24 aprile 2008

come se fosse il 1993


Per un'utile casualità, il ballottaggio per il comune di Roma sarà pochi giorni dopo il 25 aprile.
L'immagine è presa da un opuscolo stampato nel 1993 per supportare l'elezione di Rutelli al ballottaggio contro Fini. Era diffuso gratuitamente in giro per Roma ed è un esempio della forte mobilitazione antifascista che ci fu allora. Fini, lanciato da una campagna di stampa guidata da Il Tempo, aveva sorprendentemente incamerato buona parte dei voti della democrazia cristiana, frullata dai fatti di tangentopoli, e, grazie al sistema elettorale maggioritario appena introdotto e ai conseguenti faccia a faccia televisivi all'americana, era stato sdoganato come politico rispettabile. Berlusconi non era ancora sceso in politica ma dichiarò in una celebre esternazione alla sede dell'associazione stampa estera che, se fosse stato di Roma, avrebbe votato per Fini: ciò gli fruttò il soprannome di "cavaliere nero".
Rutelli faceva ancora parte dei verdi, e, con un po' di immaginazione e buona volontà, era l'espressione della Roma laica, ambientalista e di sinistra. Anche quelli di sinistra che non lo avevano votato al primo turno, lo avrebbero votato al ballottaggio. Roma veniva da una serie di amministrazioni inguardabili, da Carraro, catapultato a Roma da Craxi (la canzone "Cararo sindaco" della banda bassotti descrive bene) e, più indietro, Signorello e Giubilo, emanazioni della longa manus democristiana di Andreotti e Sbardella.
Allora non c'era il Pd, e nemmeno la margherita. La Dc aveva presentato un suo candidato al primo turno, che aveva preso un misero 13%. Aveva fatto dichiarazione di voto antifascista, ma non si sapeva cosa avrebbero fatto i suoi elettori.
Era la prima avvisaglia che i voti di Dc (e Psi, e tutti i partitini di governo) avrebbero fatto una fine ancora peggiore.

Rutelli vinse, e in altre città vinsero Bassolino, Cacciari e Illy, a Torino ci fu addirittura il ballottaggio tra centro-sinistra e sinistra, e sembrava che "la gioiosa macchina da guerra" fosse sul punto di conquistare l'Italia.
Quella volta, a Roma si festeggiò. Rutelli e Veltroni furono eletti in tutto altre tre volte, ma le volte successive non si è più festeggiato.

A questo ballottaggio le cose sono cambiate. Il Msi ora si chiama Pdl ed è considerato un partito come gli altri, Rutelli si è spostato verso il centro assieme a tutto il centro sinistra e ha inglobato esponenti e politiche della vecchia Dc. Si sono svolte elezioni politiche che hanno consegnato il paese alla destra e in cui il partito democratico di Veltroni ha fatto da killer alla sinistra.
Il genero di Rauti ha persino fatto appello agli elettori di centrosinistra di votare per lui, in fondo i programmi si somigliano.
Però Roma è troppo egoista, ingiusta e in mano ai palazzinari già adesso, per avere anche Alemanno sindaco. E quindi, con il naso turato, andrò di nuovo a votare Rutelli.

22 aprile 2008

tom zé

Tom Zé è il meno conosciuto tra i geni della musica brasiliana. Nato nel 1936, negli anni '60 è tra i fondatori del tropicalismo, ma non ne ricava lo stesso successo che hanno avuto altri, tanto che negli anni '70 lascia la musica e lavora come meccanico a San Paolo. E' ritornato grazie a David Byrne che è andato a cercarlo per metterlo sotto contratto con la sua etichetta Luaka Bop. Da quel momento è tornato a deliziare un ristretto pubblico con la sua musica eclettica e indescrivibile. Per la varietà e lo sperimentalismo molti lo paragonano a Frank Zappa.
"Fabricando Tom Ze" di Decio Matos domani alle 17 al cinema nuovo olimpia, all'interno del rome indipendent film festival, è un documentario sulla tournèe del 2005, che è anche l'unica volta in cui l'ho visto dal vivo, al defunto (e compianto) fandango jazz festival alla palma.
Fu un concerto strepitoso. Erano passati pochi giorni dall'attentato nella metropolitana di londra e Tom Zé presentò una versione personalizzata in italiano di "companheiro bush", che diceva più o meno "se non sai chi ha messo le bombe a londra, secondo me è stato bush".
E, in risposta allo sfruttamento del corpo femminile nella musica, le musiciste del gruppo erano tutte vestite in tuta da meccanico. Era appena uscito "Estudando o pagode", concept album dedicato alla discriminazione sulle donne.

20 aprile 2008

pigneto



I motivi per cui mi piace il quartiere dove abito sono diversi quelli per cui piace alla maggior parte delle persone: per alcuni, l'isola pedonale dove, specie nel fine settimana e d'estate, è possibile bere e fumare assieme ad altre centinaia di persone e per altri il gruppo di locali grossolanamente alla moda (menù scritto in gesso sulla lavagnetta e sedie impagliate finto antico, per capirsi) in cui è possibile bere due dita di vino in calice per 4 euro.
Queste due categorie di persone sono due facce di un modello di fruizione del tempo libero basato sul consumo frenetico e sulla scarsità estrema di tempo, eppure non vanno d'accordo tra loro, o meglio esistono zelanti amministratori che farebbero sparire i primi e vorrebbero tenersi i secondi, sbandierando di voler tutelare i residenti mentre di fatto cercano solo di tutelare gli affari dei commercianti.
A me invece piace per quelle forme di arte estemporanea, dalla serie di manifestini "afflitto" ai pupazzi nella foto, di autore anonimo, che appaiono e scompaiono in punti diversi nel quartiere, dal grauco (che significa gruppo di autogestione collettiva), cineclub estremamente anomalo che resiste dagli anni '70 a, per parlare di ristorazione, alla rosticceria peruviana in via l'aquila, il cui cibo è preparato la mattina a casa, al self service africano in via ascoli piceno dal profumo irresistibile, al negozio di birre di arafat, su via del pigneto, nemico pubblico di tutti gli anonimi dei post xenofobi sui forum del quartiere, che vende bottiglie di peroni grande a 1 euro, al negoziante del bangladesh che una domenica pomeriggio ha alzato la saracinesca apposta per me vendendomi lo zucchero, a tutte le etnie sparse per il quartiere, che vivono in una discreta armonia, secondo le loro usanze (c'è anche una grande moschea molto frequentata).

Se in tutta la città gli esempi di convivenza multietnica sono minacciati dalla xenofobia in aumento, le attività che si trovano tra via l'aquila e via ascoli piceno hanno anche un pericolo specifico: la "bonifica" per la riapertura del cinema l'aquila. Esempio illuminante dell'amministrazione veltroniana della città, fatta di grandi eventi promozionali nel vuoto circostante, il cinema l'aquila era uno dei tanti vecchi cinema di quartiere costretti a chiudere, poi finito nel patrimonio immobiliare della banda della magliana.
Una volta requisito, sarebbe stato restaurato e restituito alla cittadinanza. I restauri sono andati inizialmente molto a rilento, successivamente sono ripresi in modo da permettere la riapertura per il 21 aprile, natale di roma e pochi giorni prima del ballottaggio.
Sarà interessante scoprire l'utilizzo del nuovo cinema. Di sicuro sarà utilizzato intensivamente durante la festa del cinema, ma bisogna vedere cosa succederà al di fuori di essa. Potrebbe fare la fine della casa del cinema, in cui, a causa della preoccupazione del comune di non entrare in concorrenza con i circuiti di cinema di prima visione, le proiezioni sono gratuite ma concentrate nel primo pomeriggio dei giorni feriali e quindi frequentate quasi unicamente da pensionati appisolati.

