesso tempo. Le favelas sono nate con l'abolizione della schiavitù, decretata malvolentieri alla fine dell'800 dai regnanti brasiliani a seguito delle pressioni soprattutto inglesi. Gli schiavi liberati, ma privati improvvisamente di sostentamento e di un posto dove vivere, hanno costruito fuori dal perimetro delle città le loro case, continuando il più delle volte a lavorare per i loro ex padroni.
Eppure la prima mappa di rio de janeiro comprendente le favelas è stata pubblicata solo nel 1994.
Per capire il processo di rimozione operato dai brasiliani, si può pensare alle versioni di favelas che ci sono nelle città italiane. Non mi riferisco alle borgate cantate da Pasolini della metà del 900, le cui case, oggi, dopo sommarie ristrutturazioni, sono vendute a centinaia di migliaia di euro con l'edulcorata definizione di "soluzione indipendente", ma alle vere baraccopoli di oggi: ad esempio a Roma ce n'è una sulla strada che porta ai campi sportivi di tor di quinto, via del baiardo (chiunque gioca a calcio a Roma probabilmente c'è passato). I giornali non ne parlano mai, a parte, e solo per qualche giorno, in occasione di fatti di cronaca nera accaduti nei dintorni, e molti ne ignorano l'esistenza, mentre altri probabilmente ritengono che non sia un problema delle istituzioni vista la nazionalità dei suoi abitanti; di fatto un quartiere di baracche costruite con legno e materiali di recupero è presente nella città di Roma, senza che ciò sia percepito come un problema. Un sentimento simile è presente anche in Brasile.
Il divario sociale produce ad esempio quello che in Italia si chiama turismo sessuale e in Brasile, più semplicemente, prostituzione. Deve essere un fenomeno ampio se negli alberghi di tutte le città di una minima grandezza c’era il divieto di ricevere prostitute. Se qualche cliente proveniente dall’Italia può vedere il fenomeno con più romanticismo del necessario, in Brasile lo chiamano esattamente per quello che è.
Se il divario sociale trae origine dalle vicende storiche del paese, a partire dal colonialismo, esso è stato però ampliato da vent'anni di dittatura, da fine anni '60 a metà anni '80 e successivamente, quando hanno ripreso ad esserci le elezioni, dalle politiche di presidenti neoliberisti che applicavano le direttive del fondo monetario internazionale.
Lula quindi si è trovato nella curiosa situazione in cui lo stato delle ingiustizie sociali non poteva che migliorare, ma d’altra parte era praticamente impossibile da risolvere.
Ad esempio ha varato il controverso programma "fome zero", che si proponeva di debellare il problema della fame, esistente in sacche di disagio sociale oppure in relativamente ristrette aree geografiche soggette a calamità o siccità; la morte di alcuni bambini indios è stata l'occasione per gli avversari politici di dichiarare il fallimento del programma. Nelle città invece il cibo abbonda, mentre drammatiche sono le condizioni dell'istruzione, con una grande percentuale di analfabeti, e della sanità pubblica. In generale i servizi pubblici sono stati smantellati negli anni '90. Le imprese pubbliche sono state privatizzate, ad eccezione della petrobras. Ciò ha portato, ad esempio, alla quasi scomparsa delle ferrovie, mentre la compagnia aerea di bandiera, la varig, è stata lasciata fallire per poi essere ricomprata da proprietario di una compagnia privata concorrente e rimessa in piedi in versione ridotta (destino a cui è stata condannata anche l’Alitalia).
Eppure le ricchezze naturali del paese sono enormi. Oltre all'autosufficienza petrolifera, si produce molto bio-carburante, ricavato in massima parte dalla canna da zucchero. La produzione agricola è molto fiorente e aumenta negli anni. Aumenta anche la superficie dedicata a coltivazioni, a scapito delle foreste amazzoniche (la difesa dell’ambiente e la salvaguardia dei pochi nativi rimasti sono considerati incompatibili – quindi sacrificabili - con le esigenze dell’impresa capitalistica).
Con una punta di orgoglio, ad esempio, una pubblicità enunciava che l'asfalto della pista di Interlagos era 100% brasiliano. E i tra i prodotti industriali a basso costo, molti sono made in brazil, i prodotti cinesi non hanno sfondato come nel resto del mondo.
Il costo della manodopera è molto basso, cosa che permette di vedere scene inusuali, come le folle di commessi dentro ai negozi o gli staff di pulitori che ai capolinea della metropolitana dopo ogni corsa salgono a pulire i vagoni.
Molto fruttuoso è il business della sicurezza. Porte blindate, cancelli, allarmi, recinzioni elettrificate, polizia privata, portieri armati in servizio 24 ore a guardia dei “predios”, i palazzi a molti piani, a loro volta preferiti dai brasiliani di ceto medio perché ritenuti più sicuri.
La ricerca di sicurezza ha causato la blindatura delle vite delle persone più abbienti e generato un “razzismo da censo” che dicono essere molto diffuso, mentre meno diffuso di altri paesi dicono sia il “razzismo da pelle”.
La liberalizzazione dei costumi è molto avanzata: ad esempio sono diffusissimi, e usati senza problemi, i motel, alberghi ad ore. Di contro l'aborto non è legalizzato.
Contrariamente a quello che accade qui, la chiesa cattolica è in piena crisi e ha perso moltissimo seguito, confluito nella miriade di altre chiese cristiane. In Italia si è parlato di quella seguita da Kakà, "renascer", che però ha proprio come unica particolarità quella di ricevere pubblicità gratuita dalla vocazione dell'ingenuo calciatore. Come renascer, quasi tutte hanno dei patriarchi con problemi giudiziari e blindati in lussuosissime ville a Miami o a San Paolo e quasi tutte hanno un flusso crescente di fedeli. Ciò che cambia sono i riti e i luoghi di insediamento. Se la "igreja universal do reino de deus" ha chiese faraoniche, somiglianti a centri commerciali, gli amati "shopping" dei brasiliani, la "assemblea de deus" ha chiese modeste ma molto numerose. Il contrasto è stridente: nelle chiese di epoca coloniale, amministrate dalla chiesa di roma, alla messa domenicale non c'era più di una decina di persone.
19 dicembre 2007
partenze

Può capitare, circa una volta o due all'anno, di poter sfuggire alla gabbia delle otto ore (più pausa pranzo) al giorno, delle quaranta ore a settimana, di tutti i giorni lavorativi dell'anno, esclusi ventitre e i permessi ex-festività.
Spero di incontrare il MST e di approfondire la MPB.
Ci risentiamo il 20 gennaio, quando torno, o forse prima.
14 dicembre 2007
Il writer giustiziere del pigneto e la mobilità insostenibile
Da qualche tempo al pigneto, quartiere cool-ma-neanche-tanto dove abito, alcune automobili vengono marchiate con la inequivocabilmente dispregiativa scritta "shit".


Il pigneto, per chi non lo conosce, è un quartiere ex-popolare promosso, mediante la pedonalizzazione di una strada, a ennesimo quartiere del divertimento della roma veltroniana, dove però il divertimento è inteso quasi unicamente come consumo di cibi e bevande, purché effettuato nei locali istituzionali: difatti i phone center che di straforo vendevano una bottiglia di peroni da 66 cl a un paio di euro, molto apprezzati dai tanti che non volevano spendere i 5 o 6 richiesti per una bevanda simile in un bar/enoteca/wine bar/libreria bar trendy con tavolini, sono stati colpiti prima con ordinanze ad hoc, poi con veri e propri blitz.
L'estate scorsa la folla e il rumore hanno causato sentimenti di intolleranza da parte dei vecchi residenti.
L'altro motivo di intolleranza era la presenza di immigrati, probabilmente con contratti d'affitto in nero, e stipati in gran numero in appartamenti (o locali con uscita sulla strada) fatiscenti. Suscitava grande riprovazione, ad esempio, un gruppo di arabi che di sera portava in strada una branda con materasso su cui si sedevano e chiacchieravano. Offendevano il decoro, a detta di qualcuno. Per me era un passatempo innocuo e anche ecologico, peggio sarebbe stato restare in casa, fuori dalla vista degli impressionabili vicini ma magari con un ventilatore o condizionatore acceso di continuo.
Qualcuno ha efficacemente fuso le due intolleranze, lanciando dell'acido (in realtà detersivo o stura-lavandini, non è chiaro) dalla finestra verso un passante, che ha riportato serie ustioni e si è salvato solo per la prontezza di lanciarsi sotto il getto di una fontanella.
Il gesto è stato, giustamente, sanzionato dall'autorità giudiziaria, ma non troppo deplorato dai cittadini del quartiere, che al contrario cercano di emularlo (si veda la foto in basso).

Tornando alle scritte sull'automobile, la riflessione che segue è basata su due assunzioni.
La prima, che le scritte siano fatte realmente nel quartiere, in fondo ha poca rilevanza.
La seconda è che le scritte siano causate da comportamenti disapprovabili (un parcheggio o una manovra non secondo norma). In teoria potrebbero essere un atto di vandalismo indipendente dall’oggetto danneggiato oppure una protesta contro il mero possesso dell’automobile (ma i modelli imbrattati che ho visto sono tutt’altro che di lusso).
