03 settembre 2008

L'eredità del cemento

La mostra "L'eredità del cemento - Quartiere radioattivo" dell'istituto polacco è stata presentata dalla stampa come se il vero tema fosse la condanna del socialismo reale. Ad esempio secondo un comunicato era "sul tema degli orrori edilizi delle unità abitative che costituiscono lo scenario metropolitano di tanta parte della Polonia uscita dal totalitarismo".
Probabilmente ci sarei andato lo stesso, poiché sono un grande appassionato dell'architettura a blocchi. E' un tipo di architettura molto diffusa nei paesi socialisti, ma non solo (la denominazione precisa sarebbe "edificio a pannelli prefabbricati", ma in Polonia sono chiamati familiarmente "blok" e userò "blocchi" o "architettura a blocchi" per il resto del post).
A Roma, ad esempio, ci sono state varie realizzazioni di questo tipo e anche qui c'è la facile corrispondenza tra architettura a blocchi e degrado. Eppure ad esempio il progetto di Pietro Barucci dei ponti di Laurentino 38 era ragguardevole, con la strada resa veloce per le automobili perché liberata da pedoni, e i ponti, pensati, oltre che per l'attraversamento stradale, per essere area pedonale su due livelli, con negozi al livello inferiore e servizi a quello superiore.
Ma servizi e negozi non furono mai realizzati e i locali vuoti furono occupati da altri senza casa. Il degrado sociale arrivò presto, seguito da quello strutturale. Così pochi anni fa è stato demolito uno dei ponti, da parte della giunta di Veltroni, che prendeva le distanze dal progetto e dalle giunte rosse degli anni '70, con la destra che applaudiva.

L'architettura a blocchi si ispira a Le Corbusier e alla sua idea di produzione standardizzata, basata su un modulo replicabile all'infinito.
Le idee di Le Corbusier trovarono terreno fertile nella Polonia del dopoguerra perché le città erano state praticamente rase al suolo, e si erano ripopolate con massicci fenomeni di industrializzazione e urbanizzazione.

I paradigmi modernisti furono però filtrati da specifiche condizioni economiche , sociali e politiche e quindi banalizzati e semplificati. Anche quando si aspirava alla copia conforme, come la Superjednovska di Katowice con l'unité d'habitation di Marsiglia, il risultato fu una specie di fratello povero.
Gli architetti furono estromessi dai progetti in favore dei politici (unica eccezione, che diede luogo a progetti ritenuti tuttora validi, fu quella dell'architetto-politico Halina Skibniewska).
I blocchi furono visti solo come un mezzo che permettesse di risolvere rapidamente il problema della scarsità di case, in maniera facilmente amministrabile centralmente e in modo che lo spazio fosse uguale per tutti.

Negli anni '50, per un breve periodo i polacchi ambivano ad abitare nei blocchi, che costituivano effettivamente un miglioramento delle condizioni abitative.
Più tardi progetti e materiali di costruzione peggiorarono e i servizi sociali inclusi nei progetti non furono realizzati per motivi economici. L'assenza di servizi, sommata ai materiali scadenti, ha portato a un rapido degrado di questi palazzi, principalmente degli interni.
Nei decenni successivi i blocchi erano diventati paesaggio consueto in Polonia.
Negli anni'80, ai tempi della canzone "Quartiere radioattivo" del gruppo punk Brygada Kryzys, che dà il titolo alla mostra, e della legge marziale, i blocchi erano visti come simbolo di omologazione di un sistema opprimente.
Oggi sono abitati in massima parte da persone che non possono permettersi case migliori.
Mentre in Germania, alcuni palazzi a blocchi sono stati demoliti, dopo essere stati abbandonati dagli abitanti, in Polonia ciò non è successo.
Interventi di riqualificazione sono auspicati, ma finora si sono limitati alla tinteggiatura in colori pastello.

D'altra parte dopo la caduta del comunismo, non si costruirono più blocchi, ma
a parte la presa di distanza ideologica, le nuove costruzioni, con quartieri recintati e ultrasorvegliati, hanno continuato l'opera di distruzione del tessuto sociale della città che è iniziata con i blocchi.