Update 1:
Il 24 maggio c'è stato il famoso raid razzista al pigneto. Una squadra di picchiatori ha devastato alcuni negozi di immigrati. A parte alcuni particolari folkloristici, come il tatuaggio di che guevara del capo degli squadristi, un furto di portafogli come causa scatenante, i figli veraci del pigneto e così via, sembra che alla base di tutto ci sia il controllo sugli affari (leciti e illeciti) del quartiere.

Update 2:
Il cinema l'aquila alla fine ha riaperto, in ritardo e praticamente in silenzio. Negli stessi giorni il nuovo sindaco Alemanno ha tirato fuori il buco nel bilancio del comune in modo da tagliare i finanziamenti alla cultura (invece sembra che molti soldi saranno utilizzati per armare i vigili urbani). Per il momento si proiettano film di prima visione, ma senza neanche esporre locandine. Il direttore artistico Giuseppe Piccioni, probabilmente malvisto dalla nuova giunta, si è già dimesso. Il futuro di questo cinema sembra essere segnato.

16 aprile 2008

una comunista in parlamento sembra che ci sia

O almeno così la definisce la stampa. Eletta in sud america. Basterà a tranquillizzare Cossiga ?

Mirella Giai, neoeletta senatrice nel Movimento associativo italiani all'estero, ha una storia significativa: figlia del mitico comandante Giai, tornato dall'Argentina per combattere la guerra partigiana nelle Brigate Garibaldi del Piemonte e successivamente di nuovo emigrato con la famiglia a Rosario; qui Mirella ha militato nelle associazionismo legato al Pci, assieme a un grande personaggio come Filippo Di Benedetto, recentemente scomparso, operando nel periodo della feroce dittatura di Videla, Massera e Lambruschini (altri nomi di ascendenza italiana) assieme al console d'Italia Calamai nell'assistenza all'espatrio di centinaia di italiani candidati desaparecidos.

15 aprile 2008

ground zero


Per una strana coincidenza, causa incombenze familiari mi sono trovato a passare il lunedì post-elettorale nel più profondo nord-est, quello che vuole secedere anche da se stesso: Cortina, dove, ho scoperto, i nosocomi sono rinomati almeno quanto le montagne e le piste, e la tranquilla Feltre.
Ho scritto quindi questo post a penna sul treno di ritorno, non avendo che brevi informazioni ottenute per telefono o mediante rapide occhiate a televisori accesi nei bar. Non ho quindi ancora visto né letto dichiarazioni di leghisti e berluscones raggianti (1), né quelle affrante di sinistra.
A fronte di un disastro così totale, la cosa positiva è la seguente considerazione: non c'è nulla da salvare, si può ricominciare tutto da capo. In Italia esiste un 10% di elettori che nel 2006 ha votato per Prc, Pdci e verdi, e che, presumibilmente, non ha smesso di essere di sinistra. Solo che quei partiti sono stati completamente screditati dai due anni del governo Prodi. E la sinistra del dopo 14 aprile dovrà prendere le distanze da quella esperienza, un po' come è riuscito a fare Veltroni in campagna elettorale. Nel frattempo, visto che di occasioni per misurarsi elettoralmente non ce ne saranno per qualche tempo, bisognerà ricostituire una forma di conflitto sociale, possibilmente assieme ai movimenti che sono vivi e pulsanti nel territorio. Magari cominciando da subito. Nel 1994 e nel 2001, ci furono momenti di scoramento e apatia totali, e il risveglio ci fu con la manifestazione del 25 aprile del manifesto, i girotondi di Moretti (che, curioso ricordarlo ora, disse "con questi politici non vinceremo mai") o l'illusione di Cofferati.

Due considerazioni per finire.
Ho letto in questi due mesi molti articoli di giornale che illudevano sulla stanchezza, sul nervosismo e sul logoramento di Berlusconi e il berlusconismo. Si è visto invece che Berlusconi, come anche la lega, è politicamente in ottima salute, quello che era moribondo era proprio l'anti-berlusconismo. Anche se in cinque lunghi anni di governo probabilmente si ricostruirà spontaneamente.
Veltroni, che secondo me da oggi ha superato il suo vecchio segretario Occhetto per danni provocati alla sinistra in Italia, ha finalmente raccolto quello che ha seminato. Vedremo se sarà in grado di fare un'opposizione tangibile, dati i suoi modi felpati e il suo programma così simile a quello di Berlusconi.

(1) nell'intervallo di tempo causato dalla ricopiatura informatica del post ne ho trovato uno memorabile: sembra che al porta a porta post elettorale di Bruno Vespa, Bossi, con tono compassionevole, abbia detto più o meno "onore a Bertinotti, l'unico che qualche operaio l'abbia conosciuto".

12 aprile 2008

terrae motus

Per uno che si occupa di malastampa può essere strano pensare che se una notizia vissuta in diretta non si trova sui siti di news, allora si deve esserla immaginata.
Eppure mi è successo stamattina. Mi sveglio con il terremoto, la casa che balla dolcemente, ma a lungo. Guardo il cellulare, che segna le 7:44. Vado a vedere i siti di news, ma non dicono nulla. L'orario di aggiornamento segna pochi minuti prima, ma le notizie sono del giorno prima: i comizi di Veltroni e Berlusconi, Totti e Clooney, vecchi pettegolezzi e così via.
Mi incuriosisco per la storia della donna vestita da sposa che è stata uccisa mentre faceva autostop per zone di guerra, che trovo su ansa e stampa, mentre è bucata da corriere e repubblica.
Cominciavo quasi a pensare di essermi sognato il terremoto, quando finalmente esce una breve, su repubblica. Alle 8:12, scossa di terremoto di magnitudo 3,8 (è tanto?) epicentro castelli romani, alle ore 7:44 (l'ora è giusta). Non avevo sognato. Ora posso anche tornare a dormire.

09 aprile 2008

più attendibile di cento sondaggi



I sondaggi elettorali non sono più divulgabili da qualche giorno, comunque la loro attendibilità era piuttosto minata dalle differenze vistose tra i vari risultati, senza contare i sondaggi commissionati direttamente dalle parti politiche.
Una sorta di sondaggio, per certi versi più attendibile, sono le quote dei bookmaker inglesi per il risultato elettorale.
Non che non possano essere sbagliati anche questi. Ma poiché in base alle quote dovranno poi liquidare delle vincite in denaro, hanno la massima convenienza economica che le quote siano esatte. Gli errori li pagherebbero molto salati.
E le quote mostrano chiaramente chi è il favorito. Ad oggi pomeriggio Sportingbet dà Berlusconi 1 a 5 (se punto 5, vinco 1 - riprendendo ovviamente anche i 5) e Veltroni 3 a 1 (se punto 1, vinco 3), mentre Betfair dà Berlusconi allo 0,3 a 1 e Veltroni al 4.6 a 1.
Le quote sono aggiornate in tempo reale e si possono seguire qui.
Nella figura 2 c'è lo storico delle quote: Veltroni oscilla, ma la sua quota è sempre più alta e in crescita (quindi, vittoria sempre meno probabile), mentre quella di Berlusconi è stabile e bassa.
Presumibilmente queste quote si riferiscono al risultato alla camera, la dizione usata è Next Italian President, del resto ci si può aspettare che all'estero stentino a comprendere i bizantinismi della nostra legge elettorale. Quindi non si può scommettere sull'eventuale pareggio al senato e il grande inciucio o grande coalizione di sorta, e non sono menzionate le candidature ad hoc per quello scenario, come l'inevitabile Mario Monti.
Chi, al contrario, è seriamente convinto della vittoria di Veltroni può vantaggiosamente scommetterci sopra, obbligatoriamente dall'Inghilterra, poiché dall'Italia non è possibile puntare, in quanto quei siti non rientrano nell'elenco di quelli autorizzati dall'AAMS (Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato) per l'Italia. Certo non si diventa ricchi, ad esempio puntando 100 euro se ne vincono da 300 a 460. Per sbancare davvero i bookmaker dovrebbe vincere un Bertinotti o un Ferrando, dati a 999 a uno (con 100 euro se ne vincerebbero quasi 100 mila).
Certo che in quel caso non ci sarebbe neanche bisogno di puntare. A fare la parte del banco e pagare la vincita agli italiani, per una volta, sarebbero i Berlusconi e i Montezemolo, i Luca Luciani e i palazzinari. Fantapolitica.