Mi sono chiesto un attimo cosa penserei se succedesse a me. Nonostante io ritenga che l'automobile sia solo un oggetto di metallo e plastica la cui unica funzione è portarmi in giro, forse non sarei contentissimo di avere quella scritta sulla macchina.
Ma non posso sinceramente dire di essere immune dal rischio. Il 90% delle volte riesco a parcheggiare correttamente, il restante 10%, specie se devo fermarmi per poco, ho pacchi da scaricare, ho già fatto molti giri infruttuosi in cerca di parcheggio, parcheggio un po' in deroga alle norme e alla correttezza.
La stessa cosa succede per le norme di marcia.
Per quanto riguarda l'uso dell'automobile, in genere faccio un’analisi di qualche secondo sulla possibilità di prendere il mezzo pubblico e decido la cosa più conveniente: salvo qualche destinazione in centro il risultato è sempre che mi conviene usare la macchina. Chiunque abita a Roma sa che i mezzi pubblici passano a frequenze imprevedibili, generalmente pieni, sicuramente scomodi e lenti.
Ma, senza tirare in ballo i guidatori ancora più scorretti, è a causa di tutti i guidatori "medi" come me se l'italia è il paese che, secondo una statistica diffusa pochi giorni fa dall'unione europea, utilizza di più il mezzo privato, a parte il Lussemburgo.
Però gli automobilisti impongono il loro stile di vita, insostenibile sotto molti punti di vista, anche a chi automobilista non è.
E in questa situazione, fenomeni di resistenza come quelli del nostro writer saranno sempre più diffusi.
Il pigneto, per chi non lo conosce, è un quartiere ex-popolare promosso, mediante la pedonalizzazione di una strada, a ennesimo quartiere del divertimento della roma veltroniana, dove però il divertimento è inteso quasi unicamente come consumo di cibi e bevande, purché effettuato nei locali istituzionali: difatti i phone center che di straforo vendevano una bottiglia di peroni da 66 cl a un paio di euro, molto apprezzati dai tanti che non volevano spendere i 5 o 6 richiesti per una bevanda simile in un bar/enoteca/wine bar/libreria bar trendy con tavolini, sono stati colpiti prima con ordinanze ad hoc, poi con veri e propri blitz.
L'estate scorsa la folla e il rumore hanno causato sentimenti di intolleranza da parte dei vecchi residenti.
L'altro motivo di intolleranza era la presenza di immigrati, probabilmente con contratti d'affitto in nero, e stipati in gran numero in appartamenti (o locali con uscita sulla strada) fatiscenti. Suscitava grande riprovazione, ad esempio, un gruppo di arabi che di sera portava in strada una branda con materasso su cui si sedevano e chiacchieravano. Offendevano il decoro, a detta di qualcuno. Per me era un passatempo innocuo e anche ecologico, peggio sarebbe stato restare in casa, fuori dalla vista degli impressionabili vicini ma magari con un ventilatore o condizionatore acceso di continuo.
Qualcuno ha efficacemente fuso le due intolleranze, lanciando dell'acido (in realtà detersivo o stura-lavandini, non è chiaro) dalla finestra verso un passante, che ha riportato serie ustioni e si è salvato solo per la prontezza di lanciarsi sotto il getto di una fontanella.
Il gesto è stato, giustamente, sanzionato dall'autorità giudiziaria, ma non troppo deplorato dai cittadini del quartiere, che al contrario cercano di emularlo (si veda la foto in basso).
Tornando alle scritte sull'automobile, la riflessione che segue è basata su due assunzioni.
La prima, che le scritte siano fatte realmente nel quartiere, in fondo ha poca rilevanza.
La seconda è che le scritte siano causate da comportamenti disapprovabili (un parcheggio o una manovra non secondo norma). In teoria potrebbero essere un atto di vandalismo indipendente dall’oggetto danneggiato oppure una protesta contro il mero possesso dell’automobile (ma i modelli imbrattati che ho visto sono tutt’altro che di lusso).
Mi sono chiesto un attimo cosa penserei se succedesse a me. Nonostante io ritenga che l'automobile sia solo un oggetto di metallo e plastica la cui unica funzione è portarmi in giro, forse non sarei contentissimo di avere quella scritta sulla macchina.
Ma non posso sinceramente dire di essere immune dal rischio. Il 90% delle volte riesco a parcheggiare correttamente, il restante 10%, specie se devo fermarmi per poco, ho pacchi da scaricare, ho già fatto molti giri infruttuosi in cerca di parcheggio, parcheggio un po' in deroga alle norme e alla correttezza.
La stessa cosa succede per le norme di marcia.
Per quanto riguarda l'uso dell'automobile, in genere faccio un’analisi di qualche secondo sulla possibilità di prendere il mezzo pubblico e decido la cosa più conveniente: salvo qualche destinazione in centro il risultato è sempre che mi conviene usare la macchina. Chiunque abita a Roma sa che i mezzi pubblici passano a frequenze imprevedibili, generalmente pieni, sicuramente scomodi e lenti.
Ma, senza tirare in ballo i guidatori ancora più scorretti, è a causa di tutti i guidatori "medi" come me se l'italia è il paese che, secondo una statistica diffusa pochi giorni fa dall'unione europea, utilizza di più il mezzo privato, a parte il Lussemburgo.
Però gli automobilisti impongono il loro stile di vita, insostenibile sotto molti punti di vista, anche a chi automobilista non è.
E in questa situazione, fenomeni di resistenza come quelli del nostro writer saranno sempre più diffusi.
12 dicembre 2007
mala stampa
E' noto che leggendo tra le righe "la repubblica" è possibile dedurre informazioni sugli affari, noti e meno noti, del suo editore, che evidentemente non si occupa solo di editoria ma, come quasi tutti i grossi finanzieri d'Italia, spazia senza problemi tra tutti i settori d'impresa.
Così ad esempio i vari articoli su eventuali problemi energetici dell'italia, possibili black out, tagli del gas russo o algerino, assieme a quelli denigratori dei movimenti ecologisti, sono funzionali all'affare della costruzione di nuove centrali, da quella di Modugno alla turbogas di Aprilia.
Mentre gli articoli reiterati sullo sfascio di Alitalia, assieme alla benedizione di questi giorni alla cordata Air One più banche, lascia pensare che "l'ingegnere" in qualche modo faccia parte dell'affare.
E' anche noto che "la repubblica" sia piena di errori. Quello su "il grano e il loglio" diventato "il grano e l'olio" meritò un dibattito interno con un po' di piaggeria, ma i lettori sanno che se ne possono trovare tutti i giorni.
L'edizione on line accentua queste caratteristiche, sia perché i suoi sono scripta che in realtà "non manent", visto che possono essere corretti o cancellati in ogni momento e non c'è generalmente modo di ritrovare la versione originale, ma intanto un titolo ad effetto, poi cancellato, può aver contribuito a suggestionare molti lettori distratti, sia perché in generale nelle edizioni on line è possibile impiegare personale meno esperto, meno preparato, peggio pagato rispetto al quotidiano cartaceo.
I due esempi che riporto di seguito, notati stasera a pochi minuti l'uno dall'altro, sembrano troppo vistosi per essere classificati come errori tout court, ma d'altra parte non è facile trovare una finalità per interpretarli come supporto agli affari dell'editore. Ci si può vedere al limite, ma comunque non me ne spiego il motivo, il mostrare come allarmanti fatti che in realtà non lo sono.
Il primo riguarda la questione dello sciopero dei tir. Si dice, con molta enfasi, che nel paese manca la benzina e i supermercati hanno gli scaffali vuoti.
Se per la benzina posso capire che la gente si sia suggestionata e sia corsa a fare il pieno creando eccezionali code al distributore, la notizia dei supermercati vuoti onestamente mi sembra campata in aria.
Ovviamente non posso aver controllato tutti i supermercati d'Italia e può darsi che da qualche parte ci siano davvero dei supermercati con gli scaffali vuoti. Ma se ci sono, invito a fotografarli e mandare le foto a "repubblica", visto che ha dovuto inserire una foto di un supermercato francese, risalente chissà a quando, nella sua fotogallery (quelle che usualmente mostrano foto di calendari, streaker e installazioni di Spencer Tunick).

Il secondo è una notizia sulla crescita del tasso euribor a un mese. La crescita del tasso negli ultimi mesi è senz'altro allarmante e dannosa per chi ha fatto il pessimo affare di accendere un mutuo a tasso variabile, specie se ha fatto anche l'altro pessimo affare di comprare una casa a un prezzo molto sopravvalutato dalla speculazione immobiliare degli anni scorsi. Che bisogno c'è allora di scrivere che oggi è salito al 4,923% rispetto al 4,98% di lunedì visto che (credo si insegni alla scuola media) 4,923 è meno di 4,98 ?
Così ad esempio i vari articoli su eventuali problemi energetici dell'italia, possibili black out, tagli del gas russo o algerino, assieme a quelli denigratori dei movimenti ecologisti, sono funzionali all'affare della costruzione di nuove centrali, da quella di Modugno alla turbogas di Aprilia.