In Polonia circa il 30% delle abitazioni è realizzata a blocchi e dentro ci vivono circa dieci milioni di persone, cioè poco meno del 30% della popolazione.
Se il luogo dove si è cresciuti influenza sempre il lavoro di un artista, ciò è ancora più vero per i blocchi, che aspiravano a modellare in modo programmatico le menti dei suoi abitanti.
Curiosamente gli artisti sembrano affascinati proprio dagli aspetti più detestati dei blocchi: la possibilità di giocare con le forme replicabili, il fascino di una forma monotona e opprimente, la nostalgia per un passato che non c'è più.
Così ad esempio ci sono modelli di palazzi a blocchi realizzati a uncinetto con filo da calzolaio con base costituita da mobili polacchi originali anni '70 (Julita Wojcik), collage di fotografie di frammenti reali di blok che incollate vicine possono dare luogo a immagini di blok che non esistono nella realtà (Nicolas Grospierre), un blok in miniatura costruito a fianco a quello vero, con l'esterno che è copia dell'originale e l'interno che è delle dimensioni di un vero appartamento (Maciej Kurak). E poi il cinema, con blok (1982) di Hieronim Neumann carrellata muta di vita nel blok con la telecamera che invisibile si sposta negli appartamenti e Z mojego okna - Dalla mia finestra (Jozef Robakowski) in cui un videoartista filma la vista dalla sua finestra nel quartiere Manhattan di Lodz nel corso di 21 anni con commenti ironici e amari.

Nella foto, blok ad Almaty, Guantanamo, Tallinn, Ivanovo



3 commenti:

Primaticcio ha detto...

Non ho mai approfondito la questione, ma sull’equazione blocchi prefabbricati = degrado, che viene data come scontata, mi faccio due domande. La prima è se fosse meglio l’edilizia prefabbricata (che comunque sia ha permesso a Milano di dare un tetto alle centinaia di migliaia di immigrati che ne hanno consentito il “boom” negli anni ‘50/’60) o la situazione di adesso in cui l’edilizia è lasciata al mercato (che magari farà qualche blocco in meno ma che ha reso il problema della casa una vera e propria emergenza); la seconda riguarda il fatto che spesso è stato proprio in zone già degradate che la risposta è stata l’edilizia a blocchi, fatta al risparmio con materiali di scarsa qualità e durabilità, e quindi non si possono “incolpare” i blocchi in sé, ma l’uso che ne è stato fatto.
Resta però l’impatto con l’area metropolitana, segnata da blocchi standardizzati in serie con le tende tutte dello stesso colore, per un non milanese che viene da fuori città, che mi dicono che sia piuttosto traumatico.
Ciao.

virginie ha detto...

scusa, conte, se mi faccio i cazzi tuoi: ma sei architetto? confesso che ho seguito quasi niente del tuo post, che mi pongo le stesse domande di primaticcio e che tutto questo mi ha richiamato alla mente les maisons tropicales di Jean Prouvé. sono in tema o non c'entrano una fava? bacio

p.s. sono tornata.

conteoliver ha detto...

Cari Primaticcio e Virginie (stavo in pensiero),
le vostre domande sono molto interessanti, il problema è che non sono un architetto. :)
In realtà ho sempre avuto questo problema: all'università trovavo interessanti tutte le facoltà esclusa la mia (ingegneria) e anche adesso mi interesso a vari argomenti, esclusi, ovviamente, quelli di lavoro. Ma l'approfondimento non è mai troppo esteso poiché, altro problema, sono anche pigro.

I blocchi sono sicuramente brutti da vedere e da abitare, ed è difficile dire cosa sarebbe cambiato se i progetti fossero stati realizzati interamente. Certo è che dietro a quei progetti c'era un tentativo di includere tutti nel diritto all'abitare.
Al contrario l'edilizia di adesso (specie certi quartieri iperperiferici ma venduti comunque a peso d'oro), che non è detto che avrà un invecchiamento migliore dei blocchi, invece esclude una larga fascia di popolazione, tanto che ad esempio Roma, è tuttora, come aveva detto Argan, una città di case senza gente e gente senza casa.