07 aprile 2008

sullo sfruttamento

Quello del Cearà sembrava un po' spaventato. Era giunto lo stesso giorno.
«Domani vedrai...»
«Domattina presto l'impiegato della vendita ti chiamerà per farti fare le provviste della settimana. Non hai gli strumenti del lavoro, e dovrai comperarteli. Comprerai una falce, una scure, un coltello, una zappa... Il tutto ti costerà un centinaio di milreis. Poi comprerai la farina di manioca, la carne salata, l'acquavite e il caffè e spenderai una decina di milreis. Alla fine della settimana avrai guadagnato quindici milreis col tuo lavoro (quello del Cearà fece i conti: sei giorni, a due milreis e mezzo: il conto tornava). Ti avanzeranno cinque milreis, ma non li riceverai, se li terrà la vendita in conto del debito degli attrezzi... Per pagare i cento milreis, stai un anno senza ricevere un soldo. Può darsi che per Natale il colonnello ti faccia dare a prestito dieci milreis perché tu possa andare a spenderli con le puttane a Ferradas...»
«Cento milreis per un coltello, una falce e una zappa?»
«A Ilheus un coltello di buona marca ti costa dodici milreis. Nel negozio della fazenda non lo prendi per meno di venticinque...»
«Un anno...» disse quello del Cearà. «un anno...» ripetè.
«E poi devi pensare che, prima di aver finito di pagare, il tuo debito sarà aumentato... Avrai comperato un altro paio di calzoni e qualche camicia... avrai comperato medicine che costano un occhio della testa, ti sarai comperato una rivoltella... gli unici soldi spesi bene in questo paese... E non avrai mai finito di pagare il tuo debito... Noi qui siamo tutti indebitati, nessuno ha saldo...»
Gli occhi di quello del Cearà erano impauriti.
«Da questi luoghi non torna nessuno. Tutti restano legati al negozio della fazenda fin dal giorno in cui arrivano. Se vuoi andartene, vattene oggi stesso, domani sarà troppo tardi...»
Quello del Cearà domandò:
«E dove vado ? Cosa vado a fare ?»
Nessuno seppe rispondergli; una simile domanda non era stata prevista da nessuno di loro.
Il vecchio diede la buonanotte e ringrazio, seguito dal giovane. Quello del Cearà giardava i due uomini, che poco a poco scomparivano nella notte. Tutt'a un tratto disse:
«Me ne vado anch'io...»
Riunì febbrilmente le sue robe, pronunciò una parola di congedo, uscì di corsa. Il magro richiuse l'uscio.
«E dove andrà?» chiese. E poiché nessuno rispose, trovò la risposta da sè: «In un'altra fazenda sarà lo stesso di qui.».
Spense il lume.


da Terras do sem fim (terre del finimondo) di Jorge Amado (1943).

Leggendo, mi venivano in mente i mutui immobiliari di oggi. Ma in effetti no, non è la stessa cosa.

04 aprile 2008

contro i furgoni elettorali

Un effetto collaterale positivo del porcellum è l'inutilità della pubblicità elettorale dei singoli candidati per le elezioni politiche: la vera campagna elettorale in quel caso si fa dentro le sedi di partito per farsi mettere ai primi posti nella lista.
Invece per le amministrative la propaganda per i singoli candidati c'è e si vede.

Bisogna onestamente riconoscere che una parte del finanziamento pubblico ai partiti, quella che non finisce in immobili intestati ai familiari o in conti cifrati all'estero, viene impiegata in attività come la propaganda elettorale, che producono un certo indotto, generano occupazione e, per i rimanenti appassionati di questo indice, fanno salire il pil.

Di tutte le forme di propaganda elettorale, i furgoni elettorali sono tra le più deprecabili. Congestionano il traffico, inquinano, tolgono spazio per il parcheggio di altri mezzi e, in questo periodo di petrolio oltre i 100 dollari al barile, consumano inutilmente carburante senza trasportare nulla di utile. In effetti non conosco nessuno che non detesti questi mezzi, a parte forse chi ha un parente che lavora nel ramo.

Come se non bastasse, è un gigantesco autogol usare intensivamente questa forma di propaganda



e contemporaneamente lo slogan (un po' alfieriano e molto velleitario) "voglio una città senza traffico".


Ma non è solo Alemanno che li utilizza, anche molti altri candidati minori, per il comune o perfino per un posto in un consiglio circoscrizionale. Soprattutto del Pdl, ma non solo.

Nella foto 3, due candidati del pdl per un solo furgone, parcheggiato in divieto di fermata a piazza re di roma.

Nella foto 4 due furgoni per un solo scatto. La sconosciuta Lunari del Pdl e l'ex tennista Panatta (quante volte abbiamo tifato per lui in coppa Davis), lista civica.


Nella foto 5 il candidato Piccolo del Pdl con il suo furgone elettorale fai da te (un camper con un paio di manifesti elettorali attaccati sopra) in doppia fila. Da grande, forse potrà permettersi un vero furgone.

02 aprile 2008

rifiuti

Il mio nuovo capo non lo conosco ancora di persona, ma mi sta già un po' antipatico.
Come firma automatica delle e-mail, dopo nome, titolo e recapiti, ha la seguente frase:
"This e-mail is printed on 100% recycled electrons", che non fa ridere e sottintende una non troppo velata presa in giro dell'attenzione per l'ambiente e della preoccupazione per la sovrapproduzione di rifiuti e l'eccessivo sfruttamento delle risorse del pianeta.
Certo è possibile che lui non abbia pensato a tutto ciò e l'abbia considerata una frase divertente e innocente. In fondo, per i dirigenti, la caratteristica di sapersi concentrare sulle cose lavorative e astrarsi da tutto il resto è molto apprezzata.
Eppure una battuta del genere è molto indicativa di quello che si pensa in Italia sull'argomento. Ci hanno insegnato da bambini che i rifiuti non si buttano per terra, ma negli appositi contenitori. E' facile imbattersi in qualcuno che non ha imparato neanche da adulto questa regola elementare. E molti altri, che pure la regola l'hanno imparata, non vanno tanto oltre: producono senza problemi interiori una adeguata quantità di rifiuti, poi li gettano nell'apposito contenitore e si dimenticano della loro esistenza, certi che arriverà qualcuno che li toglierà dalla loro vista. In questi ultimi tempi, la crisi dei rifiuti in Campania e le mozzarelle alla diossina, attualmente vietate alla vendita, hanno mostrato come i rifiuti continuano a esistere e fare danni alla salute e all'ambiente anche dopo il ritiro dai cassonetti.
Ovviamente il riciclo non è la soluzione a tutti i problemi, in assenza di un cambiamento delle abitudini di tutti. Ma incredibilmente c'è ancora qualcuno che sostiene che la soluzione siano i termovalorizzatori. Ad esempio, per Roma si vedono manifesti elettorali in cui una faccia simpatica (sarà la somiglianza con il commissario Montalbano) si impegna a "trasformare i rifiuti in risorsa".