Mentre gli articoli reiterati sullo sfascio di Alitalia, assieme alla benedizione di questi giorni alla cordata Air One più banche, lascia pensare che "l'ingegnere" in qualche modo faccia parte dell'affare.
E' anche noto che "la repubblica" sia piena di errori. Quello su "il grano e il loglio" diventato "il grano e l'olio" meritò un dibattito interno con un po' di piaggeria, ma i lettori sanno che se ne possono trovare tutti i giorni.
L'edizione on line accentua queste caratteristiche, sia perché i suoi sono scripta che in realtà "non manent", visto che possono essere corretti o cancellati in ogni momento e non c'è generalmente modo di ritrovare la versione originale, ma intanto un titolo ad effetto, poi cancellato, può aver contribuito a suggestionare molti lettori distratti, sia perché in generale nelle edizioni on line è possibile impiegare personale meno esperto, meno preparato, peggio pagato rispetto al quotidiano cartaceo.
I due esempi che riporto di seguito, notati stasera a pochi minuti l'uno dall'altro, sembrano troppo vistosi per essere classificati come errori tout court, ma d'altra parte non è facile trovare una finalità per interpretarli come supporto agli affari dell'editore. Ci si può vedere al limite, ma comunque non me ne spiego il motivo, il mostrare come allarmanti fatti che in realtà non lo sono.
Il primo riguarda la questione dello sciopero dei tir. Si dice, con molta enfasi, che nel paese manca la benzina e i supermercati hanno gli scaffali vuoti.
Se per la benzina posso capire che la gente si sia suggestionata e sia corsa a fare il pieno creando eccezionali code al distributore, la notizia dei supermercati vuoti onestamente mi sembra campata in aria.
Ovviamente non posso aver controllato tutti i supermercati d'Italia e può darsi che da qualche parte ci siano davvero dei supermercati con gli scaffali vuoti. Ma se ci sono, invito a fotografarli e mandare le foto a "repubblica", visto che ha dovuto inserire una foto di un supermercato francese, risalente chissà a quando, nella sua fotogallery (quelle che usualmente mostrano foto di calendari, streaker e installazioni di Spencer Tunick).

Il secondo è una notizia sulla crescita del tasso euribor a un mese. La crescita del tasso negli ultimi mesi è senz'altro allarmante e dannosa per chi ha fatto il pessimo affare di accendere un mutuo a tasso variabile, specie se ha fatto anche l'altro pessimo affare di comprare una casa a un prezzo molto sopravvalutato dalla speculazione immobiliare degli anni scorsi. Che bisogno c'è allora di scrivere che oggi è salito al 4,923% rispetto al 4,98% di lunedì visto che (credo si insegni alla scuola media) 4,923 è meno di 4,98 ?
04 dicembre 2007
Chi paga il biglietto di Ryanair
Il “sistema Ryanair”, rappresenta "la faccia irresponsabile del capitalismo" (Ian Pearson, ministro dell’ambiente inglese). E se lo dice, in un paese già vittima del thatcherismo, un ministro appartenente al governo new labour in carica, che ha un'idea tutt'altro che negativa del capitalismo, è ancora più indicativo.
Ryanair ovviamente è solo il nome più famoso, ma decine di compagnie low cost agiscono (e lucrano) allo stesso modo.
Nel video invece c'è la nota (fuori dall'Italia) inchiesta di channel four in cui due giornaliste hanno passato 5 mesi come assistenti di volo ryanair, passando dalla formazione ai voli.
In Italia c'è stato il silenzio quasi totale, ma, come è successo per "Sex Crimes and the Vatican", si può vedere (in inglese) su youtube e, magari, divulgare.
C'è un esaustivo memoriale che illustra tutti gli aspetti del sistema ryanair : l'inquinamento, il precariato, la sicurezza, le sovvenzioni.
I commentatori hanno detto che il memoriale non è granché. E' preferibile quindi guardare prima il video.
Aggiornamento:
sulla presunta crisi di ryanair del luglio 2008, dico qualcosa qui.
Ryanair ovviamente è solo il nome più famoso, ma decine di compagnie low cost agiscono (e lucrano) allo stesso modo.
Nel video invece c'è la nota (fuori dall'Italia) inchiesta di channel four in cui due giornaliste hanno passato 5 mesi come assistenti di volo ryanair, passando dalla formazione ai voli.
In Italia c'è stato il silenzio quasi totale, ma, come è successo per "Sex Crimes and the Vatican", si può vedere (in inglese) su youtube e, magari, divulgare.
C'è un esaustivo memoriale che illustra tutti gli aspetti del sistema ryanair : l'inquinamento, il precariato, la sicurezza, le sovvenzioni.
I commentatori hanno detto che il memoriale non è granché. E' preferibile quindi guardare prima il video.
Aggiornamento:
sulla presunta crisi di ryanair del luglio 2008, dico qualcosa qui.
27 novembre 2007
Loins of Punjab Presents
(India 2007) di Manish Acharya con Shabana Azmi, Ajay Naidu, Ayesha Dharker, Seema Rahmani
Un'azienda indiana di carni suine impiantata negli Stati Uniti organizza uno sgangherato concorso per nuovi cantanti, il Desi Idol, ispirato all'American Idol. Chiusi in un albergo per tre giorni, rapper bhangra, ricche grandame (Shabana Azmi, star di Bollywood al suo primo ruolo da cattiva), adolescenti segregate, omonimi di Saddam Hussein, casi di varia umanità vengono via via selezionati fino alla rocambolesca proclamazione del vincitore.
Opera prima, affresco corale alla Altman nonostante il low budget, di Manish Acharya, regista ma anche sceneggiatore e attore, piace ovunque viene presentata e non, come invece aveva previsto, "solo alle 10 persone appassionate sia di bollywood che di woody allen". Visto ad Asiaticafilmediale, difficilmente uscirà in Italia, dove comunque il doppiaggio ucciderebbe battute e atmosfera.
Un'azienda indiana di carni suine impiantata negli Stati Uniti organizza uno sgangherato concorso per nuovi cantanti, il Desi Idol, ispirato all'American Idol. Chiusi in un albergo per tre giorni, rapper bhangra, ricche grandame (Shabana Azmi, star di Bollywood al suo primo ruolo da cattiva), adolescenti segregate, omonimi di Saddam Hussein, casi di varia umanità vengono via via selezionati fino alla rocambolesca proclamazione del vincitore.
Opera prima, affresco corale alla Altman nonostante il low budget, di Manish Acharya, regista ma anche sceneggiatore e attore, piace ovunque viene presentata e non, come invece aveva previsto, "solo alle 10 persone appassionate sia di bollywood che di woody allen". Visto ad Asiaticafilmediale, difficilmente uscirà in Italia, dove comunque il doppiaggio ucciderebbe battute e atmosfera.
24 novembre 2007
manifestare
Settimane fa c'era qualche buontempone che affermava che tra le numerose occasioni in cui ci si poteva mobilitare in questo autunno, l'unica per cui valesse la pena erano le primarie del partito democratico.
Secondo me è esattamente il contrario: mi sembra che ogni settimana c'è una manifestazione a cui sarebbe giusto partecipare.
Oggi è in corso la manifestazione delle donne contro la violenza maschile. Appoggio completamente questa manifestazione, ma non partecipo perché gli uomini sono stati invitati a non partecipare, secondo me giustamente, perché con la presenza degli uomini la manifestazione si ridurrebbe a una grossa farsa, visto che a parole non c'è nessuno che non sia contro la violenza sulle donne e sicuramente avrebbero partecipato i Fassino, i Rutelli e i Veltroni, per non dire di peggio. Avrebbe partecipato anche chi è andato al family day o chi ha sfruttato l'omicidio di Giovanna Reggiani in chiave razzistica. Invece così gli uomini non sono andati, mentre le donne che hanno cercato una ribalta gratuita, dall'Ugl alla Turco, dalla Mussolini alla Carfagna e alla Prestigiacomo, sono state giustamente invitate ad andare altrove.
Il 17 novembre c'è stata la manifestazione a Genova, a sei anni dal G8, mentre nelle aule dei tribunali si cerca di far passare le vittime dalla parte dei carnefici e in quelle del parlamento si nega una commissione di inchiesta e intanto si va avanti a organizzare un altro G8 in Sardegna nel 2009.
Il 10 novembre c'è stata la manifestazione contro il nucleare, a 20 anni dal referendum, mentre l'enel acquista centrali nucleari nell'est europa e in Italia c'è il problema dello smaltimento di rifiuti nucleari di decine di anni fa (sembra che quelle che sono in Italia - conservate in siti ad alto rischio di contaminazione - provengano da centrali nucleari americane; quelle delle centrali italiane si sospetta siano finite in Somalia, cercando di indagare su questa storia sono stati uccisi due giornalisti rai anni fa). E la lobby delle nuove centrali, nucleari e non, lavora a pieno regime per convincere l'opinione pubblica.
E poi ci sono le manifestazioni future.
Il 1 dicembre ci sarà la manifestazione nazionale per l'acqua pubblica, con la speranza che la battaglia per l'acqua si possa estendere a tutti gli altri beni comuni.
E il 15 dicembre a Vicenza c'è la manifestazione internazionale contro il raddoppio della base americana. Siamo già stati a Vicenza a febbraio e il no alla base, che è anche un no alle guerre presenti e future, ha fatto strada ovunque, in Italia e all'estero, eccetto che in parlamento e nel governo. Ma Bush è agli sgoccioli, nel 2008 smetterà di fare danni, mentre noi ci siamo sempre, "pronti a rompere i coglioni" come dice la Banda Bassotti.
Secondo me è esattamente il contrario: mi sembra che ogni settimana c'è una manifestazione a cui sarebbe giusto partecipare.
Oggi è in corso la manifestazione delle donne contro la violenza maschile. Appoggio completamente questa manifestazione, ma non partecipo perché gli uomini sono stati invitati a non partecipare, secondo me giustamente, perché con la presenza degli uomini la manifestazione si ridurrebbe a una grossa farsa, visto che a parole non c'è nessuno che non sia contro la violenza sulle donne e sicuramente avrebbero partecipato i Fassino, i Rutelli e i Veltroni, per non dire di peggio. Avrebbe partecipato anche chi è andato al family day o chi ha sfruttato l'omicidio di Giovanna Reggiani in chiave razzistica. Invece così gli uomini non sono andati, mentre le donne che hanno cercato una ribalta gratuita, dall'Ugl alla Turco, dalla Mussolini alla Carfagna e alla Prestigiacomo, sono state giustamente invitate ad andare altrove.
Il 17 novembre c'è stata la manifestazione a Genova, a sei anni dal G8, mentre nelle aule dei tribunali si cerca di far passare le vittime dalla parte dei carnefici e in quelle del parlamento si nega una commissione di inchiesta e intanto si va avanti a organizzare un altro G8 in Sardegna nel 2009.
Il 10 novembre c'è stata la manifestazione contro il nucleare, a 20 anni dal referendum, mentre l'enel acquista centrali nucleari nell'est europa e in Italia c'è il problema dello smaltimento di rifiuti nucleari di decine di anni fa (sembra che quelle che sono in Italia - conservate in siti ad alto rischio di contaminazione - provengano da centrali nucleari americane; quelle delle centrali italiane si sospetta siano finite in Somalia, cercando di indagare su questa storia sono stati uccisi due giornalisti rai anni fa). E la lobby delle nuove centrali, nucleari e non, lavora a pieno regime per convincere l'opinione pubblica.
E poi ci sono le manifestazioni future.
Il 1 dicembre ci sarà la manifestazione nazionale per l'acqua pubblica, con la speranza che la battaglia per l'acqua si possa estendere a tutti gli altri beni comuni.
E il 15 dicembre a Vicenza c'è la manifestazione internazionale contro il raddoppio della base americana. Siamo già stati a Vicenza a febbraio e il no alla base, che è anche un no alle guerre presenti e future, ha fatto strada ovunque, in Italia e all'estero, eccetto che in parlamento e nel governo. Ma Bush è agli sgoccioli, nel 2008 smetterà di fare danni, mentre noi ci siamo sempre, "pronti a rompere i coglioni" come dice la Banda Bassotti.
09 novembre 2007
la vendetta delle figurine
L'idea delle figurine del manifesto non mi era inizialmente piaciuta, la trovavo inappropriata, frivola e consumistica. Del resto in passato non apprezzavo il gambero rosso in allegato, con i suoi vini e ristoranti esosi (almeno per l'epoca, poi dopo il caro-euro quei prezzi sono diventati normali), oppure una rivista formato lenzuolo, mi pare che si chiamasse extra, in cui i tanti esperimenti grafici (esplosioni di colori, caratteri diversi, frasi di traverso) facevano dimenticare il contenuto.
Se l'obiettivo è aiutare economicamente il manifesto, pensavo, avrei preferito fare un'offerta piuttosto che comprare le figurine.
Probabilmente argomentavo così in una classica conversazione di coppia da domenica mattina, unico giorno in cui ci si può svegliare naturalmente, senza suonerie di sveglia, e una volta svegliati non c'è nessuna buona ragione per alzarsi.
Lei mi ha chiesto delle mie raccolte di figurine da piccolo.
Che poi consistevano principalmente nei calciatori panini. Infatti nel dialetto delle mie parti, piuttosto limitato in numero di parole, le figurine si chiamavano "i giocatori". E "li fai i giocatori di gesù di nazareth ?" voleva dire "effettui la raccolta di figurine di gesù di nazareth ?" (la risposta era "no, già ce lo propinano ogni anno in tv").
Ho parlato della strategia di raccolta, all'inizio con l'album vuoto conveniva comprare molte bustine, poi, a un certo punto che tutti riuscivano a individuare, si smetteva di comprare e si proseguiva con lo scambio dei doppioni. Che all'occorrenza, servivano anche per fare una specie di gioco d'azzardo che consisteva nel tirare delle manate per terra cercando di far rigirare sul retro le figurine. Chi le faceva rigirare vinceva e se le prendeva: si poteva facilmente riconoscere uno che giocava così perché i suoi doppioni acquistavano una forma convessa.
Gli album avevano una impaginazione diversa a seconda della serie della squadra. La squadra di serie A aveva due pagine, foto di tutti i giocatori su una singola figurina, foto per la squadra e anche figurina speciale con un logo, detta "scudetto". La squadra di serie B aveva di norma una pagina sola e su ogni figurina c'erano due calciatori. La serie C aveva solo la foto della squadra oppure il logo in piccolo, due o tre per figurina.
Un anno, per un errore di confezionamento, le figurine della serie C non si trovavano, nessuno ne aveva, tanto che qualcuno aveva persino incollato le pagine della serie C per non vedere quel vuoto. Solo Pierluigi, "il figlio della mammana", diceva di averne una, perché l'aveva trovata in una bustina comprata a Ferrara, in visita da parenti: "a Ferrara le figurine di serie C si trovano come qui Gentile o Cabrini".
Io non sapevo se credere a questa storia, tanto più che a me mancavano sia Gentile che Cabrini. Finché una mattina, dopo qualche giorno senza figurine perché l'unico giornalaio del paese le aveva finite, si sentirono le urla di gioia di qualche compagno di scuola: "ho trovato l'Acireale e la JuniorCasale". Per qualche minuto siamo tutti morti d'invidia, finché non abbiamo realizzato che era arrivata una nuova partita non difettosa di figurine.
Quell'anno mi adattavo anche a comprare una merendina di qualità scadente (all'epoca non esistevano gli hard discount) apposta perché in regalo nella confezione c'era una bustina di figurine. Credo costasse 100 lire, mentre una bustina singola costava 50. Il sapore di pan di spagna umido (che rimaneva attaccato alla base di cartoncino) e della marmellata industriale si fondeva all'odore di camomilla delle figurine.
E li completavo? Sì, almeno due o tre li ho completati con le mie sole forze, altri con l'aiuto della richiesta dei numeri alla panini (elencare i numeri mancanti sulla cartolina postale, strano oggetto che ora credo non esista più). Poi ho scoperto che era possibile comprare per 5000 lire un album arretrato intero con tutte le figurine da attaccare (ci voleva molto tempo, ma da piccoli se ne aveva), e io ne ho approfittato per riavere quelle annate in cui avevo distrutto l'album per maltrattamenti infantili (del resto da piccoli occorreva una rotazione a tutto braccio per girare le pagine). Mi ricordo che mi arrivò così quell'annata 76/77 in cui i calciatori erano raffigurati con un tondo in cui c'era la foto in primo piano e sotto, più grande, una foto in azione di gioco. C'era quella figurina di Nello Saltutti, della Sampdoria, che tirava verso l'obiettivo, e da bambino mi sembrava davvero che il pallone mi venisse in faccia. Nello Saltutti è morto, faceva parte di quei giocatori della Fiorentina anni '70, che si sono ammalati uno dopo l'altro a seguito, si pensa, di "cure" dopanti.
E le tue raccolte di figurine, invece ? Io ne ho fatte poche, mi ricordo quello di Camilla Milla, però mi compravano poche figurine. Ce le compravano solo se io o mia sorella eravamo malate. E l'album era quasi vuoto. E poi la stoccata finale. Che a me da adulto non interessano le figurine perché ho esaudito tutti i miei desideri da bambino, mentre lei no (che poi non è vero per niente, secondo me, ma non importa).
Insomma, si sarà capito, abbiamo iniziato la raccolta di figurine del manifesto. Che mi tocca spesso anche attaccare, perché quello che a lei piace è soprattutto aprire le bustine. Però come diceva uno che non è stato messo nelle figurine: "L'amore è servizio e perciò nel servizio si rallegra".
A proposito, a qualcuno mancano Gramsci, Che Guevara, Sacco e Vanzetti o Anna Kuliscioff ?
Update: su richiesta di Ed, pubblico la figurina di Veltroni, che però era già attaccata, assieme alla sua didascalia.
E in più la didascalia di Occhetto, che ho trovato molto divertente anche se un po' amara.

Se l'obiettivo è aiutare economicamente il manifesto, pensavo, avrei preferito fare un'offerta piuttosto che comprare le figurine.
Probabilmente argomentavo così in una classica conversazione di coppia da domenica mattina, unico giorno in cui ci si può svegliare naturalmente, senza suonerie di sveglia, e una volta svegliati non c'è nessuna buona ragione per alzarsi.