Per avere un'idea della quantità di rifiuti che produciamo nel primo mondo, si può guardare la serie "Intolerable Beauty - Portraits of American Mass Consumption" del grande fotografo americano Chris Jordan. Negli Stati uniti, come si vede, sono molto avanti nella raccolta differenziata, anche se poi gli rimane il problema, una volta differenziato, di cosa fare dei rifiuti.
Chris Jordan, che tra l'altro annuncia di partecipare al festival di fotografia di Roma che comincia dopodomani, ha un disclaimer minacciosissimo sulla riproduzione delle sue opere. Del resto se linkassi direttamente un'immagine sul suo sito gli sottrarrei banda.
Allora pubblico due frammenti di immagini, con un riquadro ingrandito, prese da una rivista (rispettivamente: telefoni cellulari e buste di plastica), sperando che la cosa non gli dia problemi (o non lo sappia mai, che è più probabile) e il resto si può andare a vedere direttamente sul suo sito.


27 marzo 2008

lotta di classe

Secondo una corrente di pensiero molto in voga oggi, in Italia la lotta di classe appartiene al 900 poiché "la società italiana [...] è fatta di milioni di persone gran parte delle quali ex operai diventati imprenditori che ora lavorano comunemente con i loro attuali dipendenti. E chi conosce la realtà, non l'ideologia, sa che il rapporto che c'è tra datori di lavoro e lavoratori nelle piccole imprese è un rapporto tra fratelli, una comunanza di destini assoluta, anche nelle condizioni materiali, spesso persino nel reddito."
Meno male! Vediamo cosa succede in un altro paese dell'unione europea.
Da Pitesti, Romania, arriva la notizia di uno sciopero a oltranza dei lavoratori della Dacia, mitica fabbrica di automobili dell'est europeo (una Trabant rumena, in pratica),dal '99 proprietà dalla Renault.
I lavoratori chiedono un aumento di stipendio del 60% oltre a bonus per il lavoro a natale e pasqua e sconti sull'acquisto di un'automobile. In cifre, un aumento di 550 lei (150 euro) rispetto al salario medio che ammonta a 1064 lei (283 euro). Le richieste partono dalla considerazione che le vendite della Logan sono salite del 62% e ammontano al 10% delle vendite totali della Renault.
La Renault ha finora risposto che gli stipendi sono già alti rispetto alla media del paese (anche se irrisori rispetto al costo della vita salito esponenzialmente dall'entrata nell'Unione Europea), senza contare i vantaggi già posseduti e rari in Romania come le vacanze pagate e un pasto gratuito a mensa e propone al massimo un aumento di 44 euro. E minaccia di delocalizzare. Ovviamente non in Romania, come normalmente si minaccia qui da noi, ma in Marocco, India o Russia.

Naturalmente gli stipendi e condizioni dei lavoratori sono diversi tra Romania e Italia. Però questa fratellanza e questa comunanza anche del reddito sono un quadretto fuori dalla realtà.
Perché, come diceva Adam Smith, l'interesse dei lavoratori è quello di avere un salario più alto, quello degli imprenditori è di darlo più basso possibile.


UPDATE 20/4/2008: i lavoratori di Pitesti hanno poi ottenuto, dopo tre settimane di sciopero, un aumento del 40%, arrivando a un salario medio di 380 euro al mese.

18 marzo 2008

Su Rutelli hanno ragione, chiunque siano


La candidatura di Rutelli a sindaco di Roma ci fa tornare indietro nel tempo. Però non al 1993, quando fu eletto sindaco per la prima volta, ma al 2006, ai tempi in cui il centro-sinistra si presentava unito alle elezioni. Sembrerebbe che la nascita del partito democratico con le sue primarie, la fine della lotta di classe e le candidature di figli di imprenditori non siano mai avvenute. I motivi di questa anomalia sono stati più o meno velatamente spiegati. La sinistra a Roma è molto forte, si può tranquillamente vincere la partita così, senza tentativi disperati come quelli preparati per le elezioni politiche.
Però Rutelli non è più quello del 1993 (per quanto molti non ne fossero convinti neanche allora, ad esempio io al primo turno votai per l'ottimo Renato Nicolini), tra genuflessioni ai papi, avversione alle unioni di fatto, revoca del patrocinio del comune al gay pride, appoggio alla corrente teo-dem e politiche guerrafondaie. L'incanutito ex golden boy di Pannella è passato senza troppi traumi nel corso della carriera politica dal partito radicale ai verdi fino al settore cattolico del partito democratico. La sua candidatura, anche per la modalità con cui è arrivata, tutta interna agli apparati di partito, ha lasciato perplessi.
E i suoi manifesti elettorali con tutti quei "più" sembrano quasi suggerire che Roma sia stata amministrata da altri negli ultimi quindici anni. E invece sulla poltrona di sindaco si sono avvicendati solo lui e il suo amico Veltroni, passandola all'altro al momento del tentativo di diventare premier.
E così qualcuno ha preparato manifestini da incollare sopra il faccione di Rutelli con su scritto "e mo' te sveji ?" (e ti svegli adesso ?). Non si sa bene chi è l'autore di questo sabotaggio, non è escluso che siano elementi di destra. La destra romana del resto ha diversificato i suoi metodi politici e ha abbinato agli abituali agguati e accoltellamenti gesti meno cruenti come l'impiccagione di manichini, il lancio di vernice rossa nella fontana di trevi e la distruzione di una cupola di vetro del grande fratello (quasi una risposta agli esiti dei processi sui fatti del g8 che hanno dimostrato che i danni alle cose sono puniti più severamente dei danni fisici alle persone).
Però, chiunque sia stato, un po' di ragione su Rutelli ce l'ha.
Resta un problema: se non Rutelli, per chi votare ? C'è il candidato dei movimenti Andrea Alzetta, detto Tarzan, dallo slogan geniale "Roma è una giungla, vota Tarzan" (c'è anche il meno entusiasmante "occupare le case è reato ? Ma Tarzan lo fa"). Oppure c'è Grillini, una persona stimabile, anche per mandare un messaggio al Vaticano, candidato però da un partito che altrove avrebbe candidato anche Mastella.
Grillini sogna di battere la minestra riscaldata di Alemanno e andare al secondo turno contro Rutelli.
Un ballottaggio tra Rutelli e un candidato di sinistra piacerebbe molto anche a noi.

11 marzo 2008

mala stampa

Mala stampa inizialmente era il titolo di questo post.
Però succede che quasi giornalmente vado sul sito di repubblica (ma ho provato anche corriere e ansa) solo per vedere se per caso non sia scoppiata una bomba o ci sia stato un incidente nella metropolitana e poi però una volta che sono lì ci resto. E vedo titoli tendenziosi, foto inappropriate, notizie che condizionano, pubblicità occulta, pubbliche denigrazioni. Notizie o titoli strillati che dopo qualche ora vengono rettificati e spariscono. Titoli in home page che non corrispondono al contenuto dell'articolo.
Non potevo non raccogliere tutte queste perle, ma non potevo neanche far diventare monografico questo blog.
Per questo è nato http://malastampa.blogspot.com

07 marzo 2008

il liberismo è di sinistra (almeno quanto Veltroni)

Mentre gli industriali ostentano contrarietà e micragna per il decreto del governo sulla sicurezza sul lavoro, Veltroni candida un feroce padroncino come capolista in Veneto, Ichino promette di cancellare l'articolo 18 e Giavazzi invita Veltroni a essere più coraggioso: cancellare tutto lo statuto dei lavoratori, in modo da ritornare indietro di cinquant'anni.
La strategia di Giavazzi non è nuova: cercare di evangelizzare alla sua sinistra, ché a destra trova già tutti d'accordo.
Per questo motivo ho recuperato e completato un post che avevo scritto sei mesi fa e mai pubblicato, come molti altri, perché non finito.