Lei mi ha chiesto delle mie raccolte di figurine da piccolo.
Che poi consistevano principalmente nei calciatori panini. Infatti nel dialetto delle mie parti, piuttosto limitato in numero di parole, le figurine si chiamavano "i giocatori". E "li fai i giocatori di gesù di nazareth ?" voleva dire "effettui la raccolta di figurine di gesù di nazareth ?" (la risposta era "no, già ce lo propinano ogni anno in tv").
Ho parlato della strategia di raccolta, all'inizio con l'album vuoto conveniva comprare molte bustine, poi, a un certo punto che tutti riuscivano a individuare, si smetteva di comprare e si proseguiva con lo scambio dei doppioni. Che all'occorrenza, servivano anche per fare una specie di gioco d'azzardo che consisteva nel tirare delle manate per terra cercando di far rigirare sul retro le figurine. Chi le faceva rigirare vinceva e se le prendeva: si poteva facilmente riconoscere uno che giocava così perché i suoi doppioni acquistavano una forma convessa.
Gli album avevano una impaginazione diversa a seconda della serie della squadra. La squadra di serie A aveva due pagine, foto di tutti i giocatori su una singola figurina, foto per la squadra e anche figurina speciale con un logo, detta "scudetto". La squadra di serie B aveva di norma una pagina sola e su ogni figurina c'erano due calciatori. La serie C aveva solo la foto della squadra oppure il logo in piccolo, due o tre per figurina.
Un anno, per un errore di confezionamento, le figurine della serie C non si trovavano, nessuno ne aveva, tanto che qualcuno aveva persino incollato le pagine della serie C per non vedere quel vuoto. Solo Pierluigi, "il figlio della mammana", diceva di averne una, perché l'aveva trovata in una bustina comprata a Ferrara, in visita da parenti: "a Ferrara le figurine di serie C si trovano come qui Gentile o Cabrini".
Io non sapevo se credere a questa storia, tanto più che a me mancavano sia Gentile che Cabrini. Finché una mattina, dopo qualche giorno senza figurine perché l'unico giornalaio del paese le aveva finite, si sentirono le urla di gioia di qualche compagno di scuola: "ho trovato l'Acireale e la JuniorCasale". Per qualche minuto siamo tutti morti d'invidia, finché non abbiamo realizzato che era arrivata una nuova partita non difettosa di figurine.
Quell'anno mi adattavo anche a comprare una merendina di qualità scadente (all'epoca non esistevano gli hard discount) apposta perché in regalo nella confezione c'era una bustina di figurine. Credo costasse 100 lire, mentre una bustina singola costava 50. Il sapore di pan di spagna umido (che rimaneva attaccato alla base di cartoncino) e della marmellata industriale si fondeva all'odore di camomilla delle figurine.
E li completavo? Sì, almeno due o tre li ho completati con le mie sole forze, altri con l'aiuto della richiesta dei numeri alla panini (elencare i numeri mancanti sulla cartolina postale, strano oggetto che ora credo non esista più). Poi ho scoperto che era possibile comprare per 5000 lire un album arretrato intero con tutte le figurine da attaccare (ci voleva molto tempo, ma da piccoli se ne aveva), e io ne ho approfittato per riavere quelle annate in cui avevo distrutto l'album per maltrattamenti infantili (del resto da piccoli occorreva una rotazione a tutto braccio per girare le pagine). Mi ricordo che mi arrivò così quell'annata 76/77 in cui i calciatori erano raffigurati con un tondo in cui c'era la foto in primo piano e sotto, più grande, una foto in azione di gioco. C'era quella figurina di Nello Saltutti, della Sampdoria, che tirava verso l'obiettivo, e da bambino mi sembrava davvero che il pallone mi venisse in faccia. Nello Saltutti è morto, faceva parte di quei giocatori della Fiorentina anni '70, che si sono ammalati uno dopo l'altro a seguito, si pensa, di "cure" dopanti.
E le tue raccolte di figurine, invece ? Io ne ho fatte poche, mi ricordo quello di Camilla Milla, però mi compravano poche figurine. Ce le compravano solo se io o mia sorella eravamo malate. E l'album era quasi vuoto. E poi la stoccata finale. Che a me da adulto non interessano le figurine perché ho esaudito tutti i miei desideri da bambino, mentre lei no (che poi non è vero per niente, secondo me, ma non importa).
Insomma, si sarà capito, abbiamo iniziato la raccolta di figurine del manifesto. Che mi tocca spesso anche attaccare, perché quello che a lei piace è soprattutto aprire le bustine. Però come diceva uno che non è stato messo nelle figurine: "L'amore è servizio e perciò nel servizio si rallegra".
A proposito, a qualcuno mancano Gramsci, Che Guevara, Sacco e Vanzetti o Anna Kuliscioff ?
Update: su richiesta di Ed, pubblico la figurina di Veltroni, che però era già attaccata, assieme alla sua didascalia.
E in più la didascalia di Occhetto, che ho trovato molto divertente anche se un po' amara.

07 novembre 2007
un paese razzista
Mi sono sempre chiesto come sia potuto accadere che un paese si ritrovi improvvisamente razzista istituzionalmente, come è avvenuto in Germania all'avvento del nazismo. Di come il razzismo sia via via uscito dai pettegolezzi, dalle storielle, dalle battute sottovoce per arrivare nei discorsi di tutti, nei manifesti, nei cartelli e infine nella legislazione.
Alla luce di alcuni episodi accaduti in Italia negli ultimi tempi ho le idee più chiare, però francamente avrei preferito tenermi la curiosità e non vivere tutto questo.
Il simpatico cartello nella foto si trova appena fuori Monselice, sulla strada che porta a Padova. Monselice è dove anni fa, con un pestaggio stile Genova, è stato sgomberato il laboratorio "no war". Però, sgombero a parte, a Monselice (come anche a Padova) si possono vedere segni di antagonismo e non accettazione dell'esistente (attualmente c'è un comitato di lotta contro la costruzione di un ascensore insensato per salire alla rocca che sventrerebbe una montagna). In altre città in cui sono passato, come Treviso o Verona, al contrario, non mi è sembrato di vederne: tutto pulito, ben tenuto, ma perfettamente incanalato nel modello di vita "produci, consuma e crepa".
E anche "pensa ad accumulare per te stesso e costruisci recinti per escludere gli altri".
Una notte ho dormito in un paese chiamato Paese, anzi in una sua frazione che non si chiama Frazione, come da mia scontata battuta, ma Castagnole. Ho saputo che nel comune la Dc prendeva il 65% alle elezioni. Tutto questo bacino elettorale si è spostato uniformemente dieci anni fa nella lega nord.
Il processo di traslazione dell'egoismo in politica è quindi radicato e in un certo senso così cresciuto che quasi sfugge di mano ai suoi fautori, se molti comuni, tra cui ultimo e più famoso Cortina, hanno votato per lasciare il Veneto ed entrare in altre regioni.
A Roma, la città delle spedizioni punitive anti-rumeni, ci si illudeva di aver seguito una strada diversa, solo per avere eletto sindaco prima Rutelli e poi Veltroni. E invece gli umori del paese sono uniformi, e il governo li ha assecondati.
Alla luce di alcuni episodi accaduti in Italia negli ultimi tempi ho le idee più chiare, però francamente avrei preferito tenermi la curiosità e non vivere tutto questo.
E anche "pensa ad accumulare per te stesso e costruisci recinti per escludere gli altri".
Una notte ho dormito in un paese chiamato Paese, anzi in una sua frazione che non si chiama Frazione, come da mia scontata battuta, ma Castagnole. Ho saputo che nel comune la Dc prendeva il 65% alle elezioni. Tutto questo bacino elettorale si è spostato uniformemente dieci anni fa nella lega nord.
Il processo di traslazione dell'egoismo in politica è quindi radicato e in un certo senso così cresciuto che quasi sfugge di mano ai suoi fautori, se molti comuni, tra cui ultimo e più famoso Cortina, hanno votato per lasciare il Veneto ed entrare in altre regioni.
A Roma, la città delle spedizioni punitive anti-rumeni, ci si illudeva di aver seguito una strada diversa, solo per avere eletto sindaco prima Rutelli e poi Veltroni. E invece gli umori del paese sono uniformi, e il governo li ha assecondati.
20 ottobre 2007
20 ottobre
Alla fine la manifestazione è arrivata. Settecentomila o un milione sono un buon risultato, considerando che il passaggio era stretto: persone che non sono soddisfatte dell'operato del governo ma continuerebbero a sostenerlo se cambiasse politica. E proprio perché il passaggio era stretto ci sono state molte dolorose defezioni: i no tav, i movimenti e i centri sociali.
Però c'era action, c'era la novità degli esternalizzati vodafone (foto 1), c'erano i no coke di Civitavecchia, a pochi giorni dalla morte di Michele Cozzolino, lavoratore (esternalizzato) alla centrale: l'enel vuole assurdamente trasformarla in centrale a carbone, ma anche adesso non soddisfa i criteri minimi di sicurezza.
C'erano molte belle persone, c'era Pietro Ingrao, 92 anni e una lucidità invidiabile.
Probabilmente c'erano anche i precari e i disoccupati, quelli che non possono essere andati ai plebisciti dei sindacati confederali e del partito democratico.
Ma i più divertenti erano gli interisti-leninisti.



Però c'era action, c'era la novità degli esternalizzati vodafone (foto 1), c'erano i no coke di Civitavecchia, a pochi giorni dalla morte di Michele Cozzolino, lavoratore (esternalizzato) alla centrale: l'enel vuole assurdamente trasformarla in centrale a carbone, ma anche adesso non soddisfa i criteri minimi di sicurezza.
C'erano molte belle persone, c'era Pietro Ingrao, 92 anni e una lucidità invidiabile.
Probabilmente c'erano anche i precari e i disoccupati, quelli che non possono essere andati ai plebisciti dei sindacati confederali e del partito democratico.
Ma i più divertenti erano gli interisti-leninisti.



17 ottobre 2007
25 aprile 1994 - 20 ottobre 2007
Qualcuno per la manifestazione del 20 ottobre ha ricordato quella del 25 aprile del 1994 a Milano. Forse perché entrambe sono organizzate dal manifesto, o forse perché la sinistra in quel momento era tramortita come e forse più di adesso.
Però c'è una grossa differenza: molti di quelli che c'erano quella volta, sfortunatamente, non ci sono più. Non ci sono quelli che hanno firmato o approvato un protocollo di peggioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati, non ci sono quelli che domenica hanno felicemente eletto il segretario del partito democratico che gli apparati di partito avevano già scelto mesi fa.
Non ci saranno quelli con cui sono andato io. Per ragioni che non ricordo, mi ero aggregato in un pullman della sinistra giovanile e siccome era lunedì quasi tutti avevano comprato l'unità che regalava gli album dei calciatori panini, ideona del direttore di allora, Walter Veltroni, però le figurine, per risparmiare, non erano vere figurine ma riprodotte sulla pagina.
Il viaggio in pullman è stato interminabile, eravamo partiti all'alba per arrivare alle due di pomeriggio, l'unica consolazione durante il viaggio era di essere sorpassati, da bologna in su, da tantissime macchine che avevano esposto, sul vetro posteriore, il paginone che il manifesto aveva prodotto per l'occasione, con il neonato a pugno chiuso che diceva, parafrasando la sua stessa pubblicità, "la liberazione non russa".
A Milano cominciò a piovere a dirotto, non un temporale di quelli intensi e brevi, proprio quelle piogge abbondanti e costanti, che sembrano non finire mai, eppure nessuno ha abbandonato la manifestazione. E al ritorno, a Roma siamo arrivati alle quattro di mattina, bagnati, stanchi e congelati, ma nessuno si è lamentato.
E a novembre ci fu una manifestazione contro una riforma delle pensioni, molto meno brutta di quelle che ci sono state dopo, ma comunque allora sembrò indecente a tutti. I sindacati non ebbero la sindrome del governo amico, arrivarono milioni (veri) di persone e il governo cadde subito dopo. Altri tempi, decisamente.
Però c'è una grossa differenza: molti di quelli che c'erano quella volta, sfortunatamente, non ci sono più. Non ci sono quelli che hanno firmato o approvato un protocollo di peggioramento delle condizioni dei lavoratori e dei pensionati, non ci sono quelli che domenica hanno felicemente eletto il segretario del partito democratico che gli apparati di partito avevano già scelto mesi fa.
Non ci saranno quelli con cui sono andato io. Per ragioni che non ricordo, mi ero aggregato in un pullman della sinistra giovanile e siccome era lunedì quasi tutti avevano comprato l'unità che regalava gli album dei calciatori panini, ideona del direttore di allora, Walter Veltroni, però le figurine, per risparmiare, non erano vere figurine ma riprodotte sulla pagina.
Il viaggio in pullman è stato interminabile, eravamo partiti all'alba per arrivare alle due di pomeriggio, l'unica consolazione durante il viaggio era di essere sorpassati, da bologna in su, da tantissime macchine che avevano esposto, sul vetro posteriore, il paginone che il manifesto aveva prodotto per l'occasione, con il neonato a pugno chiuso che diceva, parafrasando la sua stessa pubblicità, "la liberazione non russa".
A Milano cominciò a piovere a dirotto, non un temporale di quelli intensi e brevi, proprio quelle piogge abbondanti e costanti, che sembrano non finire mai, eppure nessuno ha abbandonato la manifestazione. E al ritorno, a Roma siamo arrivati alle quattro di mattina, bagnati, stanchi e congelati, ma nessuno si è lamentato.
E a novembre ci fu una manifestazione contro una riforma delle pensioni, molto meno brutta di quelle che ci sono state dopo, ma comunque allora sembrò indecente a tutti. I sindacati non ebbero la sindrome del governo amico, arrivarono milioni (veri) di persone e il governo cadde subito dopo. Altri tempi, decisamente.
08 ottobre 2007
quarant'anni senza che guevara
E' difficile immaginarselo oggi da vecchio e dopo tutto quello che è successo nel mondo, ma se fosse vivo avrebbe meno di 80 anni.

Zamba del "Che"
(Rubén Ortiz)
Vengo cantando esta zamba
con redobles libertarios,
mataron al guerrillero
Che comandante Guevara.
Selvas, pampas y montañas
patria o muerte es su destino.
Que los derechos humanos
los violan en tantas partes,
en América Latina
domingo, lunes y martes.
Nos imponen militares
para sojuzgar los pueblos,
dictadores, asesinos,
gorilas y generales.
Explotan al campesino
al minero y al obrero,
cuánto dolor su destino,
hambre miseria y dolor..
Bolívar le dio el camino
y Guevara lo siguió:
liberar a nuestro pueblo
del dominio explotador.
A Cuba le dio la gloria
de la nación liberada.
Bolivia también le llora
su vida sacrificada.
San Ernesto de la Higuera
le llaman los campesinos,
selvas, pampas y montañas,
patria o muerte su destino.

Zamba del "Che"
(Rubén Ortiz)
Vengo cantando esta zamba
con redobles libertarios,
mataron al guerrillero
Che comandante Guevara.
Selvas, pampas y montañas
patria o muerte es su destino.
Que los derechos humanos
los violan en tantas partes,
en América Latina
domingo, lunes y martes.
Nos imponen militares
para sojuzgar los pueblos,
dictadores, asesinos,
gorilas y generales.
Explotan al campesino
al minero y al obrero,
cuánto dolor su destino,
hambre miseria y dolor..
Bolívar le dio el camino
y Guevara lo siguió:
liberar a nuestro pueblo
del dominio explotador.
A Cuba le dio la gloria
de la nación liberada.
Bolivia también le llora
su vida sacrificada.
San Ernesto de la Higuera
le llaman los campesinos,
selvas, pampas y montañas,
patria o muerte su destino.
03 ottobre 2007
verso il 20 ottobre
Dal manifesto di oggi.
In genere non mi piace copia-incollare cose che trovo su internet, perché è un gesto che non aggiunge nulla. Però faccio un eccezione, perché questo articolo resterà on line solo una settimana e perché non potrei mai scrivere da solo un post come questo articolo, non conoscendo un caso di precarietà così esemplare (e che parla così bene, tra l'altro).
Come Massimo, ci sono milioni di persone che vivono male solo per far risparmiare qualche soldo al loro datore di lavoro, che talvolta è un ente pubblico o lo stato stesso.
Il 20 ottobre, ma non solo quel giorno, si può fare qualcosa per loro.
La Scala replica lo «stagionale»
Di «lusso» - 25 mila euro l'anno - ma pur sempre precario. Massimo, 49 anni, lavora al call center del teatro milanese. La vita? «È altrove». Nei libri e in montagna
Manuela Cartosio
Milano
Da giovane suonava il sax. Gli è rimasto un fraseggio a strappi, ogni strappo una citazione. Il tempo di bere un caffé e parte la prima: «Come diceva Rimbaud, la vita è altrove». Altrove rispetto al «bunker», lo stanzone nel mezzanino della metropolitana in piazza Duomo dove Massimo Berni, 49 anni, lavora dal 1992 all'Infotel del Teatro alla Scala. Sei ore e venti minuti al giorno, sei giorni la settimana, per undici mesi all'anno fornisce informazioni sugli spettacoli in cartellone, su come e dove prenotare i biglietti «a gente che mediamente confonde un'opera con un balletto e che stramazza quando scopre che Wagner dura quattro ore». Contratto da «stagionale», anche se ormai la stagione della Scala è sempre più lunga (da settembre a luglio 26 alzate di sipario al mese), reiterato ogni anno, per non «sfondare» la pianta organica, risparmiare sul costo del lavoro, tenere la gente sulla corda della precarietà. Gli «stagionali», variamente precari, alla Scala sono circa 400 (i dipendenti fissi sono il doppio).