Libreria, ripiano politica. In realtà poteva essere scambiato per il settore umorismo. Vi si potevano trovare "falce e carrello", con nel risvolto di copertina la solenne frase "Bernardo Caprotti è l’imprenditore che ha portato all’eccellenza i supermercati in Italia" (1), un libro su Chavez, meglio, contro Chavez, che cerca spericolatamente di convincere che chi apprezza Chavez, per coerenza, dovrebbe apprezzare anche Mussolini, il fortunato "il liberismo è di sinistra", un libro di beppe grillo, il magdi allam di "viva israele" e il ben noto "la casta" di gianantonio stella, non disprezzabile e soprattutto utile per l'attenzione generata sull'opinione pubblica, ma piuttosto scandalistico e inferiore all'ottimo "i costi della democrazia" di Salvi e Villone, che con anni di anticipo aveva denunciato il problema.
"Il liberismo è di sinistra" era di sicuro il più esilarante, con una successione di capitoli scoppiettante: destra e sinistra confuse, la meritocrazia è di sinistra, liberalizzare i mercati è di sinistra, riformare il mercato del lavoro è di sinistra, ridurre la spesa pubblica è di sinistra, il capitalismo di stato non è di sinistra, qualcosa comicia a cambiare.
Ho quindi deciso di procurarmelo gratis, sfruttando una delle istituzioni che Alesina e Giavazzi sopprimerebbero volentieri, perché ostacolano il libero mercato, riducono la crescita del pil e fanno salire la spesa pubblica: le biblioteche pubbliche. Specifico, biblioteca penazzato, via dino penazzato 112, VI municipio, Roma, in modo che anche altri possono evitare di arricchire Alesina e Giavazzi con le royalty di questo libraccio, che tra l'altro è caro, 12 euro per 126 pagine scritte con carattere a corpo 16.
Il nemico da abbattere nel pamphlet è la cosiddetta sinistra massimalista (ma nel corso dell'opera sarà definita anche conservatrice, radicale, retriva) che difende le lobby o i gruppi di interesse consolidati "a scapito dei giovani, dei consumatori e dei contribuenti".
Questo è il concetto più forte e più sorprendente del libro: le persone si riducono a "consumatori"; è inopportuno, dicono, parlare di categorie, come insegnante, commerciante, pensionato. Noi tutti siamo consumatori e così la politica ci dovrebbe trattare.
Poi comincia l'attacco all'obiettivo immediato, le pensioni di anzianità.
Partono gli esempi fuorvianti, i paragoni, le cifre. Fuori dall'Italia, si citano come esempi positivi Gran Bretagna, Irlanda o Danimarca, mentre per denigrare si usano Turchia, Romania o Unione Sovietica. Alitalia e ferrovie vanno male, come spesso si sente, per colpa dei privilegi dei loro lavoratori e non per volontà politica o scelte manageriali sballate. E l'università di Lecce serve per dire che l'università dovrebbe essere pagata completamente dagli studenti, così che a chi non ha voglia di studiare convenga restare a casa, come in America dove ha studiato Alesina, ci tengono a far sapere. La scuola elementare keniana serve per dire che la meritocrazia fa persino alzare i voti di tutti gli scolari, bravi e meno bravi.
E una domanda incalzante: chi è più di sinistra ? La sinistra o chi fa come dicono Alesina e Giavazzi ?
Curioso l'atto di accusa nei confronti di imprese e sindacati, che si sono spesso accordati a scapito di, avete indovinato, i contribuenti. Ma i lavoratori farebbero meglio rinunciare spontaneamente ai loro "privilegi", perché in cambio otterrebbero vantaggi in quanto "contribuenti".
A pagina 66, nell'elogio della precarietà spunta a sorpresa una frase condivisibile:"l'idea che per incoraggiare le assunzioni si debbano rendere più facili i licenziamenti è davvero paradossale". L'arcano si spiega subito, è un virgolettato subito ridicolizzato dal duo con le consuete argomentazioni. La precarietà aiuta perché fa abbassare il tasso di disoccupazione e poi sono gli anziani che sfruttano i giovani. Se uno può licenziare assume anche, e così via.
E poi c'è il lavoratore che si dava malato per andare a giocare a calcetto, e il giudice lo ha reintegrato. E si elogia la danimarca che permette licenziare senza problemi e senza ricorso al giudice, ma con i fantastici ammortizzatori sociali.
A pagina 78 si sprofonda nel gossip: la figlia di un loro amico, in America, ha lasciato il fidanzato perché "non era mai fallito". Secondo il duo, negli Stati Uniti fallire è simbolo di amare il rischio. Chi ha paura di fallire in America non fa strada.
Poi si passa a una ricetta per "risolvere" i problemi economici dei precari : i precari in quanto precari hanno contributi più bassi ed essendo pagati poco non possono permettersi pensioni integrative: come faranno ad avere la pensione ? Risposta pronta: innalzamento dell'età pensionabile e immediato peggioramento dei requisiti per andare in pensione.
D'altra parte la disuguaglianza non è il vero nemico: il vero nemico è la povertà; se si abbatte la povertà allora la disuguaglianza può andare anche bene.
I ragionamenti si appoggiano su cifre buttate lì: ad esempio si dichiara che la vita media in italia è 85 anni (pag. 90) o che un dipendente pubblico che ha un contratto di 36 ore settimanali esce dall'ufficio alle 13.45 (pag. 86).
Il libro finisce con un elenco dei buoni (per la causa) politici: Mario Monti, Daniele Capezzone, Franco de Benedetti, Nicola Rossi, Bruno Tabacci, Pier Luigi Bersani e Linda Lanzillotta.
Subito dopo l'analogo elenco del buon giornalismo: gli articoli del fannullone Ichino (l'aggettivo è mio, i deferenti Alesina e Giavazzi non gli danno mai meno di professore e lo citano a profusione per tutto il libro), articoli sul corriere della sera (giornale di Giavazzi), inchieste del sole 24 ore (giornale di Alesina), inchieste di Report.


(1) Parlando dei maltrattamenti e poi dell'aggressione alla lavoratrice del supermercato di via papiniano a milano, il manifesto pochi giorni fa parafrasava appropriatamente "botte e carrello".

03 marzo 2008

io santo, tu beato

Chi vive a Milano deve sopportare un sindaco come Letizia Moratti, dopo aver sopportato sindaci leghisti o cognati di Craxi, e ha visto sparire la sinistra politica qualche anno prima del resto d'Italia. In compenso un milanese, se vuole, ha la possibilità di vedere per tutto il mese "io santo, tu beato".
E' uno spettacolo teatrale di Renato Sarti e Bebo Storti, nei panni rispettivamente di Pio XII e padre Pio, che arrivati nell'aldilà scoprono che i posti nel paradiso sono già occupati per l'affollamento causato da Woytila che, solo lui, ha fatto 482 santi e 1338 beati.
Seguirà una lite in cui i due, il papa parlando in latino maccheronico e l'altro in pugliese stretto, si rinfacceranno i misfatti della chiesa e poi reciprocamente quelli dell'altro.
Qualcuno ricorderà il precendente spettacolo "la nave fantasma", sul naufragio, il giorno di natale del 1996, di una nave di migranti al largo di Porto Palo, con 283 morti.
"Io santo, tu beato" era già andato in scena a Milano, con ottimo successo, e ha fatto incazzare "Libero" che ne ha scritto un articolo al veleno. Già questo sarebbe un ottimo motivo per vederlo, purtroppo però, incredibilmente, nella Roma papalina del 2008 nessun teatro lo ha accettato, per non contrariare il vaticano.
Se le cose non cambiano in futuro quindi, l'unico modo per vederlo sarà prendere il treno.