Massimo, diploma da corrispondente in lingue estere, il '77 come cifra politica e culturale, classica trafila di lavorettti mordi e fuggi quasi tutti in nero, alla Scala è entrato nell'86 come «maschera». Contratto a prestazione occasionale, pagato «a cartellino», «in divisa nera rimediavo 700-800 mila lire al mese». Nel '92 passa al call center dove resta ancora per cinque anni «a cartellino», fino al '97 quando arriva il contratto da stagionale. «Ebbene sì, adesso sono un precario di lusso». 24 mila euro l'anno, con contributi, ferie, malattia, tfr «che mi tengo ben stretto», sussidio di disoccupazione per il mese scoperto. Quello alla Scala per Massimo è il «primo lavoro», nel senso che da lì vengono «la busta paga e il welfare». Lo fa senza feeling, senza passione: «Timbro e basta, come in fabbrica. Il lavoro è routine senza prospettive di cambiamento, lo faccio in apnea». Orgoglio d'appartenenza? «Neanche un briciolo. La Scala è un bottegone, specchio fedele di questa brutta Italia, mi sono disamorato». Le gratificazioni vengono dal secondo lavoro, revisione di bozze per Egea, la casa editrice della Bocconi. Cinquemila euro l'anno, collaboratore occasionale a ritenuta d'acconto. Sveglia alle cinque di mattina quando bisogna consegnare il malloppo, «campare solo con i libri sarebbe l'ideale, purtroppo non si può». E arriva l'altra citazione, sorprendente sulla bocca di un ex Sessantasettino con l'immaginetta di San Precario nel portafogli: il Martin Eden autodidatta di Jack London, lettura base tanto tempo fa di generazioni di militanti comunisti. «Vengo da una famiglia povera che considerava la lettura e lo studio la strada maestra per emanciparsi». Non è andata esattamente così: «La mia è la prima generazione che sta peggio dei genitori». Non servono buone letture per rispondere a un call center. Il lavoro «moderno» non è solo precario, dissipa intelligenza e cultura, l'esatto contrario della cosiddetta società della conoscenza e della formazione permanente. Massimo ne ha preso atto e ricava le sue «soddisfazioni interiori» non dal «primo» lavoro, ma dai libri: «Esisteranno sempre e da vecchio, se gli occhi non mi tradiranno, potrò dedicarmi solo a quelli». Da «vecchio» significa tra una dozzina d'anni quando maturerà la pensione volontaria che si sta facendo con l'Ina (versa 110 euro al mese) da sommare a quella «sicuramente povera» della Scala.
Figli? «Non ne voglio per scelta. Ho una gatta». Moglie? «Fidanzata convivente. Lei sì che è una precaria dura. Lavora per il comune di Milano come animatrice socio-culturale, contratti da 4 mesi, 400 euro al mese a part time. Va avanti così dal 1995. Quando si avvicina la scadenza del contratto, Sara comincia ad avere lo sguardo nel vuoto. Se stai sulle balle al dirigente di zona, rischi. Se il dirigente vuol passare il lavoretto al figlio dell'amico, idem». Casa? «Sono fortunato, 55 metri quadrati a 500 euro al mese, mezzora di metropolitana da piazza Duomo. Riesco a mettere da parte qualcosa ma finora non ho pensato a mutui o roba simile». Tempo libero? «Trekking in montagna. Con un solo giorno libero alla settimana di strada non ne fai molta. Qualche volta prendo un giorno di ferie e l'attacco al turno di riposo». Amici? «Conto sulle dita di una mano quelli con un lavoro fisso. Pochi quelli con figli. Non solo per ragioni economiche, ma per la fatica di mettere insieme i tasselli e i tempi di una vita precaria».
Politica, sinistra, sindacato, governo Prodi e affini? «Omissis». E' una battuta, perché poi Massimo dilaga. Riassumendo: si qualifica un «anarchico-ecologista» che ha votato alle ultime elezioni per buttare giù Berlusconi, «pura delinquenza organizzata». Bisognava farlo, «anche se lo sapevo che il centro sinistra è puro liberismo, sempre 'sto chiodo di pareggiare i conti, si fa dettare la linea dalla Bce». La legge 30 è sempre lì, nonostante le promesse programmatiche, e comunque il peccato originale sta nel pacchetto Treu. Il tempo per il governo Prodi è «ampiamente» scaduto, il giudizio su Rifondazione è «ampiamente» negativo. E però - disattenzione o bontà d'animo? - la sentenza «bisogna far cadere il governo» il nostro interlocutore non la pronuncia. Massimo non è iscritto ad alcun sindacato. Boccia il protocollo sul Welfare, ma si capisce che la cosa non è in cima ai suoi pensieri. Il sindacato, «guai se non ci fosse, il problema sono i sindacalisti, difendono solo quelli che hanno la tessera, una roba che non mi aspettavo dai figli di Di Vittorio». Alla Scala salva alcuni delegati, «eletti dai lavoratori», va giù pesante su «burocrati» e segretari di categoria. Rimprovera alla Cgil d'aver «scoperto» i precari «quando eravamo già 3 milioni, un po' tardi». Sul grillismo è diviso: «Capisco lo sbotto, il ceto politico se lo merita tutto, ma ne percepisco la pericolosità». Sul Pd manco lo interroghiamo. E, sua sponte, Massimo detta: «E' autoeletto, autocelebrativo, autoreferenziale. Pussa via».
A un uomo di mezza età, che da giovane aveva sentito il fascino del rifiuto del posto fisso, chiediamo un bilancio. «La nostra utopia è stata realizzata in versione capitalistica». I padroni dalla flessibilità e dalla precarietà hanno ricavato due utili: uno economico, pagano meno la forza lavoro; l'altro politico-sociale, hanno frantumanto la classe. «Una volta centomila in piazza chiedevano la stessa cosa, adesso ognuno chiede la sua cosetta». Dunque, è sconfitta? «Su tutta la linea». Non tanto per le condizioni materiali di vita e di lavoro, «le mie tutto sommato sono discrete». Quanto per il paese che ne è venuto fuori: «La società italiana non è mai stata tanto feroce, ignorante, cafona, impermeabile all'altro. Io, io, io. Gli italiani non sanno dire altro. Io, il più lurido dei pronomi, questo pidocchio del pensiero, come diceva Gadda».
Urge un secondo caffé, per tirarsi su. Zuccherato con un ricordo non dei tempi in cui Berta filava ma di pochi anni fa: «Alla Scala siamo stati gli unici in piena epoca Berlusconi a vincere due a zero. Volevano segare tutti i precari e far fuori pure dei fissi. Non ci sono riusciti».
Il 20 ottobre trekking a Roma? «Ci sto pensando».
In genere non mi piace copia-incollare cose che trovo su internet, perché è un gesto che non aggiunge nulla. Però faccio un eccezione, perché questo articolo resterà on line solo una settimana e perché non potrei mai scrivere da solo un post come questo articolo, non conoscendo un caso di precarietà così esemplare (e che parla così bene, tra l'altro).
Come Massimo, ci sono milioni di persone che vivono male solo per far risparmiare qualche soldo al loro datore di lavoro, che talvolta è un ente pubblico o lo stato stesso.
Il 20 ottobre, ma non solo quel giorno, si può fare qualcosa per loro.
La Scala replica lo «stagionale»
Di «lusso» - 25 mila euro l'anno - ma pur sempre precario. Massimo, 49 anni, lavora al call center del teatro milanese. La vita? «È altrove». Nei libri e in montagna
Manuela Cartosio
Milano
Da giovane suonava il sax. Gli è rimasto un fraseggio a strappi, ogni strappo una citazione. Il tempo di bere un caffé e parte la prima: «Come diceva Rimbaud, la vita è altrove». Altrove rispetto al «bunker», lo stanzone nel mezzanino della metropolitana in piazza Duomo dove Massimo Berni, 49 anni, lavora dal 1992 all'Infotel del Teatro alla Scala. Sei ore e venti minuti al giorno, sei giorni la settimana, per undici mesi all'anno fornisce informazioni sugli spettacoli in cartellone, su come e dove prenotare i biglietti «a gente che mediamente confonde un'opera con un balletto e che stramazza quando scopre che Wagner dura quattro ore». Contratto da «stagionale», anche se ormai la stagione della Scala è sempre più lunga (da settembre a luglio 26 alzate di sipario al mese), reiterato ogni anno, per non «sfondare» la pianta organica, risparmiare sul costo del lavoro, tenere la gente sulla corda della precarietà. Gli «stagionali», variamente precari, alla Scala sono circa 400 (i dipendenti fissi sono il doppio).