26 febbraio 2008

antonio persia

Antonio Persia è un cantautore e blogger. Nonostante sia più (e da più tempo) cantautore, è più facile conoscerlo come blogger, semplicemente andando su antoniopersia.splinder.com
Chi conosce il suo blog sa che è molto lucido e molto ruvido, come capita spesso ai cantautori quando invece della musica si esprimono con la parola. Ricordo ad esempio un concerto in cui Claudio Lolli, erano i tempi in cui impazzava la canzone "vaffanculo" di Masini, ricordava che ad inventare il vaffanculo era stato Piero Ciampi: ma mentre Masini in realtà non diceva vaffanculo a nessuno, e si limitava a urlarlo assieme al pubblico, Ciampi mandava realmente affanculo il suo pubblico, il quale, risentito, restituiva l’invito al mittente.

Come blogger Antonio è piuttosto conosciuto, ma la sua musica, invece, è oscurata. Ha fatto due dischi, praticamente introvabili, a meno di ordinarli direttamente a lui.
Il primo disco, “Irriducibilmente… ancora canto” autoprodotto, è uscito nel 1990.

Il titolo riprende le parola di " L'ultima canzone", una sorta di manifesto del cantante di strada "mi sto meravigliando mentre ancora canto. Irriducibilmente, credo ancora a questo incanto".

Qui è racchiusa tutta la poetica di Antonio Persia artista, l’amore per un certo modo di fare musica, la tenacia di continuare nonostante le difficoltà. Ed è una ballata frizzante, che fa il paio con la fresca "Estate italiana”, canzone che conclude il disco in una ventata di speranza pop.
Per contrasto, il pezzo d’apertura è la rifessiva "Pierpaolo", omaggio affettuoso e malinconico per Pasolini, all’Idroscalo di Ostia, impreziosita da un coro femminile nel riff finale che ricorda l’ultimo de André, per quanto i versi siano invece presi in prestito a Francesco de Gregori. Sulla stessa linea è "Palermo", da cui traspaiono amore e disperazione, conditi da un sound mediorientale.

Il secondo disco, del 1992, si chiama “Ritorno al Futuro con le Canzoni Negate”, e contiene pezzi nuovi, ma anche altri esclusi forzatamente dal primo disco, che durava solo 26 minuti. Questo invece ne dura 85.

E’ una sorta di concept album, con delle brevi registrazioni d’attualità tra una canzone e l’altra: molte non sono riuscito a individuarle, per l’assenza di note, ma significative sono due interviste, a Occhetto e Sbardella, sulla possibilità che il Pds entrasse inopinatamente in un governo con Dc e Psi con Craxi presidente del consiglio. Quell’ipotesi poi sfumò, ma il partito nato dal Pci trovò in seguito nuove possibilità di autoscreditarsi.
E’ un opera molto ben radicata nell’attualità di allora. Il 1992 fu l’anno dello scoppio di tangentopoli e della grande offensiva della mafia, ma anche di una speranza che in Italia le cose, dopo cinquant’anni, potessero cambiare. Nel disco questa speranza non si sente, come se l’autore avesse già previsto come sarebbero andate le cose, mentre in tutti i testi è sempre in agguato l’ironia, che raggiunge i suoi apici nella swingante (e Caputiana?) “Appuntamento a Roma”, in “19P2” dove una musica giocosa contrasta volutamente con l’argomento drammatico, nel rock ecologico “Ossido, Tossico, Yeah” e nella suggestiva “Cara vecchia canzone d’autore”, affettuosa ma severa considerazione sullo stato della canzone d’autore del tempo.

Tra i pezzi da segnalare ci sono “Altri auspici”, poetico affresco che ripercorre i cambiamenti della società dal 1959 , in cui Persia sottolinea l’importanza e la fatica necessarie per trovare una strada valida, e per insegnare tutto questo al figlio. Il discorso genitoriale è presente anche nella lieve “Si torna in città”, canzone agrodolce sulla fine di un’estate mentre “Nu poc' 'e libbertà” è un esercizio di stile in forma di canzone napoletana, ma, credo, il dialetto è di Fondi.

19 febbraio 2008

grandi opere

Il mito delle grandi opere è stato nuovamente riproposto pochi giorni fa nel programma elettorale del partito democratico di Veltroni, in cui significativamente ambientalismo e opere pubbliche si trovano nello stesso capitolo e tra le opere da realizzare compaiono rigassificatori, termovalorizzatori e linee ferroviarie ad alta velocità.
Di fatto, nulla di nuovo rispetto al governo Prodi, e quasi niente di diverso rispetto al programma di Berlusconi. L'unica differenza è l’opposizione alla realizzazione del ponte di Messina. Ma Tonino di Pietro, alleato del PD alle elezioni, è sempre stato a favore del ponte.
Volendo prendere il lato positivo della cosa, siamo già sicuri che anche dopo il 14 aprile avremo modo di tornare in Val di Susa o ad Aprilia a dare una mano ai movimenti di difesa del territorio.

Per capire bene gli interessi che si celano dietro alla retorica delle grandi opere, è il caso di vedere che fine ha fatto una grande opera di dieci anni fa, ora realizzata: la cosiddetta Malpensa 2000, buon esempio di come il grosso affare per le lobby delle grandi opere non sia il loro utilizzo dopo il completamento, ma proprio la costruzione. E' cronaca di questi giorni, dopo averla pagata a caro prezzo, lo stato italiano dovrà adesso accollarsi anche i costi sociali del ridimensionamento.
Notare anche la percentuale dell’ammontare dei finanziamenti dell’unione europea sulla spesa finale, e ricordare come la perdita dei finanziamenti europei viene spesso usato come argomento per sostenere l’ineluttabilità dell’opera.
Tra venti anni non ci spiegheremo come hanno fatto a far credere che sarebbe stata utile una nuova ferrovia tra Torino e Lione. Più o meno come venti anni fa hanno fatto credere a tutti che in Italia servisse un altro aeroporto hub.

Lo scalo varesino è nato nel 1998 come una cattedrale nel deserto. Creava dal nulla, nella brughiera a 40 chilometri da Milano, un'offerta di traffico aereo del tutto sproporzionata alla domanda. Per questo in molti si erano opposti, innanzitutto i comitati di cittadini che abitano nei comuni vicini (non c'è mai stata la valutazione di impatto ambientale e i primi aerei volavano così bassi da scoperchiare i tetti delle case), ma anche il sindacato e il Prc erano contrari. Costruttori, imprenditori, governo (locale e centrale) non hanno voluto sentire ragioni. La domanda sarebbe arrivata e con lei turisti e businessman da e per tutto il mondo. L'eldorado, insomma. Alitalia era già in crisi per conto suo e per salvarla - dicevano - ci voleva proprio Malpensa. Allora era promessa sposa dell'olandese Klm, che aveva bisogno di un grande aeroporto per i voli a lungo raggio, e Malpensa era perfetta e unica in Italia. Oggi tutto è invertito: è Alitalia a essere indispensabile a Malpensa, che dipende dai suoi voli.
Una dipendenza su cui negli anni si è adagiata Sea, la società che controlla gli aeroporti milanesi (64% del Comune di Milano, 20% della Provincia). I voli Alitalia hanno consentito a Sea di appoggiare il regime di monopolio sulla gestione degli scali al monopolio di Alitalia: nessuno si doveva preoccupare di essere competitivo. Alitalia ha assicurato a Sea entrate certe (al di sopra del 50% dei ricavi), ma l'ha condannata ad un dipendenza assoluta dalla compagnia nazionale e dalle decisioni di Palazzo Chigi. Ora che la crisi di Alitalia è arrivata alla fine, i nodi vengono al pettine anche per Sea. Il piano AirFrance prevede dal primo aprile il taglio del 70% dei voli (da 1.191 a 365), la cancellazione di 43 rotte, 15,6 milioni di passeggeri in meno.
(1)

Dopo la rottura con Klm, nel 2000, lo scalo varesino è diventato una delle maggiori voci di spesa per Alitalia, che ogni anno ci perde 200 milioni. Solo la realizzazione di Malpensa è costata 844 milioni di euro (439 dello Stato, 470 autofinanziati e 28 della Ue). Da allora lo scalo è stato penalizzato da una politica miope. Si è continuato ad operare nell'ideologia impossibile dell'hub, quando due hub in Italia sono un'utopia (Lufthansa usa Monaco e Francoforte, ma ha 85 aerei di lungo raggio, Alitalia 23). Malpensa quindi ha dovuto combattere una lotta fratricida con Fiumicino. Poi ha scontato la deregulation degli amministratori lombardi che non hanno mai ridotto Linate a city airport (oggi è il terzo scalo nazionale e solo ora Moratti si dice disposta a ridurlo), promuovendo troppi aeroporti vicini: Orio al Serio (Bg) e Montichiari (Bs).
Da Malpensa passano 23,716 milioni di passeggeri, solo il 37% del nord Italia. Gli altri hub europei raccolgono molto di più: Francoforte il 68%, Parigi il 57%. Come se non bastasse, i collegamenti con Malpensa non sono mai stati realizzati; è raggiungibile da Milano solo con il Malpensa Express, un treno che parte ogni mezz'ora (11 euro per 40 km) dalla stazione di Cadorna, senza collegamenti con la Centrale. Soltanto a fine marzo dovrebbe essere inaugurata la bretella che collega lo scalo all'autostrada Torino-Milano. Per ora è raggiungibile solo attraverso la congestionatissima autostrada dei laghi e una stradina di campagna che lo connette alla statale del Sempione.
(2)

Mpx (sigla di Malpensa, n.d.b.) dà l'impressione che tutti gli scarti della ricostruzione della Germania Est - tutto ciò di cui c'era bisogno per cancellare le privazioni del comunismo - siano stati accumulati sul luogo in gran fretta seguendo un progetto vagamente rettangolare per formare una pasticciata sequenza di spazi deformati e inadeguati, apparentemente voluti dai governanti dell'Europa estorcendo una quantità illimitata di euro dai fondi regionali della comunità per causare infiniti ritardi ai suoi turlupinati contribuenti, troppo occupati a parlare ai loro cellulari per accorgersene. (3)


(1) Giorgio Salvetti, Le fragili basi dell'orgoglio del Nord, da Il manifesto del 17/2/2008

(2) Giorgio Salvetti, «Basta con l'ideologia dell'hub», altre idee per salvare Malpensa, ibidem


(3) Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2001-2006

07 febbraio 2008

la quarta possibilità

In questo deprimente inizio di 2008 ci è già capitato di assistere alla rovinosa caduta del governo di centro-sinistra, a Berlusconi che ha potuto decidere in base alle sue convenienze quando votare e con quale legge elettorale, al suicidio elettorale del Pd di Veltroni che ha deciso di perdere nettamente e consegnare il paese alle destre. Due soli scenari sembrano possibili: o altri cinque anni di governo berlusconiano o un'assemblea costituente guidata da Berlusconi che riscriva a modo suo la costituzione. Di nuovo, si farà quello che conviene di più a Berlusconi.
In questa disastrosa situazione, per un elettore di sinistra, oltre a votare il Pd turandosi il naso, in una riproposizione estrema della retorica del "voto utile", a continuare a sostenere le attuali dirigenze della sinistra arcobaleno corresponsabili del disastro, oppure ad astenersi, c'è una quarta possibilità.

Dal Manifesto di oggi, di Turigliatto e Cannavò:
"La caduta del governo Prodi delinea il disastro di un'ipotesi politica debole e mal congegnata. In soli diciotto mesi il centrosinistra, la mitica Unione che doveva cambiare «davvero» l'Italia, ha inanellato un fallimento dopo l'altro lasciando dietro di sé macerie ingombranti. Un disastro materiale, fatto di impoverimento reale dei lavoratori e lavoratrici, di ulteriore precarizzazione del lavoro - ad esempio con la detassazione degli straordinari - di arricchimento delle imprese foraggiate con aiuti di stato inediti e massicci; ma anche un disastro politico che ha provocato disillusione, disincanto, perdita di fiducia, distacco dalla politica e dall'impegno attivo, demoralizzazione.
Prodi non è caduto semplicemente per una congiura mastelliana. Prodi cade anche perché isolato socialmente e in rotta con l'elettorato che, faticosamente e con grandi sacrifici, ne aveva consentito la vittoria innanzitutto per ostacolare le destre e l'odioso populismo berlusconiano. E' questo elemento ad aver generato la debolezza del governo, la sua fragilità e quindi la sua esposizione alle manovre di Mastella.
In questo disastro spicca il fallimento della sinistra di governo. La linea governista e l'ipotesi di alleanza con la «borghesia buona» ha fatto arretrare i diritti del lavoro, ha favorito le imprese e le banche e permette oggi un ritorno massiccio delle destre. Alla disfatta politica rappresentata dalle spedizioni all'estero, dall'aumento delle spese militari, dal cuneo fiscale, dal pacchetto Welfare, dal tradimento delle aspettative di uguaglianza del movimento lgbtq, dal decreto sicurezza, dalle liberalizzazioni di Bersani, dalla costruzione della base di Vicenza, dalle promozioni di De Gennaro, si aggiunge una disfatta sociale perché il più delle volte gli insuccessi sono stati esibiti come piccole vittorie, ipotetiche riduzioni del danno. Basterebbe vedere oggi lo sbandamento della sinistra e lo spaesamento degli stessi lavoratori e lavoratrici per rendersi conto di quanto grande sia stato invece il danno procurato.
Il fallimento della sinistra è senza appello e solo un grande processo di ripensamento generale e di rinnovamento radicale a tutti i livelli - a partire dai gruppi dirigenti - potrebbe permettere una nuova ipotesi di lavoro.
[...] crediamo che a sinistra dell'Arcobaleno sia necessario dare vita a una lista della Sinistra anticapitalista su una piattaforma avanzata di lotta e di rivendicazioni generali: aumento reale del salario, ripubblicizzazione dei servizi sociali, lotta senza quartiere contro gli omicidi sul lavoro, un piano di «rifiuti zero», contrasto alle spedizioni militari, riduzione spese militari e riconversione industria bellica, difesa dei diritti delle donne, dei diritti civili contro ogni ingerenza vaticana, abolizione della legge 30 e della Bossi-Fini, drastica riduzione dei privilegi istituzionali.
Una lista con caratteristiche di unità , pluralità e di innovazione: rotazione degli eletti, tetto ferreo alle indennità percepite, presenza di soggetti diversi. Una lista indisponibile ad alleanze e coalizioni con il Partito democratico ma che sappia ridare fiato e prospettiva a un'alternativa di sistema. Vogliamo lavorare per questo obiettivo nei pochi giorni che restano prima delle scadenze elettorali senza preclusioni o schematismi".