Massimo, diploma da corrispondente in lingue estere, il '77 come cifra politica e culturale, classica trafila di lavorettti mordi e fuggi quasi tutti in nero, alla Scala è entrato nell'86 come «maschera». Contratto a prestazione occasionale, pagato «a cartellino», «in divisa nera rimediavo 700-800 mila lire al mese». Nel '92 passa al call center dove resta ancora per cinque anni «a cartellino», fino al '97 quando arriva il contratto da stagionale. «Ebbene sì, adesso sono un precario di lusso». 24 mila euro l'anno, con contributi, ferie, malattia, tfr «che mi tengo ben stretto», sussidio di disoccupazione per il mese scoperto. Quello alla Scala per Massimo è il «primo lavoro», nel senso che da lì vengono «la busta paga e il welfare». Lo fa senza feeling, senza passione: «Timbro e basta, come in fabbrica. Il lavoro è routine senza prospettive di cambiamento, lo faccio in apnea». Orgoglio d'appartenenza? «Neanche un briciolo. La Scala è un bottegone, specchio fedele di questa brutta Italia, mi sono disamorato». Le gratificazioni vengono dal secondo lavoro, revisione di bozze per Egea, la casa editrice della Bocconi. Cinquemila euro l'anno, collaboratore occasionale a ritenuta d'acconto. Sveglia alle cinque di mattina quando bisogna consegnare il malloppo, «campare solo con i libri sarebbe l'ideale, purtroppo non si può». E arriva l'altra citazione, sorprendente sulla bocca di un ex Sessantasettino con l'immaginetta di San Precario nel portafogli: il Martin Eden autodidatta di Jack London, lettura base tanto tempo fa di generazioni di militanti comunisti. «Vengo da una famiglia povera che considerava la lettura e lo studio la strada maestra per emanciparsi». Non è andata esattamente così: «La mia è la prima generazione che sta peggio dei genitori». Non servono buone letture per rispondere a un call center. Il lavoro «moderno» non è solo precario, dissipa intelligenza e cultura, l'esatto contrario della cosiddetta società della conoscenza e della formazione permanente. Massimo ne ha preso atto e ricava le sue «soddisfazioni interiori» non dal «primo» lavoro, ma dai libri: «Esisteranno sempre e da vecchio, se gli occhi non mi tradiranno, potrò dedicarmi solo a quelli». Da «vecchio» significa tra una dozzina d'anni quando maturerà la pensione volontaria che si sta facendo con l'Ina (versa 110 euro al mese) da sommare a quella «sicuramente povera» della Scala.
Figli? «Non ne voglio per scelta. Ho una gatta». Moglie? «Fidanzata convivente. Lei sì che è una precaria dura. Lavora per il comune di Milano come animatrice socio-culturale, contratti da 4 mesi, 400 euro al mese a part time. Va avanti così dal 1995. Quando si avvicina la scadenza del contratto, Sara comincia ad avere lo sguardo nel vuoto. Se stai sulle balle al dirigente di zona, rischi. Se il dirigente vuol passare il lavoretto al figlio dell'amico, idem». Casa? «Sono fortunato, 55 metri quadrati a 500 euro al mese, mezzora di metropolitana da piazza Duomo. Riesco a mettere da parte qualcosa ma finora non ho pensato a mutui o roba simile». Tempo libero? «Trekking in montagna. Con un solo giorno libero alla settimana di strada non ne fai molta. Qualche volta prendo un giorno di ferie e l'attacco al turno di riposo». Amici? «Conto sulle dita di una mano quelli con un lavoro fisso. Pochi quelli con figli. Non solo per ragioni economiche, ma per la fatica di mettere insieme i tasselli e i tempi di una vita precaria».
Politica, sinistra, sindacato, governo Prodi e affini? «Omissis». E' una battuta, perché poi Massimo dilaga. Riassumendo: si qualifica un «anarchico-ecologista» che ha votato alle ultime elezioni per buttare giù Berlusconi, «pura delinquenza organizzata». Bisognava farlo, «anche se lo sapevo che il centro sinistra è puro liberismo, sempre 'sto chiodo di pareggiare i conti, si fa dettare la linea dalla Bce». La legge 30 è sempre lì, nonostante le promesse programmatiche, e comunque il peccato originale sta nel pacchetto Treu. Il tempo per il governo Prodi è «ampiamente» scaduto, il giudizio su Rifondazione è «ampiamente» negativo. E però - disattenzione o bontà d'animo? - la sentenza «bisogna far cadere il governo» il nostro interlocutore non la pronuncia. Massimo non è iscritto ad alcun sindacato. Boccia il protocollo sul Welfare, ma si capisce che la cosa non è in cima ai suoi pensieri. Il sindacato, «guai se non ci fosse, il problema sono i sindacalisti, difendono solo quelli che hanno la tessera, una roba che non mi aspettavo dai figli di Di Vittorio». Alla Scala salva alcuni delegati, «eletti dai lavoratori», va giù pesante su «burocrati» e segretari di categoria. Rimprovera alla Cgil d'aver «scoperto» i precari «quando eravamo già 3 milioni, un po' tardi». Sul grillismo è diviso: «Capisco lo sbotto, il ceto politico se lo merita tutto, ma ne percepisco la pericolosità». Sul Pd manco lo interroghiamo. E, sua sponte, Massimo detta: «E' autoeletto, autocelebrativo, autoreferenziale. Pussa via».
A un uomo di mezza età, che da giovane aveva sentito il fascino del rifiuto del posto fisso, chiediamo un bilancio. «La nostra utopia è stata realizzata in versione capitalistica». I padroni dalla flessibilità e dalla precarietà hanno ricavato due utili: uno economico, pagano meno la forza lavoro; l'altro politico-sociale, hanno frantumanto la classe. «Una volta centomila in piazza chiedevano la stessa cosa, adesso ognuno chiede la sua cosetta». Dunque, è sconfitta? «Su tutta la linea». Non tanto per le condizioni materiali di vita e di lavoro, «le mie tutto sommato sono discrete». Quanto per il paese che ne è venuto fuori: «La società italiana non è mai stata tanto feroce, ignorante, cafona, impermeabile all'altro. Io, io, io. Gli italiani non sanno dire altro. Io, il più lurido dei pronomi, questo pidocchio del pensiero, come diceva Gadda».
Urge un secondo caffé, per tirarsi su. Zuccherato con un ricordo non dei tempi in cui Berta filava ma di pochi anni fa: «Alla Scala siamo stati gli unici in piena epoca Berlusconi a vincere due a zero. Volevano segare tutti i precari e far fuori pure dei fissi. Non ci sono riusciti».
Il 20 ottobre trekking a Roma? «Ci sto pensando».
caetano veloso
Caetano Veloso è tornato a Roma il 29 settembre per presentare Cê, il suo ultimo disco, prodotto assieme al figlio Moreno, partito per essere un disco di samba e poi diventato un disco rock durante la lavorazione. Intanto è già pronto l'inevitabile "Cê ao vivo".
Accompagnato da un trio chitarra basso e batteria e vestito di jeans, Caetano lascia il pubblico inizialmente perplesso, e subisce anche una imprevedibile contestazione alla fine del terzo brano, con uno spettatore che gli urla "torna in brasile" e "facci sentire qualcosa di Toquinho", prima di essere sommerso dalla contestazione degli altri. Caetano la prende scherzosamente, dicendo "Toquinho è stato mio fidanzato, da giovane".
In seguito il pubblico ha mostrato di gradire di più. Del resto (e per fortuna) Caetano Veloso ha sempre realizzato dischi a tema, come "fina estampa" con i classici della musica sudamericana. In questo caso c'è un disco e un tour da rocker e in scena si muove un po' alla mick jagger, con salti da una parte all'altra del palco, mostrando una discreta agilità per i suoi 65 anni già compiuti.
Solo per due canzoni ha suonato da solo con la chitarra, per un frammento di concerto come forse il pubblico avrebbe sperato, ricordando il concerto-veltronata di pochi anni fa a piazza del popolo: la classica "leãozinho" e un omaggio ad Antonioni con la (dimenticabile) canzone scritta nel 2000 "Michelangelo Antonioni" dedicata ovviamente al regista, con testi in italiano e à la Antonioni.
A parte le canzoni di Cé, recupera poche canzoni dal passato remoto, come "London London" e "desde que o samba é samba".
Alla fine, dopo due ore di concerto e due bis, come capita sempre all'auditorium il pubblico è entusiasta e finisce in piedi a ballare.
Accompagnato da un trio chitarra basso e batteria e vestito di jeans, Caetano lascia il pubblico inizialmente perplesso, e subisce anche una imprevedibile contestazione alla fine del terzo brano, con uno spettatore che gli urla "torna in brasile" e "facci sentire qualcosa di Toquinho", prima di essere sommerso dalla contestazione degli altri. Caetano la prende scherzosamente, dicendo "Toquinho è stato mio fidanzato, da giovane".
In seguito il pubblico ha mostrato di gradire di più. Del resto (e per fortuna) Caetano Veloso ha sempre realizzato dischi a tema, come "fina estampa" con i classici della musica sudamericana. In questo caso c'è un disco e un tour da rocker e in scena si muove un po' alla mick jagger, con salti da una parte all'altra del palco, mostrando una discreta agilità per i suoi 65 anni già compiuti.
Solo per due canzoni ha suonato da solo con la chitarra, per un frammento di concerto come forse il pubblico avrebbe sperato, ricordando il concerto-veltronata di pochi anni fa a piazza del popolo: la classica "leãozinho" e un omaggio ad Antonioni con la (dimenticabile) canzone scritta nel 2000 "Michelangelo Antonioni" dedicata ovviamente al regista, con testi in italiano e à la Antonioni.
A parte le canzoni di Cé, recupera poche canzoni dal passato remoto, come "London London" e "desde que o samba é samba".
Alla fine, dopo due ore di concerto e due bis, come capita sempre all'auditorium il pubblico è entusiasta e finisce in piedi a ballare.
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