06 febbraio 2008

brasile

Scrivere delle impressioni su un paese come il Brasile può sembrare velleitario, poiché in un mese se ne può vedere solo una piccola parte. La stessa sensazione si ripresenta in ogni grande città brasiliana, di cui non si riesce mai a capire dove siano i confini.
E le ben note disuguaglianze sociali fanno sì che esistono molti paesi in uno. A guardare alcuni servizi si può considerare il Brasile un paese prospero e progredito, ma poi le favelas o le persone che dormono per strada raccontano un'altra storia.
Sulle favelas (che sono simili a quelle che si vedono in praticamente tutta l’america latina) i brasiliani hanno uno strano sentimento di consapevolezza e rimozione allo stesso tempo. Le favelas sono nate con l'abolizione della schiavitù, decretata malvolentieri alla fine dell'800 dai regnanti brasiliani a seguito delle pressioni soprattutto inglesi. Gli schiavi liberati, ma privati improvvisamente di sostentamento e di un posto dove vivere, hanno costruito fuori dal perimetro delle città le loro case, continuando il più delle volte a lavorare per i loro ex padroni.
Eppure la prima mappa di rio de janeiro comprendente le favelas è stata pubblicata solo nel 1994.
Per capire il processo di rimozione operato dai brasiliani, si può pensare alle versioni di favelas che ci sono nelle città italiane. Non mi riferisco alle borgate cantate da Pasolini della metà del 900, le cui case, oggi, dopo sommarie ristrutturazioni, sono vendute a centinaia di migliaia di euro con l'edulcorata definizione di "soluzione indipendente", ma alle vere baraccopoli di oggi: ad esempio a Roma ce n'è una sulla strada che porta ai campi sportivi di tor di quinto, via del baiardo (chiunque gioca a calcio a Roma probabilmente c'è passato). I giornali non ne parlano mai, a parte, e solo per qualche giorno, in occasione di fatti di cronaca nera accaduti nei dintorni, e molti ne ignorano l'esistenza, mentre altri probabilmente ritengono che non sia un problema delle istituzioni vista la nazionalità dei suoi abitanti; di fatto un quartiere di baracche costruite con legno e materiali di recupero è presente nella città di Roma, senza che ciò sia percepito come un problema. Un sentimento simile è presente anche in Brasile.
Il divario sociale produce ad esempio quello che in Italia si chiama turismo sessuale e in Brasile, più semplicemente, prostituzione. Deve essere un fenomeno ampio se negli alberghi di tutte le città di una minima grandezza c’era il divieto di ricevere prostitute. Se qualche cliente proveniente dall’Italia può vedere il fenomeno con più romanticismo del necessario, in Brasile lo chiamano esattamente per quello che è.
Se il divario sociale trae origine dalle vicende storiche del paese, a partire dal colonialismo, esso è stato però ampliato da vent'anni di dittatura, da fine anni '60 a metà anni '80 e successivamente, quando hanno ripreso ad esserci le elezioni, dalle politiche di presidenti neoliberisti che applicavano le direttive del fondo monetario internazionale.
Lula quindi si è trovato nella curiosa situazione in cui lo stato delle ingiustizie sociali non poteva che migliorare, ma d’altra parte era praticamente impossibile da risolvere.
Ad esempio ha varato il controverso programma "fome zero", che si proponeva di debellare il problema della fame, esistente in sacche di disagio sociale oppure in relativamente ristrette aree geografiche soggette a calamità o siccità; la morte di alcuni bambini indios è stata l'occasione per gli avversari politici di dichiarare il fallimento del programma. Nelle città invece il cibo abbonda, mentre drammatiche sono le condizioni dell'istruzione, con una grande percentuale di analfabeti, e della sanità pubblica. In generale i servizi pubblici sono stati smantellati negli anni '90. Le imprese pubbliche sono state privatizzate, ad eccezione della petrobras. Ciò ha portato, ad esempio, alla quasi scomparsa delle ferrovie, mentre la compagnia aerea di bandiera, la varig, è stata lasciata fallire per poi essere ricomprata da proprietario di una compagnia privata concorrente e rimessa in piedi in versione ridotta (destino a cui è stata condannata anche l’Alitalia).

Eppure le ricchezze naturali del paese sono enormi. Oltre all'autosufficienza petrolifera, si produce molto bio-carburante, ricavato in massima parte dalla canna da zucchero. La produzione agricola è molto fiorente e aumenta negli anni. Aumenta anche la superficie dedicata a coltivazioni, a scapito delle foreste amazzoniche (la difesa dell’ambiente e la salvaguardia dei pochi nativi rimasti sono considerati incompatibili – quindi sacrificabili - con le esigenze dell’impresa capitalistica).
Con una punta di orgoglio, ad esempio, una pubblicità enunciava che l'asfalto della pista di Interlagos era 100% brasiliano. E i tra i prodotti industriali a basso costo, molti sono made in brazil, i prodotti cinesi non hanno sfondato come nel resto del mondo.
Il costo della manodopera è molto basso, cosa che permette di vedere scene inusuali, come le folle di commessi dentro ai negozi o gli staff di pulitori che ai capolinea della metropolitana dopo ogni corsa salgono a pulire i vagoni.
Molto fruttuoso è il business della sicurezza. Porte blindate, cancelli, allarmi, recinzioni elettrificate, polizia privata, portieri armati in servizio 24 ore a guardia dei “predios”, i palazzi a molti piani, a loro volta preferiti dai brasiliani di ceto medio perché ritenuti più sicuri.
La ricerca di sicurezza ha causato la blindatura delle vite delle persone più abbienti e generato un “razzismo da censo” che dicono essere molto diffuso, mentre meno diffuso di altri paesi dicono sia il “razzismo da pelle”.

La liberalizzazione dei costumi è molto avanzata: ad esempio sono diffusissimi, e usati senza problemi, i motel, alberghi ad ore. Di contro l'aborto non è legalizzato.
Contrariamente a quello che accade qui, la chiesa cattolica è in piena crisi e ha perso moltissimo seguito, confluito nella miriade di altre chiese cristiane. In Italia si è parlato di quella seguita da Kakà, "renascer", che però ha proprio come unica particolarità quella di ricevere pubblicità gratuita dalla vocazione dell'ingenuo calciatore. Come renascer, quasi tutte hanno dei patriarchi con problemi giudiziari e blindati in lussuosissime ville a Miami o a San Paolo e quasi tutte hanno un flusso crescente di fedeli. Ciò che cambia sono i riti e i luoghi di insediamento. Se la "igreja universal do reino de deus" ha chiese faraoniche, somiglianti a centri commerciali, gli amati "shopping" dei brasiliani, la "assemblea de deus" ha chiese modeste ma molto numerose. Il contrasto è stridente: nelle chiese di epoca coloniale, amministrate dalla chiesa di roma, alla messa domenicale non c'era più di una decina di persone.

19 dicembre 2007

partenze


Può capitare, circa una volta o due all'anno, di poter sfuggire alla gabbia delle otto ore (più pausa pranzo) al giorno, delle quaranta ore a settimana, di tutti i giorni lavorativi dell'anno, esclusi ventitre e i permessi ex-festività.

Spero di incontrare il MST e di approfondire la MPB.
Ci risentiamo il 20 gennaio, quando torno, o forse prima.